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La morte di Maurice Béjart
L'amata Italia, da Leonardo a Pasolini e Versace
novembre 2007

Il coreografo francese Maurice Béjart è morto ieri a Losanna, a 80 anni. L’ha annunciato un comunicato del 22 novembre 2007 del Béjart Ballet di Losanna, che l’artista dirigeva dall’87. Malato da anni, il coreografo ha affidato al Béjart Ballet Lausanne il suo testamento coreografico che sarà ‘letto’ a dicembre con il debutto de Il giro del mondo in 80 minuti, l’ultima fatica dell’instancabile “grande vecchio” marsigliese. Béjart è stato l’uomo che per primo ha portato la danza nei palasport, negli stadi, nelle piazze. Che ha fatto di un’arte effimera e aristocratica un fenomeno di massa. Che in oltre cinquant'anni di attività ha frequentato Wagner e l’Islam, Nietzsche e Mishima, Goethe e Federico II, la Germania e il Mediterraneo, Mozart e i Queen, Versace e Luigi XIV, Pasolini e Fellini.

Diversi e profondi sono stati i rapporti tra Maurice Béjart e l'Italia, della quale diceva di amare i luoghi geografici ma ancor più quelli dell'anima, del mito e dell'arte. Béjart amava la pittura di Leonardo, ma ancor più la sua filosofia di vita della quale condivideva il concetto della solitudine dell'artista: "se non si è soli, affrontandone come fece lui tutto il dolore, non si può amare tutti gli altri", diceva, convinto com'era che un artista per concentrarsi ed amare tutti dev'essere solo per scelta e credere profondamente in Dio. "Io lo prego attraverso la danza", spiegava Béjart, "e il mio obiettivo è l'unione di razze, culture, linguaggi, idee, arti". 

Amava Pasolini ("l'autore più religioso del secolo") con il quale diceva di sentirsi in "totale fraternità" soprattutto per l'anticlericalismo ("non ho alcuna paura a dirlo, ma so che dentro di me ci sono due millenni di cristianesimo e dovrei essere pazzo per negare questa forza straordinaria che è dentro di me") e per la sua tendenza all'epico, al mitico, al sacro ("la morte è il massimo grado dell'epica e del mito", affermava: "il mondo muore perché ha dimenticato i grandi miti dell' umanità"). Con il suo Dionysos dell' '84, forse più che con altre creazioni, aveva espresso e raccontato tutto l'impegno nel recuperarli, sviluppandovi moltissimi elementi sempre ricorrenti nella sua ricerca: l'aspirazione all'immortalità, l'angoscia della fine, l'estasi dionisiaca, l'ossessione edipica. Béjart amava leggere Petrarca, ascoltare Berio e seguire la produzione di Fellini, in memoria del quale, ad un anno dalla morte, era venuto a Rimini nell'estate '94 per partecipare ad una serata-omaggio con tanti amici artisti, creando per l'occasione una coreografia su alcuni temi cari al regista: il circo e il mare. 

Béjart era stato anche fraterno amico dello stilista Gianni Versace con cui aveva lavorato a contatto di gomito sin dall'84 per realizzare i costumi di Dionysos, Malraux o la metamorfosi degli dei, Leda e il cigno, La morte di un musicista e poi di Souvenir de Leningrad. Nel gennaio '95, venuto in Italia per presentare 'King Lear, aveva ricevuto il Premio Porselli "per aver portato il balletto alle vette più alte dell'arte, per aver trasmesso i suoi ideali di libertà, di impegno intellettuale, di universalità, collegando la filosofia e l'etica dell'Occidente con quella dell'Oriente". 
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Igor Stravinskij, Le Sacre du Printemps nell'interpretazione di Maurice Béjart [estratto]

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Maurice Béjart - Intellettuale, figlio di intellettuali (il padre era il filosofo Gaston Berger) il giovane Maurice si avvicina alla danza partendo - a Marsiglia, e poi all'Opéra di Parigi - dal linguaggio della tradizione: quel balletto classico di ascendenza franco-italiana, le cui regole son state codificate, una volta per tutte, alla corte del Re Sole. Percorsi tutti i gradini della più rigorosa formazione accademica (rievocati con umorismo nella sua divertente versione di Gaité Parisienne), irrompe ben presto sulla scena francese con creazioni di irriverente modernità, quali Symphonie pour un homme seul (1955, su musica concreta di Pierre Henry e Pierre Schaeffer) o Sonate à trois (1957, su musica di Bela Bartók, dal dramma di Sartre A porte chiuse).

Grazie ad una prodigiosa capacità di anticipare i tempi e ad una miscela calibrata ed efficacissima di accademismo e di invenzione, conquista poi di colpo il centro della scena - surclassando l'eterno rivale, Roland Petit - nel 1959, presentando all'Expo di Bruxelles una versione della Sagra della primavera di Stravinsky che fa sensazione: non più evocazione di arcaici rituali della Russia pagana ma, in consonanza con la sua passione per la filosofia di Nietzsche, un rituale universale di esplicito erotismo e di risveglio dei sensi. Di lì a poco quella Sagra diverrà simbolo gioioso della rivoluzione sessuale che sull'esempio dei coetanei americani, diffondono dalle barricate i giovani del Maggio. A Bruxelles quel successo gli vale la direzione del Théatre de la Monnaie dove, dal 1960 al 1987, resterà sovrano indiscusso alla guida del suo celebre “Ballet du XXème siècle” e poi, dal 1970, di un centro di studi interdisciplinari, Mudra, unico nel suo genere. Mudra cioé, in sanscrito, “gesto”.

Perché Béjart precorrendo ancora i tempi, si avvicina, prima dei Beatles, all'Oriente e alle filosofie orientali. Il suo Bakhi (1969) è uno splendido esempio di sincretismo fra tradizione classica indiana e classicismo europeo. Altre creazioni fondamentali dell'epoca - la più fulgida dell'epopea béjartiana - sono la Nona Sinfonia (1964), La damnation de Faust (per l'Opéra di Parigi, 1964) Roméo e Juliette (1966), Messe pour le temps présent (1967): con le sue creazioni corali, misto di rigore geometrico e scultorea plasticità, sempre sottese da un eclettismo di pensiero che spazia attraverso innumerevoli suggestioni che sono - o appaiono - le stesse della gioventù di quegli anni, Béjart, diventa il coreografo-simbolo della sinistra e di una “rivoluzione” nel balletto: da arte aristocratica a raffinato ed emozionante divertimento popolare.

Con lui la danza entra nei palazzi dello sport, sulla pista del circo, conquista un pubblico nuovo, vasto, in gran parte giovanissimo. Piazze, giardini, cortili monumentali lo accolgono, decretandone immancabilmente il trionfo. Gli anni '70 sono anni di grandi successi e lo vedono varcare l'oceano: il debutto a New York è del 1971. Instancabile fino all’ultimo, stava ancora lavorando a una nuova produzione, Il giro del mondo in 80 minuti, il cui debutto è previsto a Losanna il 20 dicembre 2007. 

[Il sito ufficiale di Maurice Béjart]

 

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INVITO ALLA LETTURA:
BRANI DI PIER PAOLO PASOLINI


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