Notizie
 


Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998
.
..
"Pagine corsare"
Notizie

Gianni D’Elia: «Aiutiamo la politica
con il fiore “inutile” della poesia»
di Flavio Santi, Liberazione, 7 settembre 2006

Gianni D’Elia incarna quel sogno umanistico, sempre più raro, del poeta che è anche, innanzitutto, una persona appassionata e leale. Lo raggiungo al telefono una dolce sera di metà agosto. Quella che segue è la riduzione, per ovvie ragioni redazionali, di una lunga chiacchierata che ci ha portati a varcare le soglie della mezzanotte. 

Il mondo sembra non avere bisogno della poesia. La recente guerra in Libano lo conferma tragicamente…
Il mondo sembra aver bisogno di prosa in senso hegeliano, cioè dei realia, gli interessi, l’economia, il petrolio. Il giorno dell’inizio dei bombardamenti ho tradotto un frammento delle Georgiche di Virgilio, I 500-14, cercando di attualizzarlo, di attraversarlo, di farlo risuonare in una drammatica compresenza di tempi. Questo può fare un poeta in simili circostanze: non dimenticare. “Vorrete impedire almeno ai giovani / di soccorrere il secolo sconvolto, / voi che pensate solo ai trionfi vostri, / ovunque rovesciando sacro ed empio? / Perché per voi è sacro il sacrilegio / della guerra, e sacrilega la pace, / quante sono le guerre per il mondo, / quante sono le facce svergognate! / Così, slanciati al mondo i carri armati / si danno al nuovo spazio in un crescendo / coi carristi rapiti dai motori, / e non ascolta nessun freno il vento…”

A proposito di capacità d’intervento, per il trentennale della morte di Pasolini lei è stato tra i pochi a fare qualcosa di realmente efficace, pubblicando due libri sul poeta, L’eresia di Pasolini, sulla sua poetica, e Il petrolio delle stragi, ricostruzione documentata e persuasiva della sua morte…
Pasolini è la sineddoche, parlando di Pasolini parlo della storia mancata della sinistra, quel “possibile” della sinistra non realizzato. Fra le tante cose su cui Pasolini ci fa riflettere ce n’è una particolarmente attuale: la differenza tra sviluppo e progresso, che riprendeva dal Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani di Leopardi. Il progresso è quella condizione di passato-presente, anche in senso proustiano, che fa crescere una nazione. Ebbene noi siamo molto indietro: c’è sviluppo senza progresso. Io ho cercato di scrostare Pasolini un po’ dal mitema che l’ha incrostato e di far vedere che Petrolio è una lucidissima critica dell’economia politica, che così va letto e che per questo Pasolini è stato ucciso. Dietro le stragi c’è l’economia. Adesso i tempi sono maturi per chiedere a viva voce di togliere il segreto di Stato. 

Mi pare che lei è tra i pochi ad avere conciliato l’apparentemente inconciliabile (o comunque difficilmente conciliabile): Fortini con Pasolini…
Questo me lo disse già il compianto Bernard Simeone nel ’95: in Francia Fortini e Pasolini sono visti convergenti, solo qua da noi appaiono così inconciliabili. Si tratta di una contraddizione vitale: Fortini è il Padre, incarna il senso del dovere, Pasolini è il Figlio, l’attitudine filiale e ribelle. Nelle Ceneri di Gramsci Pasolini parla di “mio paterno stato traditore”, dove traditore fa rima con calore… C’è bisogno di entrambi, virgilianamente il puer e l’adulto. 

Ha vissuto in prima persona gli anni ’70, un periodo che non sembra ancora essere stato compreso e risolto in pieno e che continua a suscitare spaccature. Come giudica quegli anni?
Ero in Lotta Continua dal ’72. A Pesaro abbiamo fondato Radio Pesaro Centrale con un centinaio di persone: eravamo in contatto con Radio Alice ma la nostra era un’esperienza diciamo meno majakovskiana. Oggi bisogna avere il coraggio di dire che aveva ragione Pasolini, non sono d’accordo con Franco Berardi Bifo quando sul vostro giornale scrive “Avevamo ragione entrambi”. E no, noi avevamo torto! Eravamo chiusi in una sottocultura, in una specie di rigatteria del tardo, che non badava al sodo ma al pop. Il ’77 è teoricamente debole, non bastavano la Beat Generation e Majakovskij. Adesso che ci avviciniamo al trentennale ci vuole il coraggio dell’autocoscienza, abbiamo bisogno di capire. E Pasolini e Fortini ci saranno di grande aiuto. 

