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"Pagine
corsare"
Notizie
Il poeta Pasolini "cantore
di borgata contro la modernità"
Il ricordo del cugino Nico Naldini
a trent'anni dalla morte
Intervista di Francescio
Mannoni, da "La Provincia di Sondrio"
30 ottobre 2005
«Io e Pier Paolo siamo
figli della guerra, nel senso che i nostri padri erano due giovani soldati
della prima guerra mondiale abbastanza amici fra loro che sposarono due
sorelle di Casarsa: mia madre e la madre di Pasolini. Tra Pier Paolo e
me c'era una differenza di sette anni, ma già da ragazzino io gli
andavo sempre dietro».
Il poeta e scrittore Nico
Naldini, cugino di Pier Paolo Pasolini (5/3/1922 - 2/11/1975), ha accettato
di ricordare il parente e amico nel trentennale della morte. Naldini, che
con La Cargo edizioni ha appena pubblicato Come non ci si difende dai
ricordi, un amaro racconto in cui la morte di Pasolini è il
filo conduttore della memoria, parla del cugino come se fosse presente.
«A differenza di tanti altri adulti - dice -, Pasolini aveva per
me e per i miei coetanei un'attenzione pedagogica. Durante la seconda guerra
mondiale, siamo stati suoi allievi in quarta e quinta ginnasio. Insegnandoci
latino, greco, italiano e inglese, ci ha formati culturalmente dandoci
anche qualcosa in più: l'aspirazione ad un miglioramento continuo
personale e anche morale».
Il fattaccio che lo costrinse
a lasciare Casarsa, fu davvero un episodio scandaloso come lo ricordano?
«Accetto, ma non condivido
i termini fattaccio e scandaloso. Era il 1949, Pasolini aveva 27 anni e
per accuse relative ad una presunta relazione omosessuale, fu espulso dalla
scuola e dal partito comunista. Per difendersi dal comandante dei carabinieri
di Casarsa che lo interrogava in modo stretto sulla vicenda, lui ha creduto
di potersi giustificare dicendo che era stato suggestionato da certe letture
di Gide e aveva voluto fare un'esperienza simile. Il partito comunista
reagì nel modo più ingenuo, prendendo per buone quelle dichiarazioni
che servivano soltanto a discolparlo, e lo espulse dicendo che Pasolini
era impregnato di cultura decadente borghese».
Dopo che Pasolini lasciò
Casarsa, vi vedevate spesso?
«Da Casarsa andò
a stare a Roma presso nostri parenti. Io lo andavo a trovare spesso, anche
perché avevo rapporti con l'ambiente culturale romano, ma specialmente
dopo che mi trasferii a Milano per lavorare nella casa editrice Longanesi,
lo vedevo con molta più frequenza. Dagli anni Settanta ho cominciato
a lavorare nel cinema nella casa produttrice dei suoi film, e ho collaborato
con lui per il Decameron, e gli altri film della trilogia. Per Salò
ho partecipato a tutte le fasi del film, dalla sceneggiatura alla preparazione
e quando Pasolini è morto, ho dovuto affrontare da solo una situazione
turbolenta, grazie però ad alcune istruzioni avute prima da lui
su come intendeva impostare la difesa del film».
Da lingua e dialetto elaborò
una cifra linguistica efficacissima nella poesia, nei romanzi e nei film:
come arrivò secondo lei al connubio perfetto tra lingua e dialetto?
«La nostra famiglia
materna era di estrazione piccolo borghese, però il mondo intorno
era di vecchi contadini, e abbiamo assistito ai riti agresti e al linguaggio
che li accompagnava prima dell'avvento della meccanizzazione. Il dialetto
era il friulano dei contadini, non era mai stato scritto benché
il Friuli abbia da molti secoli una tradizione letteraria di tipo dialettale
e campanilistica, perché quella della zona sulla riva destra del
Tagliamento, era semplicemente una lingua di comunicazione tra contadini.
Pasolini assunse questo dialetto non solo come metro linguistico, ma come
mezzo etico di conoscenza del mondo in rapporto con la realtà».
È stata un'operazione
molto complessa...
«Perché? Pasolini,
si è immerso ed è diventato compartecipe, quasi consanguineo
al mondo dei giovani contadini di Casarsa, e l'ha trasferito nelle sue
prime poesie ma anche nella forte immaginazione di un universo popolare.
Una volta a Roma, un'operazione analoga l'ha compiuta nelle borgate romane,
e il romanesco parlato in questi quartieri ha dato adito poi ai suoi romanzi».
Romanzi come Ragazzi di
vita e Una vita violenta, nascono proprio dallo studio del mondo
dei borgatari?
