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"Pagine
corsare"
Notizie
Pasolini, una morte
scandalosa
A Lugano, una giornata
dedicata a P.P. Pasolini
Gianfranco Helbling
Una giornata per Pasolini.
Reduci da un anno di commemorazioni per il trentennale dalla morte di Pier
Paolo Pasolini (avvenuta il 2 novembre 1975) ancora una giornata dedicata
all’opera e al pensiero di un intellettuale scomodo quant’altri mai potrebbe
sembrare tardiva e di troppo. Ma la (ri)scoperta di Pasolini è solo
all’inizio, e molto resta ancora da chiarire. A cominciare dalle circostanze
della sua morte: chiarite quelle, si potrà cominciare a rileggere
sotto una luce nuova anche tutta l’opera pasoliniana.
Ecco perché, a risvegliare
dal torpore delle celebrazioni, è intervenuto un appello sottoscritto
già da numerose personalità della cultura italiane che chiede
sia riaperto il processo per l’omicidio di Pasolini (vedi
l'avviso nella pagina "news" di "Pagine corsare"). E proprio su questa
pista si è mossa la giornata luganese di sabato 11 marzo, che è
stata l’occasione per presentare in anteprima il nuovo
libro di Gianni D’Elia, Il petrolio delle stragi. Postille a "L'eresia
di Pasolini". Ne parliamo in questa intervista effettuata prima della
manifestazione di Lugano con l’organizzatrice Anna Ruchat, scrittrice e
traduttrice.
Anna Ruchat, siamo reduci
dall’anno del trentennale dalla morte di Pasolini, contraddistinto da numerose
iniziative celebrative. Quali aspetti della personalità e dell’opera
di Pasolini è stato possibile chiarire o riportare alla luce in
questa occasione?
Vede, le commemorazioni
sono quasi sempre momenti in cui personaggi e fatti vengono conficcati
in un passato fermo e rassicurante e con Pasolini quest’anno non credo
sia successo niente di diverso dal solito: belle mostre, belle retrospettive,
ancora discussioni sul valore letterario del Pasolini poeta, grandi riconoscimenti
al regista, come se fosse possibile scindere i diversi aspetti di un uomo
che come pochi altri intellettuali italiani ha messo tutti i suoi linguaggi,
e ne possedeva molti, al servizio di una passione che era politica e poetica.
Fra le parti rimaste nell’oblio
c’è appunto la dimensione politica di Pasolini. Come spiegare questa
rimozione?
La dimensione politica di
Pasolini si coglie soprattutto a partire dalla sua morte. Se Pasolini fosse
morto per un delitto omosessuale come è stato sostenuto e come sostengono
ancora molti, anche intellettuali, la sua opera e il suo personaggio sarebbero
facilmente archiviabili. Il fatto è che quest’anno il trentennale
ha avuto al suo centro la ritrattazione di Pino Pelosi (7 maggio 2005)
- dalla quale risulta che l’omicidio di Pasolini è stato un atto
premeditato e politico, compiuto da più sicari: l’ipotesi dell’assassinio
politico e mafioso come ce ne sono stati tanti in quegli anni (pensi a
Mattei e a De Mauro) ci costringe a rileggere la sua opera dentro la storia
da cui si è generata, come una pagina di storia e di vita, come
un “intervento” politico appunto.
Come si caratterizza il
pensiero politico rimosso di Pasolini?
Non credo ci sia un “pensiero
politico” di Pasolini. In ogni cosa che ha scritto, in ogni film che ha
girato, e in ogni suo intervento giornalistico c’è sempre la politica
e un acuto interesse antropologico che sono però parte integrante
del suo “fare” arte e che perlomeno a partire dalla fine degli Anni Sessanta
lo spingono a rischiare nella letteratura come nella vita, per opporsi
all’omologazione che vedeva in atto. Questo era il suo “fare” politica.
Quali responsabilità
ha la sinistra intellettuale e politica in questa rimozione?
La responsabilità,
credo, di essere rimasta dentro quelle categorie di cui già allora
Pasolini con straordinaria lucidità indicava i limiti. Cosa che
ha impedito e impedisce una presa di posizione lucida sulla sua morte,
come parte integrante e conclusione tragica ma consapevole di una esistenza,
non da martire, ma da intellettuale gramsciano eretico qual era, dedicata
alla denuncia dei mandanti dello stragismo italiano.
