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Notizie Addio a Maria Antonietta
Macciocchi
1960: Pier Paolo Pasolini collabora
con "Vie Nuove",
Questi resoconti, seppur poco ortodossi, colpiscono lettori e redazione, tanto che nel maggio del 1960 Pasolini si inserisce stabilmente nelle pagine di “Vie Nuove”, attraverso la rubrica “Dialoghi con Pasolini”. Scrivendo sul settimanale popolare del PCI, egli si trova di fronte un pubblico fortemente connotato in senso politico e ideologico. Maria Antonietta Macciocchi, direttrice di "Vie Nuove", propone a Pasolini una collaborazione con la rivista "Vie Nuove", cosa che avviene a partire dal maggio 1960; dice del poeta: "Pasolini era l'intellettuale più dolce, più delicato, più disponibile che avessi conosciuto. Era più facile 'dirigere' lui che il redattore più qualificato con la tessera del Pci. Oltre la rubrica personale, scriveva gli articoli che gli chiedevo sui soggetti più disparati […]".La Macciocchi scrive a Pasolini il 4 agosto 1960: "Le invio il disco di 'Vie Nuove' sui fatti di Reggio Emilia, e la lettera di un lettore che si riferisce ad esso […] Io ebbi a Reggio Emilia questo nastro da un commesso di un negozio di tessuti, che si era portato là il registratore per registrare il comizio; e, invece, finì con il registrare l'agghiacciante sparatoria che lei udrà, non una guerra, ma una fredda carneficina". Da quel nastro venne poi ricavato e messo in circolazione un disco. Pasolini rispose a un lettore che lo interrogava su quella registrazione, nella rubrica su "Vie Nuove": "[...] I critici stilistici dicono che ogni opera ha la sua "integrazione figurale": ossia ogni opera, nell'atto di essere scritta o letta, brano per brano, pagina per pagina, parola per parola, si integra in una sua totalità immanente ad essa, in una sua ideale conclusione che le dà continuamente senso e unità. Così – per questo disco – è atroce dirlo – la integrazione figurale, che gli dà quasi una dignità estetica, è la morte dei giovani lavoratori di Reggio, è la calcolata brutalità della polizia […] Quello che colpisce soprattutto […] è la freddezza organizzata e quasi meccanica con cui la polizia ha sparato: i colpi si succedono ai colpi, le raffiche alle raffiche, senza che niente le possa arrestare, come un gioco, quasi con la voluttà distratta di un divertimento […]Pasolini instaura con i lettori di "Vie Nuove" un discorso molto ampio che abbraccia tutte le problematiche dei primi anni sessanta. Sulle pagine di "Vie Nuove" si inserisce la polemica con Salinari, considerato la voce ufficiale del Pci in ambito letterario. Con estrema semplicità Pasolini svolge sulle pagine del giornale il proprio marxismo, e quella "contraddizione" tra l'essere con Gramsci o nelle "buie viscere" che segna un momento fondamentale della sua poetica. Così Pasolini in un articolo del 3 maggio 1962 intitolato "Cultura contro nevrosi": "Essere marxisti, oggi, in un paese borghese, significa essere ancora in parte borghesi. Fin che i marxisti non si renderanno conto di questo, non potranno mai essere del tutto sinceri con se stessi. La loro infanzia, la loro formazione, le loro condizioni di vita, il loro rapporti con la società, sono ancora oggettivamente borghesi. La loro 'esistenza' è borghese, anche se la loro 'coscienza' è marxista"L'accettazione del marxismo va di pari passo alla puntuale indicazione dei fattori di crisi del movimento marxista, che è soprattutto crisi dei partiti di ispirazione marxista (da un articolo su "Vie Nuove" del 15 luglio 1965 intitolato "Due crisi"): "Quello del capitalismo è un violento sviluppo, che, come dicevo in altre