...

Notizie

"Pagine corsare"
Notizie

Bernardo Bertolucci e Bellocchio:
non chiamateci maestri
Festa del Cinema di Roma
l'Unità 20 ottobre 2006

«Quelli che vanno, quelli che restano»: il titolo della serata mutuato da due quadri di Boccioni, Bernardo Bertolucci lo storpia subito in «quelli che resistono». 

Bellocchio abbozza con la sua espressione continuamente di pietra. 

Il primo incontro pubblico tra i due maestri del cinema, due strade che si divaricano all'interno della Nouvelle vague italiana, è avvenuto con il pretesto di presentare Histoire d'eaux, corto risalente a qualche anno fa e Sorelle, film a episodi che Bellocchio ha realizzato con gli allievi del suo laboratorio di cinema a Bobbio, il luogo in cui è cresciuto e dove ancora vive la sua famiglia. Recitano le sue anziane sorelle e il figlio Pier Giorgio, oltre a Donatella Finocchiaro, in quello che appare una riflessione pacata e nostalgica sul conflitto tra la necessità di lasciare il nido e l'istinto di sprofondarci dentro, rinunciando alle proprie ambizioni. In un gioco di rimandi il regista ha inserito scene da I pugni in tasca, un urlo lancinante e ampiamente autobiografico che da giovane lanciò contro l'istituzione familiare. Il corto di Bertolucci invece «nasce da una storia della letteratura indiana che mi raccontò Elsa Morante», spiega, un "disimpegnato" apologo in bianco e nero ambientato in Italia con Valeria Bruni Tedeschi sulla casualità e sul tempo.

Finita la proiezione, assalto di fotografi e cameramen, i due con difficoltà (forse qualche diffidenza) si predispongono a una chiacchierata con Mario Sesti. Rompe il ghiaccio Bertolucci, un grande conversatore e un combattivo, con un commento sul collega: «Sento Sorelle come un film molto personale, cioè non solo tuo ma anche mio, mi ha commosso». Poi continua: «Ogni volta che ho fatto un film avevo la tentazione di essere qualcun altro, Godard, Renoir. Invece Marco é voluto essere violentemente se stesso». Bellocchio precisa: «Ho sempre cercato di mettere l'arte e la mia vita di pari passo. Cercavo di portare fuori i temi che mi urgevano di più, che pressavano» .

Il Centro Sperimentale di Cinematografia. La prima volta che si incontrarono naturalmente la racconta Bertolucci: «Nel '62 stavo per girare La comare secca, il mio primo film e avevo 21 anni. Una sera incontrai in una casa Marco e due compagni di corso brasiliani. Dissi che il giorno dopo giravo, nessuno mi credette. Il giorno dopo i due brasiliani vennero a controllare».

La visione del cinema. Opinione comune: «abbiamo fatto cose diverse» ma sempre con un interesse reciproco. «Alle spalle avevamo due culture abbastanza differente - dice Bellocchio - . A Piacenza, per esempio, sui Quaderni scriveva un gruppo di intellettuali a cui mi sentivo affettivamente vicino che erano molto moralisti rispetto per esempio all'ambiente romano, a Pasolini». Così se I pugni in tasca e Prima della rivoluzione possono essere considerate le loro due opere diversamente biografiche e di rottura, dal Conformista e Ultimo tango a Parigi in poi le strade si sono divaricate. E ancora Bertolucci: «Lui, che era stato a Londra, amava il Free cinema inglese, io invece la Nouvelle vague francese, l'amavo così tanto che quando venne un gruppo di giornalisti prima dell'uscita de La comare secca dissi: "Questa intervista si fa in francese, che è la lingua del cinema"».

Pier Paolo Pasolini. Amici fraterni e collaboratori, Bertolucci non si può sottrarre a un ricordo del regista friulano: «La prima volta che lo vidi era domenica dopo pranzo. Suonò alla porta e mi apparve un tipo dalla faccia dura e un ciuffo ribelle, chiese di mio padre. Andai a dirglielo, lui era a letto ma lo avvertii: Per me quello è un ladro». 

La psicoanalisi. Qualcuno si dice veramente interessato all'argomento, visto che i due cineasti tuttora si sottopongono ad una terapia. Bellocchio è molto restio, conferma soltanto che segue «il metodo ormai noto di Fagioli, che non devo difendere né spiegare mentre Bernardo è un freudiano» Lui sorride, sornione: «Sono in analisi dal '69.Se avessi passato quelle ore su un aereo ora sarei capitano di un Jumbo. Credo che ormai si sappia tutto, sono stato molto generoso con le esternazioni pubbliche. Forse è un modo per inquinarle e respingerle».

Non chiamateci maestri. La serata si conclude con una specie di supplica di uno studente di cinema adorante, giovane e senza mezzi che chiede che cosa deve fare per riuscire a lavorare nel cinema. Bertolucci chiosa: «Innanzitutto smettila di chiamarci maestri». Risate, specie di Bellocchio che recupera con un colpo di coda la sua dote di narratore: «Ricordo una volta al Centro venne Antonioni a presentare L'Avventura. Io per una specie di sfida, nel mio gretto provincialismo gli chiesi: "Guardi, non so da che parte iniziare, non ho mezzi, non conosco nessuno in questo campo. Lei per esempio se le chiedessi il numero di telefono me lo darebbe. E lui: No!".Questo rifiuto mi aiutò tantissimo, quel no significava che dovevo fare da solo, tirare fuori da me quella vitalità che ti spinge a voler fare cinema». 

 

.


Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
.
 

Bernardo Bertolucci e Bellocchio: non chiamateci maestri

Vai alla pagina principale