Qual è il denominatore
comune del lavoro letterario e del pensiero politico di Pasolini che ancora
oggi fa scandalo?
Il problema oggi come allora
è lo scandalo del “misto” come lo chiama D’Elia, il fatto
di passare continuamente dalla letteratura alla storia alla politica alla
vita, senza porre filtri, ma anzi essendo convinto del fatto che la letteratura
debba avere un fondamento nell’esistenza e più ancora nell’esperienza.
Questo fa scandalo. Infatti la letteratura che oggi viene promossa non
ha fondamento etico e men che meno è una letteratura di impegno
e di denuncia com’è stata in gran parte l’opera di Pasolini fino
a Petrolio, ma sempre più una letteratura di consumo, di
intrattenimento oppure (e forse è anche peggio, più triste)
una letteratura per letterati.
Che ruolo hanno i due
lavori di Gianni D’Elia, L’eresia di Pasolini e Il Petrolio
delle stragi, nel riproporre all’attenzione del pubblico una lettura
più attenta dell’opera letteraria e del pensiero politico di Pasolini?
I due libri di Gianni D’Elia
sono una rilettura appassionata dell’opera di Pasolini partendo dalla fine,
dalla sua morte. Se nell’Eresia D’Elia ridisegna attraverso la persona
e i testi di Pasolini una tradizione di poesia che è vita e si confronta
con la storia ma su un piano più intellettuale, nel Petrolio
delle stragi vuol fornire alla propria e alle successive generazioni
i materiali concreti per continuare: ci offre date, nomi, luoghi che permettono
di capire cosa Pasolini ci ha voluto dire con la sua ultima opera non conclusa,
cos’ha voluto dire sull’economia politica, sulle stragi, ma anche cos’ha
voluto dire sulla letteratura, sul ruolo che può ancora avere e
su una sua etica imprescindibile. Per questo i due libri di D’Elia sono
anche un invito a riappropriarsi della letteratura a tornare a farne uno
strumento di analisi e di intervento.
L’appello per la riapertura
del processo sull’omicidio di Pasolini come si inserisce in questo contesto?
A quale verità ambisce?
Chiedere di riaprire il
processo significa non accettare la versione oggi improponibile della rissa
omosessuale, significa chiedere che si indaghi su ciò che Pasolini
sapeva delle stragi dei sicari e dei mandanti, ma significa anche semplicemente
affermare una continuità con Pasolini. Significa dire che ci sono
altri, oggi, disposti a esporsi con la parola per vincere l’indifferenza.
Come verranno proposti
questi temi nei due momenti della giornata luganese dell’11 marzo, l’incontro
con D’Elia prima e lo spettacolo “La via del mare” poi?
Il primo momento al Canvetto
luganese sarà di riflessione e discussione intorno ai due libri
di D’Elia (voglio ricordare che Il Petrolio delle stragi sarà
presentato a Lugano in anteprima, non essendo ancora arrivato nelle librerie).
Il secondo, lo spettacolo La via del mare, è invece un tuffo
nel “dopo” di una possibile eredità pasoliniana: la voce sottile
di Gianni D’Elia con le sue poesie di denuncia, di battaglia, la chitarra
di Paolo Capodacqua al centro, le parole di Claudio Lolli, le cui canzoni,
credo per molti della mia generazione, custodiscono il disagio in cui siamo
cresciuti e quel senso di fine del mondo che ci ha evitato, nel senso migliore,
di diventare davvero adulti.
Lei stessa, signora Ruchat,
che cosa sta (ri)scoprendo di e su Pasolini a 30 anni dalla sua morte?
In altre parole: cosa sente le sia mancato nella sua personale percezione
di questo personaggio mentre ancora era in vita e nei primi 30 anni dalla
sua morte?
