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Notizie Miracolo a Roma
Non è facile ricordare Pier Paolo Pasolini, non è facile farlo quando scatta l’ora del rimpianto forzoso, dell’inesorabile suono di un tempo che solo ora appare reale, scardinato dall’intelletto di un artista straordinario, poliedrico, dissacrante. Pier Paolo Pasolini è morto, è stato ucciso, si urlava nelle borgate romane quel 2 novembre del 1975. E lo conoscevano tutti, ma proprio tutti, quel volto austero, quel nome altisonante che rimbalzava soavemente dal cinema alla letteratura, dalle pagine di cronaca ai campi di calcio. Ma in troppi, ancora oggi, sono quelli che lo ricordano come uno perverso, un omosessuale che ha fatto la fine che meritava. Dimenticare questo significa dimenticare Pasolini e il suo insegnamento. Significa fare la veglia ad un morto con le lacrime finte e miserabili di chi, qualche anno fa, era dall’altra parte della barricata a denigrarne il valore. Quel pettegolezzo era la vera pornografia, l’oscenità scomoda che la ucciso - lasciandolo inerme e senza vita - in una di quelle borgate fatte di povertà e miseria, popolate di personaggi che con tanta forza ha descritto, compianto e perdonato. C’era lui col popolo a raccontare la piccola Italia, quella degli esclusi, degli emarginati, dei reietti. C’era lui a parlare per primo di omologazione culturale, della mutazione antropologica degli italiani alle prese con il consumismo sfrenato, c’era sempre lui a ricordare il nuovo fascismo laico dei media massificati. Ma non c’era lo Stato. Non c’era la chiesa a perdonargli quella sua fede così personale, così privata, così vera da non essere ostentata su di un altare. Adesso siamo noi ad accoglierlo in processione, con gli occhi lucidi e le frasi di circostanza. E a ricordare a noi stessi che quell’Italia che non voleva accettarlo, che non voleva riconoscersi nelle sue parole, è ancora viva e ancora in piedi. Lui no. Forse è cambiata la morale o forse si è trovata una via di fuga alla vergogna. Quelle parole facevano male, raccontavano come eravamo e come saremmo diventati. Pasolini indicava la luna, noi gli guardavamo il dito. Ora che siamo quello che lui sapeva saremmo stati, c’è il sospetto che quelle parole, non contino già più. Che siano mutate insieme a lui, che nascondano altre pieghe di un tempo che nessuno è più in grado di leggere. Il tempo degli imbonitori politici, delle isole famose, dei divorzi in diretta, delle stragi di mafia ripiegate in trenta secondi di telegiornale. Il resto è pubblicità. E in questa tempesta non resta che rifugiarsi all’interno di un museo. A contemplare il set del film Accattone, ad ascoltare per ore le parole di chi non l’ha mai tradito. Di chi, da sempre, ha lottato per la sua purezza, denunciando lo Stato per l’avventatezza con cui ne ha archiviato l’omicidio. Ma è necessario ricordare che fra quelle facce che lo compiangono ci sono anche le nostre che, mutate antropologicamente, non si distinguono più da quelle che l’hanno ucciso.
Miracolo a Roma
La mostra propone 60 fotografie, per lo più inedite, realizzate da Angelo Pennoni, indimenticato fotografo di scena del film Miracolo a Milano. Le immagini ci restituiscono la Roma di borgata o gli sfondi urbanistici della modernità, che Pasolini racconta dal vivo come un pittore che alla pittura “di studio” preferisce dipingere “en plein air”. Le foto di Pennoni oscillano tra l’icona e lo scatto rubato, riprendendo di volta in volta il tono delle inquadrature costruite da Pasolini e le cronache del set. Sorprendiamo così Pasolini a fronteggiare parroco e chierichetti bardati per la scena del funerale, e poi, a colloquio con Alfredo Bini, geniale produttore che saprà creare attorno a quell’esordiente di talento una rete di protezione tecnica con personaggi come il direttore della fotografia Tonino Delli Colli o il montatore Nino Baragli che accompagneranno poi Pasolini lungo tutta la sua carriera. La mostra è promossa dall’Assessorato alle Politiche Culturali e dalla Sovraintendenza ai Beni Culturali del Comune di Roma in collaborazione con Zètema. A cura del Centro Sperimentale di Cinematografia. FINO AL 29 GENNAIO 2006. Altre due mostre fotografiche si svolgono nello stesso periodo al Museo di Roma in Trastevere, Pasolini e Roma e La lunga strada di sabbia: se ne parla in altre pagine all'interno di "Pagine corsare" (si vedano comunque anchequi alcuni dati informativi). PASOLINI E ROMA La mostra ripercorre l’arrivo a Roma dello scrittore e i suoi contatti con l’ambiente intellettuale e artistico che, in anni segnati da eventi significativi e drammatici della storia politica e sociale del Paese, hanno dato luogo a intensi e duraturi sodalizi. Fotografie, film, documentari, dattiloscritti originali, prime edizioni, raccontano la sua ricca e articolata esperienza umana e artistica.Nella mostra sono presenti anche alcune opere di artisti vicini a Pasolini e un nucleo di opere di artisti contemporanei; è, inoltre corredata da una sezione video e documentaria che presenta interessanti materiali di repertorio ed è realizzata grazie alla collaborazione della Rai - Direzione Teche, del Centro Sperimentale di Cinematografia, del Centro Studi – Archivio P. P. Pasolini di Bologna, dell’Associazione Fondo P. P. Pasolini, della Cineteca di Bologna, dell’Istituto Luce, della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, del Gabinetto Vieusseux, del Fondo Moravia, dell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico e da altri archivi privati. La mostra ideata da Gianni Borgna è curata da Enzo Siciliano con Federica Pirani. È promossa dall’Assessorato alle Politiche Culturali e dalla Sovraintendenza ai Beni Culturali del Comune di Roma in collaborazione con Zètema. FINO AL 22 GENNAIO 2006 Museo di Roma in Trastevere - Piazza S. Egidio 1b - Roma LA LUNGA STRADA DI SABBIA
* * * Sulle
tre mostre del museo di Roma in Trastevere
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