lettere precedenti, si presenta addirittura, al limite, come 'rivoluzione interna', che viene a modificare addirittura certe strutture del capitalismo classico: c'è per esempio nei paesi capitalistici molto evoluti un superamento delle strutture familiari e confessionali.. La crisi del marxismo è proprio dovuta a questo sviluppo in qualche modo rivoluzionario del neo-capitalismo. [....][I brani sopra riportati sono tratti dai "Dialoghi cn Pasolini" su "Vie Nuove, in Le belle bandiere, a cura d Giancarlo Ferretti, l'Unità-Editori Riuniti, Roma 1977] * * * di Miriam Mafai, l'Unità 16 aprile 2007
Per tutti i mesi dell´occupazione, continuammo a incontrarci, a distribuire volantini e l´Unità (per fortuna non dovemmo mai mangiarla). Mi fece leggere Malraux e mi spiegò che i comunisti cinesi erano «gagliardissimi». Dopo la Liberazione le nostra strade si separarono. Lei, con il marito Pietro Amendola, che aveva conosciuto a Roma nei mesi della clandestinità, venne mandata dal Pci prima a Salerno poi a Napoli per organizzare il movimento delle donne. Ma, dopo una burrascosa separazione dal marito (il divorzio allora non esisteva e anche una normale separazione era considerata molto disdicevole nel Pci) tornerà a Roma per dirigere prima Noi Donne e poi Vie Nuove. Il settimanale del Pci tirava allora alcune centinaia di migliaia di copie, ma aveva una diffusione solo interna. Questa condizione di semiclandestinità non intimidiva Maria Antonietta e non ne limitava le ambizioni: ora fedele alle direttive del suo partito, ora eretica ha vissuto per molti anni con ambiguità il suo legame con il Pci. Nel corso della sventurata insurrezione ungherese non esitò a censurare e manipolare le corrispondenze del suo inviato. Ma nello stesso tempo volle avere tra i suoi collaboratori due personaggi che all´epoca venivano considerati per lo meno anomali. Un ex fascista il primo, un omosessuale il secondo. E dunque, convinse prima Curzio Malaparte ad andare in Cina come inviato di Vie Nuove, e poi conquistò Pier Paolo Pasolini cui affidò una rubrica nella quale, scriverà compiaciuta, lo scrittore, «l´intellettuale più dolce, più delicato, più disponibile che avessi conosciuto, aveva sempre il modo di ribaltare i tabù, di star lontano dalle banalità, dalle idee correnti». In quegli anni ci incontrammo di nuovo, sia pure da lontano. Io, allora, vivevo a Parigi ed ero disoccupata. Mi propose di scrivere qualcosa per Vie Nuove. Ricordo ancora la lunga lettera, scritta rigorosamente a mano (non ha mai usato la macchina) con la quale mi restituì il mio primo articolo spiegandomi, puntigliosamente, gli errori che avevo commesso. È stata una giornalista appassionata, ambiziosa, coraggiosa, instancabile. Per l´Unità, intervisterà Tito («che ha a fianco Jovanka che pare una giovenca col parruccone nero»), Ben Bella, Guy Mollet, Mitterrand, Kruscev, Indira Gandhi. Nel 1968 sarà eletta, a Napoli, deputato per il Pci. Nel corso della campagna elettorale, trova il tempo e la forza di scrivere ad Althusser le sue Lettere dall´interno del Pci (niente affatto benevole nei confronti del suo partito) che pubblicherà l´anno successivo. Due anni dopo si innamora perdutamente della Rivoluzione Culturale e del Libretto Rosso di Mao. Va in Cina per l‘Unità, ci sta alcune settimane. E al ritorno, entusiasta, scrive un libro di 560 pagine. Comincia da qui la sua crisi con il Pci, che si accentuerà negli anni successivi. Nel 1972 non viene ripresentata alle elezioni politiche, si trasferisce in Francia, dove il suo libro sulla Cina ha avuto uno straordinario successo e dove tenta, con altrettanto successo una carriera