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La leggenda della fortezza di Suram
(Legenda o Suramskoj kreposti)
Un film di Sergei Parajanov (1984)
Il Sole 24 Ore, 31 Luglio 1988

Questa è la differenza principe tra l’opera letteraria e l’opera cinematografica - scrive Pier Paolo Pasolini in Empirismo eretico -: "L’istituzione linguistica, o grammaticale, dell’autore cinematografico è costituita da immagini: e le immagini sono sempre concrete, mai astratte". Quella del cinema, dunque, è tendenzialmente una lingua di poesia, non una lingua di prosa, o narrativa. Sono, queste, osservazioni famose e insuperate. E ora, come dopo un lungo sonno in qualche angolo della memoria, tornano alla coscienza. A evocarle è lo stile di Sergej Paradzanov. 

Copertina del DVD 'Il colore delle melagrane' di Sergej ParadjanovNon c’è narratività prosastica in La leggenda della fortezza di Suram, o almeno non c’è per noi, costretti a misurarci con un universo di significati e sentimenti che riusciamo a mala pena a intuire, in bilico come sono tra un vago ricordo della cultura d’Occidente e un primo sentore di quella d’Oriente. Le sue immagini ci chiedono solo di essere contemplate, gustate per la loro materialità, per la forza metaforica che viene direttamente dal loro linguaggio "fisico", "naturale". Il riferimento a Pasolini è quasi d’obbligo per Paradzanov. Lo è a causa della persecuzione cui il regista georgiano d’origine armena è stato sottoposto in Urss: cinque anni di lavori forzati e più di quindici di un altrettanto forzato silenzio artistico per "deviazione sessuale", cioé per omosessualità (oltre che per un fantomatico commercio di opere d’arte). E lo è ancor di più per le atmosfere dei suoi film, pervasi dal mito: Le ombre degli avi dimenticati (1965) e Sayat Nova (o Il colore delle melagrane, 1970 - v. a sinistra la copertina del DVD). 

La leggenda della fortezza di Suram, poi, è vicino all’incanto delle Mille e una notte, che ormai noi associamo quasi per istinto a Pasolini. E però tra i due autori vi è solo una tenue, per quanto profonda affinità poetica. Meglio, Paradzanov "fa" cinema di poesia, mentre Pasolini si limitò a sognarlo (e in questa impossibilità di adeguare la realtà al sogno, alla fine, stava la sua grandezza). Il fiore delle Mille e una notte, per esempio, sotto la poesia immediata della materialità delle immagini nasconde la prosa del rimpianto per un’ingenuità perduta: su quel rimpianto si innalza il linguaggio astratto dell’ideologia. Ovviamente: della grande, poetica ideologia. "Quanto a me - confida infatti Pasolini -, io continuo a credere nel cinema che racconta, ossia nella convenzione per cui il montaggio trasceglie, dai piani sequenza infiniti che si possono girare, i tratti significativi e valevoli". Il che non toglie, però, che altri riescano a tener fede fino in fondo al cinema di poesia. 

La leggenda della fortezza di Suram - copertina del DVDTra questi certo è Paradzanov: il suo ultimo film è tanto poco narrativo quanto un tappeto orientale. Meglio, come un tappeto orientale è pervaso di micro-narratività catturata in un susseguirsi di immagini fisse. La leggenda della fortezza di Suram [v. a destra la copertina del DVD originale russo] può anche non piacere allo spettatore d’Occidente, da sempre abituato al dominio della dinamicità. E tuttavia è difficile sottrarsi al fascino dello stile di Paradzanov. Il senso del film non è una storia, ma una somma di significati e sentimenti. In diciassette brevi capitoli si consuma il tradimento di Durmishkahn, arde il dolore di Vardò ed esplode il sacrificio di Zurab. A unire i loro destini è un elemento estetico-formale, non contenutistico. Le inquadrature sono statiche, frontali, proprio come se stessero su un grande tappeto: una questione di "stile", appunto. 

Cosa evoca in noi, spettatori d’Occidente, la poesia di questo stile? Intanto nel film c’è un sapore di confine, del confine tra un mondo ancora nostro e un altro, totalmente sconosciuto. Poi c’è un forte senso di nazione, che stupisce chi sia abituato a pensare all’Urss come a un monolite politico. Ma soprattutto c’è il mito, un mito che Paradzanov vive dall’interno, in una dimensione extratemporale: Il mistero della fortezza di Suram è ambientato nella Georgia feudale, ma noi lo sentiamo appartenere a una eterna contemporaneità dell’anima. E questa contemporaneità dell’anima è dominata dall’angoscia del tradimento: del principe nei confronti del popolo, di Durmishkahn nei confronti di Vardò, di Vardò nei confronti di Zurab e, su tutti, della morte sulla vita. Invecchia e intristisce, la bella Vardò, mentre la fortezza di Suram continua a crollare. C’è una maledizione sulla Georgia, forse una punizione per il tradimento. 

Le immagini di La leggenda della fortezza di Suram stanno fra gli estremi della vita (le uova impastate con la terra per costruire la fortezza) e della morte (la vecchia profetessa luttuosamente pianta da un coro di prefiche). Alla fine la vita trionfa sulla morte nel solo modo conosciuto nel mito, con il sacrificio di un eroe innocente, nuovo Prometeo che spezza le catene della colpa. Dietro al sacrificio probabilmente non c’è alcun significato. Il sacrificio "é " il significato. Paradzanov, poeta del cinema, fa come ogni poeta: non spiega, evoca.
 

Sergej Parajanov - Nato a Tblisi (Georgia) il 9 gennaio 1924 e morto a Yerevan il 20 luglio 1990, è stato uno dei più importanti registi cinematografici armeni. La sua opera, che affronta in chiave surrealista e visionaria le tradizioni popolari delle regioni caucasiche, è stata soggetta a fortissime censure da parte delle autorità sovietiche. Appartiene al cinema ucraino per il suo primo capolavoro, Le ombre degli avi dimenticati (1964) opera visionaria e poetica che si rifaceva a due generi cinematografici: quello etnografico e quello lirico molto attento alle scene nei particolari, con tinte oniriche e irreali. Appartiene poi al cinema georgiano-armeno per il secondo, Sayat Nova, ovvero Il colore delle melagrane (1968-69), opera letterario-figurativa dedicata appunto a Sayat Nova, poeta-cantore armeno del sec. XVIII. Opere eterodosse e assai diverse tra loro, l'una rutilante e sanguigna, l'altra statica e raffinatissima, costituiscono entrambe la rivelazione di un grande cineasta, misconosciuto e ostacolato in Urss. Si riallacciò all’estetica futurista, arricchendo il testo di quadri dedicati alla vita del cantore armeno e montaggi eccessivamente sperimentali (le pellicole venivano tinte in base allo stato d’animo del protagonista). Alla fine del 1982, dopo anni di persecuzioni e anche di prigionia, iniziò in Georgia il film di ambiente medievale La leggenda della fortezza di Suram, presentato alla Casa del Cinema moscovita nel 1985. Tra gli altri suoi film: Pirosmani (1986) sulla vita del pittore naïf, Asik Kerib (1988).

 

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INVITO ALLA LETTURA:
BRANI DI PIER PAOLO PASOLINI


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