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Notizie Le borgate perdute
di Pasolini
Orti e praterie
. «Dietro alla borgata Gordiani, in una prateria da dove si vedeva tutta la periferia con le borgate, da Centocelle a Tiburtino, in fondo ad un orto zuppo di guazza, ci stavano dei grossi bidoni arruzzoniti, abbandonati lì insieme a altri ferrivecchi, in un recinto» . da Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini .
Rroma anni '60: ex-borgata Gordiani, si costruiscono i primi quartieri popolari... A Ponte Mammolo, in fondo alla Tiburtina, dove Pier Paolo Pasolini venne ad abitare appena fuggito a Roma, ci si arriva con la metropolitana. E nel vecchio palazzo «senza tetto», via Tagliere numero 3, oggi trova sede addirittura la Casa internazionale della poesia. Tutto intorno parabole, videonoleggi, gelaterie che offrono prodotti dai gusti e dai colori inorganici, ricariche di cellulari. Inesorabilmente cancellata, sul limes di Pietralata, la storica scritta a vernice: «Qua so’ cazzi!». E i “pischelli” sfoggiano cappellini da baseball. La mutazione antropologica, d’altra parte, ha investito anche il Pigneto, sulla Casilina, che ormai va di moda ed è quasi un quartiere “fichetto”. Qui fu girato Accattone: «Erano giorni stupendi in cui l’estate ardeva ancora purissima, appena svuotata un po’ dentro, della sua furia». Niente più «casupole basse», né «muretti screpolati» con un sottofondo di Bach; si è spenta «la granulosa grandiosità» delle «povere, umili, sconosciute stradelle, perdute sotto il sole, in una Roma che non era Roma». Ci sono oggi, al Pigneto, che è Roma assoluta e quintessenziale, interessanti librerie dai nomi pasoliniani come Il Corsaro; ci sono eventi culturali, compreso il premio Pasolini-Pigneto, ci sono ristorantini, negozi equo-solidali e con qualche azzardo mercantilistico appaiono maturi i tempi anche per un sushi-bar. I fratelli Citti, Franco e Sergio, venivano da Torpignattara. Ma la luce della borgata non è più quella «lercia e bituminosa» che ancora segna il cielo di Mamma Roma. In compenso qui sono venuti a vivere i cinesi. Lavorano il cuoio, stanno tra loro e non ridono mai. Quarant’anni fa il sottoproletariato romano aveva anch’esso i suoi problemi, ma era più allegro. O così almeno sembrò a quel giovane e strano intellettuale con gli occhiali da sole - un grandissimo filologo, in realtà - che da Sergio e Franco a tutti costi voleva sapere cosa significava «ghisciorfo». Oppure, piuttosto, «ghisorfo»? Alla borgata Gordiani, nel
frattempo, gli orticelli e i pratoni sono diventati “Parco”. Ci fanno anche
il calcio femminile, oltre che meritorie ricerche etno-musicologiche. E
tuttavia anche qui, come negli altri luoghi che frequentavano il Tommasino
di Una vita violenta con i suoi compari Lello, il Zimmìo,
il Cagone, il Budda e il Zucabbo, ecco, nella immensa periferia pasoliniana
le scavatrici hanno smesso di piangere, sono state divelte le reti, disseccate
le marane, chiusi gli sfasciacarrozze, abbattuti i villaggetti di tuguri,
né si ascoltano più in lontananza le voci dei grammofoni.
Ed è come
Ma di sicuro quei pezzi un
tempo estremi della città eterna, della “città di Dite”,
hanno trovato un destino di fuga nel vuoto abitabile dell’omologazione
e del superfluo. Quando il necessario, se non l’indispensabile, per mezzo
secolo almeno ha funzionato come magnifica e cupa risorsa evocativa. «Nessun
nome grazioso, nessuna bella vista o bel vedere, nessun prato fiorito o
valle fiorita, o ombrosa - scrive Ennio Flaiano (sceneggiatore di Fellini)
sulla toponomastica della ex periferia romana - nessuna concessione al
forestiero o al viandante. Tutto parla di misfatti, di fughe, di cattivi
incontri. “Il Malincontro”, “la Casaccia”, “la Chiesaccia”, “la Coccia
di morto”, “il Fosso del Malpasso”, l’osteria “Pisciacavallo” o quella
“della Puttanella”, “il Casale Abbruciato” e
![]() a Pasolini, a suo modo ha perfino recuperato dignità. Nel 1972, a Sanremo, Vianello e la Goich cantarono l’ottimismo della marginalità: Semo gente de borgata («ma stamo mejo noi...»). Quattro anni dopo il sindaco comunista Petroselli buttò giù i borghetti. Ancora un decennio e, «Nato ai bordi di periferia», ebbe successo l’inno inaugurale di Eros Ramazzotti (però era sparito pure il dialetto). Vennero poi Sbardella, e Rutelli, e Veltroni; e piscine vanitose alla Storta, ruspe anti-abusivismo - «L’abusivismo è come il vento» gridava Teodoro Buontempo - proteste sui tetti, e consiglieri di An che si dettero fuoco, addirittura. Ma intanto, alla Magliana, il negozio del “Canaro” - “Mambli Lavaggio Cani” si leggeva con un brivido - vende intimo femminile, anzi lingerie. «C’era calma e sole
dietro il Quadraro» scrive Pasolini. Bene: non c’è più.
Non c’è più il 409 che sulla Tuscolana, verso Porta Furba,
«cambiava marcia raschiando in mezzo alla folla, fra i tricicli e
i carretti degli stracciaroli, le biciclette dei pischelli e i birroccioni
rossi dei burini che se ne tornavano calmi calmi dai mercati verso gli
orti della periferia». Là in fondo, adesso, c’è Ikea,
penultima cattedrale del consumo. L’acquedotto è rimasto: restaurato
dalla
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