accademica. Insegna sociologia politica all´Università Paris VIII, e nel 1977 consegue il dottorato in Scienze Politiche alla Sorbona. Ormai è un personaggio di primo piano del mondo culturale parigino, di cui fanno parte filosofi scrittori poeti professori universitari giornalisti. È il mondo di Sartre, di Malraux, di Sollers, di Althusser, di Lacan, e di un pezzo del movimento degli studenti che sta virando decisamente a sinistra, senza conoscere, per sua fortuna, le violenze e il terrorismo che abbiamo conosciuto in Italia. Ma quando in Italia scoppia il '77 e il movimento degli Autonomi tenta di conquistare Bologna, Maria Antonietta è convinta che in Italia sia in atto, ad opera dello Stato borghese e del Pci, una violenta repressione contro il movimento giovanile e organizza, in segno di protesta, una trasferta degli intellettuali francesi a Bologna. È troppo anche per il paziente Pci di Berlinguer. E nell´ottobre di quell´anno la Macciocchi subirà il suo «processo» nella sezione Trevi cui era ancora iscritta e verrà espulsa dal partito. Lei si vendica con un nuovo libro, Dopo Marx, aprile. Nel 1979, conquistata da Pannella, viene eletta, per i radicali, al Parlamento Europeo, ma dopo poco li lascia per passare ai socialisti. Intanto continua a girare il mondo, dalla Cambogia all´Iran, a Gerusalemme. E scrive scrive scrive, per il Corriere della Sera, per El País, per le Monde. Pubblica un libro che è quasi un´autobiografia Duemila anni di felicità. Nel 1992 viene insignita della Legion d´onore dal presidente Mitterrand. Nello stesso anno incontra Papa Wojtyla e ne resta affascinata. Dedicherà a lui un nuovo libro Le donne secondo Wojtyla. Pian piano dirada la sua collaborazione ai quotidiani e si dedica alla biografia di due protagoniste della nostra storia. Nel 1993 pubblica Cara Eleonora dedicato alla Fonseca Pimentel, e nel 1998 L´amante della rivoluzione, storia di Luisa Sanfelice e della Repubblica napoletana. Ma il mondo, e anche Parigi cambia. Gli intellettuali che lei ha amato e che l´hanno amata non ci sono più. Alcuni sono morti, altri hanno rinunciato alle manifestazioni e petizioni. Lei torna in Italia, si rifugia nella sua casa di Sabaudia, dove sfoglia vecchi quaderni di appunti, vecchi giornali, vecchi libri. Fino alla fine. * * * È morta a Roma due giorni fa la scrittrice Maria Antonietta Macciocchi, donna "irregolare" della sinistra. Pubblichiamo una rara testimonianza, un discorso pronunciato ad Amsterdam il 5 settembre 1996 all'Istituto internazionale di storia sociale. «Io dissidente,
con la Cina di Mao
Nella mia esistenza di donna italiana, ho più volte cambiato "nazionalità", nel senso che mi sono sentita "cinese" a Pechino in rivolta contro il dominio di Mosca, spagnola a Madrid (dove una volta finii nelle prigioni di Franco), combattente per la libertà e contro il colonialismo in Algeria, "argentina" con le madri dei desaparecidos a Buenos Aires, cilena a Santiago sulla tomba di Allende, e "berlinese", attraversando avanti e indietro quel Muro, talora con il mio amico scrittore Peter Schneider, al cui crollo ho dedicato tante energie, insieme ai dissidenti più amati. E poi, mi sono sentita assolutamente, totalmente "francese" per una ventina di anni, insegnando nelle università e condivendo le amicizie di grandi spiriti (ahimè, essi sono quasi tutti scomparsi), da Althusser a Sartre, a Foucault e Cohn Bendit. La nazione di cui sono fondamentalmente figlia [...] mi ha talora sopportato di malanimo, per diffidenza ancestrale, misogina e cattolica. Cominciai giovanetta in una scuola di partito. Subii le critiche del Comitato federale napoletano per aver