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Contributi dei visitatori Pasolini, uomo sbranato
Il 2 novembre del 1975, nella notte del giorno dei morti, morì Pier Paolo Pasolini, martire vivissimo della sua generazione. Martire nel senso di testimone: osservò da dentro, mai da fuori, il “mutamento antropologico” dell’Italia, il buco nero dell’omologazione, la scomparsa silenziosa di un mondo che era, soprattutto, un modo di essere, di parlare, di sentire. Scrittore senza aggettivi, persona scrivente che non volle scomparire, andava in direzione contraria rispetto alle teorie più in voga all’epoca: decretavano la morte dell’autore, la rimozione dell’esperienza vissuta, la concrezione dell’idea nell’idolo dello “stile”. Pasolini non avrebbe apprezzato la celebrazione della sua morte, questo trentennale. Difese la virtù perenne della poesia, la sua “inconsumabilità”, l’impossibilità, per il Sistema, di digerirla, di inserirla nei suoi meccanismi di sminuzzamento e di trasformazione banalizzante in mangime per le masse. Ci sono due destini, per colui che pensa, oggi: o entrare nella gabbia, farsi “bestia da stile”, rendersi disponibile nella forma (ri)cercata e concessa; o scrivere una storia di oltraggi e di oltranze, uscire all’”impura aria” in cui ogni critica possibile inizia nelle ferite di un corpo reale, vero e di carne. Pasolini era di difficile digestione, era facile accorgersene: ma è stato digerito, consumato. Smembrarlo era l’unico modo per darlo in pasto ai cani neri del Sistema: sono i ragazzi che in “Salò o le 120 giornate di Sodoma” vengono legati, costretti e condotti come bestie dagli aguzzini in uniforme. Non siamo noi, gli aguzzini, noi siamo le bestie. Ma alcune bestie hanno occhi che aizzano i carnefici, che rendono più brutali i bruti: sta nella bontà dello sguardo l’offesa a colui che offende, sta nella bellezza di chi non sa di essere bello (unica bellezza vera, secondo Sandro Penna) l’arma dell’umile che si oppone alla brutalità del brutto. Ogni etica fonda un’estetica: la città di Orte era bella e giusta, perfetta come un’opera naturale, secondo Pasolini. Carità e grazia non sono estranee all’uomo: ma occorre impegnarsi in un’azione archeologica, portare alla luce quanto di vero rimane, restituire realtà, non arrendersi alla violenza simbolica di chi vuole insegnarci che la merda è cibo buono, da mangiare con gusto. Per ringraziare Pier Paolo Pasolini occorre spegnere gli apparecchi, uscire, partire: non conosciamo più l’Italia, non sappiamo più chi siamo. Non c’è uno scrittore che sappia (de)scrivere le nostre vite: nessuno ci ama quanto Pasolini amò i suoi italiani. L’amore d’oggi è di possesso, è l’altra faccia della distruzione. da www.mediaquotidiano.it
4 novembre 2005 |
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