«Certo, uno studio
non dottrinario, non tecnico, ma vissuto attraverso il contatto diretto
con il mondo popolare delle borgate che allora erano luoghi ignoti, terre
incognite. Anche le gerarchie del partito comunista non sapevano che esistessero.
Credevano che fossero dei proletari: no, erano dei sottoproletari, qualcosa
di peggio. Pasolini ha descritto il mondo popolare di Casarsa e delle borgate
romane ed è lì la chiave poi del Pasolini apocalittico che
si scaglia contro l'epoca moderna, e fa le sue riflessioni e le sue battaglie,
perché il dolore di aver visto tramontare questi due mondi, per
lui era immenso».
Il Pasolini poeta, invece,
su quali basi conferma la sua ispirazione?
«Il Pasolini poeta
nacque quando la poesia ermetica dominava il panorama intellettuale, e
lui reagì subito a quel mondo ermetico preferendo riferirsi ai poeti
dell'Ottocento come Leopardi e Manzoni. Questo è stato il primo
passo. Il secondo è stato adottare il dialetto dei contadini di
Casarsa in termini poetici. E lì ha avuto il riconoscimento da parte
di un grande filologo come Gianfranco Contini che scrisse una recensione
al suo primo libro di poesie e confermò la sua idea di poter sfruttare
il filone popolare. Questo aspetto si è poi concretizzato con le
componenti sociali e politiche in Le ceneri di Gramsci, nel mondo
del capitalismo, dei contrasti e delle lotte che sosteneva quotidianamente
animato da una ideologia pura e indomabile».
Il politico come agiva, come
si poneva al centro delle questioni che dibatteva? «Non aveva rapporti
organizzativi né di responsabilità con un partito che in
questo caso sarebbe stato il partito comunista, verso il quale ha diretto
sempre diverse critiche. Fra l'altro disse che i comunisti italiani non
avevano fatto quell'esame di coscienza che avrebbero dovuto fare alla caduta
dello stalinismo. È stato sempre ritenuto un compagno di strada
di cui non fidarsi perché poteva scoccare in qualunque momento una
freccia polemica che la burocrazia del partito comunista non era disposta
ad ascoltare. Questo benché all'interno del partito comunista ci
fossero dei dirigenti che lo stimavano molto, tipo d'Onofrio. Ma soprattutto
Nenni ha avuto per lui una gran simpatia. Oltre che essere scomodo, Pasolini
si sentì sempre libero di dire quello che voleva e pensava, senza
mai tirarsi indietro per ragioni di convenienza o di diplomazia».
Sulla sua fine sono state
dette e scritte tante cose. Lo stesso Pelosi ultimamente ha parlato di
complotto, di più persone che hanno ucciso lo scrittore. Secondo
lei, cosa accadde veramente quella notte?
«A questa domanda
da trent'anni rispondo in maniera univoca. Quando ho saputo della sua morte
violenta, ho pensato ad un assassinio come tanti altri che si sono verificati
tra uomini che avevano rapporti con dei giovani. Da tutte le indagini criminologiche
non è venuta fuori una sola prova che l'assassinio fosse opera di
più persone. Ho sempre sostenuto che Pelosi era solo. Ci sono infinite
supposizioni, una più fantastica e stupida dell'altra per spiegare
la morte di Pasolini. Tutte fandonie. La mia intuizione l'ho avuta il giorno
dopo la morte di Pasolini quando ho visto la foto del suo assassino sui
giornali. E ho pensato: questo è il tipo di ragazzo di cui Pasolini
si sarebbe forse innamorato perché apparteneva alla sua tipologia
erotica».
A trent'anni dalla morte,
le opere di Pasolini ancora si leggono, ancora fanno discutere, creano
scandalo: la sua perdurante attualità è frutto di una intelligenza
che riesce ancora a turbare?
«È la forza
delle sue idee, il modo di esprimerle, a tenere vivo un sentimento che
nasce dal cuore ma passa per il cervello: è un'operazione che richiede
grande forza culturale ma anche morale, perché combatte contro tutti.
Non c'è una verità stabilita al di fuori che uno si accontenta
di contemplare e buonanotte; la verità va ricostruita giorno per
giorno, e credo che nel nostro tempo così incline ai compromessi,
a forme di corteggiamento, di sudditanza, di sfruttamento, la sua genuinità
sia sentita come un valore non più corrente, e intorno a questa
assenza c'è come una nostalgia. La gente legge Pasolini per apprendere
una verità taciuta provenire da colui che ha avuto il coraggio di
dirla. In questo senso è quasi la coscienza di un Paese che una
volta tanto non dimentica. Pasolini ha molta fortuna anche all'estero,
in Germania soprattutto. I suoi libri e le sue poesie sono tradotte anche
in America ed è uno degli scrittori più noti e amati all'estero».
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