scritto un libro bellissimo che si chiamava Lettere su Napoli dall'interno del Pci a Louis Althusser e infine fui radiata dal partito nel 1977, per avere sostenuto e accompagnato la lotta degli universitari bolognesi che, come quelli di Parigi, volevano inventare una nuova cultura universitaria. Contro di loro erano schierati anche uomini come il nostro Umberto Eco, divenuto poi famosissimo scrittore. Contro di noi ci fu una censura e una persecuzione implacabili, di una Sinistra stremata, sull'orlo dell'allucinazione, con la paura costante di doversi misurare con chi pensava altrove, oppure contro il potere cieco degli apparati, dei governi, delle potenze stabilite. [...] Certo, non ero sola, ma numerosi erano a quell'epoca gli intellettuali che cercavano di restituire alle masse la parola, la libertà di opinione o anche la forza della rivolta. Dopo Marx, aprile, è il libro che dedicai a quegli anni di rivolta ideologica e quindi alla manomissione dello Stato da parte dei partiti tangentisti, tutti legati da un patto di connivenza banditesca, come spiegai nel libro successivo, La forza degli italiani, in anticipo su tutti quelli che sarebbero stati gli scandali sollevati dal pool Mani Pulite, personalmente da Di Pietro [...]. L'Italia d'oggi sta pagando il conto della sua mancata unificazione, quella per cui si immolarono gli intellettuali napoletani di due secoli orsono, l'unificazione statale, economica, sociale, avvenuta negli altri paesi europei. Non unificarono l'Italia né Cavour, né Crispi, né il bravo Garibaldi, né i liberali, né Vittorio Emanuele e la monarchia dei Savoia, che si alleò poi con Mussolini, né la Chiesa che firmò con il dittatore il Concordato, poco dopo la presa del potere da parte delle camicie nere. Ma neppure la Sinistra, e nemmeno i comunisti, il cui occhio si rivolgeva verso la rivoluzione russa come panacea a tutti i mali, riuscivano a rendersi conto che la questione primaria era quella dell'unità del Paese, diviso tra Nord e Sud. Solo Gramsci aveva scritto una Questione meridionale. [...] Si può dire che il compromesso è la tela di ragno su cui si sono rette tante vicende, da quelle più turpi della dittatura, a quelle più furbe dei partiti politici. [...] Il compromesso di Berlinguer nasce, come si sa, dal crollo in Cile del potere di Allende democraticamente eletto l'11 settembre 1973, così che la conclusione cui arriva il leader del Pci è che non bastano la maggioranza dei voti elettorali ad un governo, per garantirne la stabilità, davanti alla Destra. Non bastava, secondo Berlinguer, una maggioranza del 50 più uno per cento dei voti. In breve, per noi italiani, significava allearsi con la possente Dc [...]. Solo la parola "compromesso" dava a tutta la Sinistra, soprattutto ai giovani, l'orticaria, il vomito; era la parola d'ordine dell'inciucio al vertice, era l'abbraccio con il nemico, e la gioventù che si era modellata sulla rivolta del '68 e che si andava spostando sempre più a sinistra dopo l'autunno caldo, non poteva che vomitare. [...] Berlinguer era un uomo limpido, un uomo morale ma anche un uomo d'ordine. Non capiva che dietro quei giovani c'era una presa di coscienza per il fallimento del regime sovietico, con Praga che era stata di nuovo invasa, e che la patria del socialismo non esisteva più per loro, e che l'Alleanza Atlantica, come dirà poi lo stesso Berlinguer, era ormai accettata come una sorta di scudo per l'Occidente di fronte a una invasione dall'Est. [...] Nelle elezioni del 1976, il Pci aveva raggiunto il massimo dei voti mai ottenuti (dietro c'era stata anche la vittoria dell'aborto e del divorzio). Tutti, dico tutta