Faccio da più di
vent’anni la traduttrice dal tedesco e un po’ per caso, un po’ per scelta
ho tradotto soprattutto autori che abitavano nella parola, nel suo valore
di testimonianza, nella sua forza d’urto, nel suo imprescindibile portato
etico. Pasolini l’ho letto da giovane, ho visto i suoi film, non posso
dire di conoscerne a fondo l’opera, ma è una figura presente in
tutti gli anni Settanta, con il disagio di non capire, di non aver capito
quello che alla fine ci andava gridando: una figura familiare per molti
versi e difficile. Oggi che riconosco in Pasolini quella stessa istanza
etica, quello stesso accento di disperata consapevolezza del proprio tempo
che è di Paul Celan, di Thomas Bernhard, di Rainer Werner Fassbinder,
capisco che era già in lui quello che per la mia storia personale
e lavorativa ho poi dovuto incontrare altrove. Di questa scoperta ringrazio
Gianni D’Elia e i suoi due libri.
Ripubblichiamo
qui l'appello lanciato dal sito Il
primo amore:
“Fuori la verità su quel delitto”
A trent’anni dalla morte,
non sappiamo ancora da chi è stato ucciso Pasolini e perché.
Questo suo assassinio va ad allungare la lista impressionante di omicidi,
attentati, sparizioni, finti suicidi e finti incidenti di cui è
costellata la storia d’Italia dal dopoguerra a oggi e che, a decenni di
distanza, non sono stati ancora chiariti. Responsabili e mandanti impuniti,
verità sottratte per decenni non solo ai tribunali ma anche al discorso
pubblico.
Noi non sappiamo se a far
tacere uno degli artisti più fervidi e una delle voci più
scomode e tragiche di questo paese sia stata una decisione politica. Quello
che però sappiamo – come lo sa chiunque abbia prestato attenzione
alla vicenda – è che la versione blindata della rissa omosessuale
tra due persone non sta in piedi. Sappiamo che essa è stata solo
una copertura servita a sviare le indagini e a coprire un altro tipo di
delitto. Quella versione, del resto, non ha mai retto, nemmeno per il tribunale
di primo grado, che infatti condannò il diciassettenne Pino Pelosi
assieme a ignoti. Ma oggi, dopo che il reo confesso ha dichiarato pubblicamente
di non essere l’assassino di Pasolini e di essersi accusato dell’omicidio
perché sotto minaccia, e dopo la diffusione della testimonianze
del regista Sergio Citti, sono ancora più evidenti le negligenze
e le coperture che hanno accompagnato fin dall’inizio quell’atroce vicenda.
In seguito alle dichiarazioni di Pelosi, la Procura di Roma ha riaperto
e subito richiuso – per mancanza di riscontri – il fascicolo sul delitto
Pasolini. Questa nuova inchiesta è stata archiviata ancor prima
di iniziare! Eppure non si sono sentite molte voci indignarsi per questa
reiterata non-volontà di fare chiarezza su quella morte. Uno strano
silenzio ha circondato la notizia, e questo proprio mentre ricorreva il
trentennale della morte di Pasolini e dappertutto fervevano le celebrazioni
del poeta, dell’artista, dell’intellettuale che pure tanti fanno mostra
di rimpiangere.
Dopo quanto è successo,
non possiamo più accontentarci della versione ufficiale, perché
significherebbe diventare complici degli assassini di Pasolini. Chiediamo
perciò che vengano finalmente svolte le indagini che non si sono
mai volute fare e che venga detta finalmente la verità su quel delitto.
Ci sono cose di cui, come scriveva Pasolini, è impossibile parlare
senza indignazione, senza cioè far capire l’enormità di ciò
che è avvenuto. Il più atroce assassinio di un poeta dell’età
contemporanea, più turpe dell’assassinio di Garcia Lorca, un vero
massacro di gruppo, è avvenuto a Roma, in Italia, per mano di italiani.
E invece, per trent’anni, sono state cancellate prove, sono stati ignorati
indizi, testimonianze e documentate contro-inchieste di giuristi e intellettuali
italiani. In una situazione simile, spetta in prima persona agli scrittori,
ai poeti, agli artisti, agli intellettuali, ai giornalisti, e a tutte le
persone libere che hanno a cuore la verità, chiedere (come ha già
fatto il comune di Roma, che si è costituito parte offesa) la riapertura
del processo e l’accertamento della verità. Ci sembra questo il
modo migliore di ricordare Pasolini a trent’anni
dalla sua tragica morte.
Per aderire scrivere a appellopasolini@yahoo.it
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