la Sinistra, si era gettata nell'azione elettorale per la vittoria dei comunisti, comprese le dissidenze di vario tipo e perfino certi piccoli gruppi extraparlamentari. Quando vi fu la risposta deludente della storicità di un'alleanza con i democristiani ovvero con il nemico, e con il suo uomo più sornione, più ambiguo, più demoniaco per la furbizia, Giulio Andreotti, che diventò il capo del governo, e il vero protagonista degli eventi, con un Berlinguer ideologo imbarazzato e un Moro impaurito, la furia e la rabbia circolarono in tutta Italia. [...] A quell'epoca Pasolini inventò il simbolo del Palazzo, come luogo centrale della corruzione dei partiti politici, dell'intrigo dei poteri. E scriveva sul Corriere della Sera : «Occorre distruggere il Palazzo». Ma il Palazzo è sempre lì. La vera eredità del '68, che si è ostinatamente voluto non comprendere, era stata una ricchissima animazione antiautoritaria degli studenti. Né ci si deve lasciare ingannare, come si fa ancora oggi, dal frasario rivoluzionario, ora bambinesco, ora poetico, ora minaccioso, che per il Pci era privo di senso, anzi addirittura fascista. Rinasceva allora il gusto per la vita, per l'amore, per l'allegria, e fu a quell'epoca che nacque anche quel movimento delle donne, che è stato il più nobile e coraggioso che abbiamo conosciuto, perché autonomo, ovvero non sottomesso alle ragioni e agli interessi dei partiti. --------------------------
Scrittrice, giornalista, protagonista della vita politica contemporanea in Italia e in Europa, è cresciuta in una famiglia antifascista romana ed ha partecipato giovanissima alla Resistenza. Laureata in lettere e Filosofia all'Università La Sapienza, è stata direttrice del periodico Noi Donne dal 1950 al 1956, e di Vie Nuove dal 1965 al 1961. Dopo l'elezione del 1968 nel Pci si era trasferita a Parigi per insegnare Sociologia Politica all'università di Paris VIII-Vincenes, per passare poi alla Sorbona dove nel 1977 aveva conseguito il dottorato di Stato in Scienze politiche. È stata eletta alle elezioni europee del 1979 per le liste del Partito Radicale. È stata membro della Commissione giuridica, della Commissione per la verifica dei poteri e della Commissione di inchiesta sulla situazione della donna in Europa. Ha aderito al gruppo parlamentare "Gruppo di coordinamento tecnico e di difesa dei gruppi e dei deputati indipendenti" fino al febbraio 1982; successivamente, abbandonando la linea radicale, ha aderito al "Gruppo Socialista". Determinante era stato il suo contributo - come componente della commissione Giustizia dell'europarlamento - per l'abolizione della pena capitale in Francia, nazione che nel 1992 - presidente François Mitterrand - la insignì della Legion d'Onore per meriti culturali. Numerose le sue opere letterarie tradotte all'estero: dalle Lettere dall'interno del Pci a Louis Althusser a Dalla Cina, La donna nera. Consenso femminile e fascismo; La talpa francese; Dopo Marx, aprile; La donna con la valigia; Le donne secondo Wojtyla (portando anche scompiglio tra i suoi amici della sinistra per le parole di apprezzamento nei confronti di Giovanni Paolo II per le posizioni espresse sulle donne attraverso i suoi documenti apostolici); Cara Eleonora passione e morte della Fonseca Pimentel; L'amante della rivoluzione. La vera storia di Luisa Sanfelice e della repubblica napoletana del 1799. Maria Antonietta Macciocchi era stata inoltre commentatrice di diversi quotidiani: Corriere della Sera, Le Monde, El Pais.
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1960: Pier Paolo Pasolini collabora con "Vie Nuove", diretto da Maria Antonietta Macciocchi |