Lei è tra i pochi disposti a “sporcarsi” pasolinianamente, a confrontarsi con il pubblico: un esempio è la sua collaborazione con il cantautore Claudio Lolli. Ce ne parli (e così ci dice anche la sua opinione sull’annosa questione canzone vs poesia)? 
La collaborazione risale al periodo della Pantera, fu Alberto Bertoni a invitarci a una serata a Modena. Da allora abbiamo fatto parecchi concerti, abbiamo realizzato un cd per l’Unità, “La via del mare”. La separazione tra musica e poesia era considerata funesta da Leopardi, e non dimentichiamo che inizialmente i Canti leopardiani erano intitolati Canzoni! A fare la differenza è la qualità dei testi. Claudio è un vero poeta, sa unire il popolare al colto, con giri sintattici e citazioni leopardiane, con grande sapienza metrica, l’uso ad esempio del settenario. Questa problematica mi interessa molto: il mio nuovo libro, in uscita a gennaio, si intitola Trovatori e sviluppa proprio l’idea di una poesia vicina all’orecchio. Dal poema narrativo sono passato a quello dialogico: è una sorta di convivio con persone che parlano, c’è molta storia d’Italia, si parla dei “partecipanti” a quel sogno comune di civiltà che non vogliamo finito. La poesia trobadorica è molto importante, andrebbe rivisitata e ripensata. La vera sfida è unire canto e racconto. 

Lei è la dimostrazione che per fare poesia bisogna confrontarsi con la prosa (penso alla trilogia Gli anni giovani). Ci parla di questa esperienza?
Per me la poesia è il sentire prima del linguaggio, che poi ti porta al linguaggio: una scarica, il “melos”. L’intonazione è fondamentale, e poi il legame con lo spunto, sabianamente. La prosa è l’eversione; come scrisse Luzi: “la prosa per un poeta è la fiducia in un dono di violenza”. Dal ’94 ho iniziato a tenere una specie di libro segreto, uno “zibaldino” se vuole, L’ozio della Riviera, un faldone di oltre mille pagine, una perlustrazione delle mie ossessioni più indicibili, legate soprattutto all’eros e alla morte. È un libro che non ho intenzione di pubblicare, è volutamente impubblicabile, un’opera aperta, così mi sento libero, è un grido contro ogni possibile editing, una vera e propria purga secondo me. Il narratore vi riflette spesso, concludendo che i romanzi che escono oggi non possono che essere degli aborti, un insieme di tagli perpetrati dall’industria editoriale. Un “romanzo di poesia”, sulla strada aperta da Petrolio. Un lavoro postumo, lento e molto segreto. 

D’Elia, lei è un poeta che si guarda intorno, si interroga su quello che ci accade. Come giudica il nostro Paese? 
C’è grande indignazione: metà del paese che vota per Berlusconi, non è possibile mi dico. Possibile che l’intelligenza, la sensibilità non contino più? Il trasformismo è il vizio dell’Italia: gente dal passato sospetto con nuove verginità, uomini di sinistra che passano a destra, uomini di destra che vanno a sinistra, solo per le proprie convenienze… da ragazzo avevo un sogno rivoluzionario, ma non bastava, adesso ho capito che per fare la rivoluzione ci vogliono la cultura e la poesia - nel ’77 non lo capimmo. Ho un grande amore per questo paese: l’Italia è bellissima, ha dei paesaggi da Paradiso terrestre, pensa a quella che io chiamo la “dorsale umanistica”, l’Appennino toscoemiliano, il versante adriatico. Adesso a questo Ulivo serve la Ginestra: al fiore “utile” della politica serve quello “inutile” della poesia, dell’arte. Solo così potremo rinascere. 

* * *

Gianni D’Elia (1953), libero docente e traduttore di Gide e Baudelaire, ha fondato e diretto la rivista “Lengua” (1982-1994), e collabora come critico a quotidiani e riviste. Ha pubblicato il romanzo Gli anni giovani (Transeuropa, 1995) e numerose raccolte di poesia, tra cui Non per chi va (Savelli, 1980; Marcos y Marcos, 2000), Febbraio (Il lavoro editoriale, 1985), Segreta (Einaudi, 1989), Notte privata (ivi, 1993), Congedo della vecchia Olivetti (ivi, 1996), Guerra di maggio (San Marco dei Giustiniani, 2000), Sulla riva dell’epoca (Einaudi, 2000), Bassa stagione (ivi, 2003). A Pasolini ha dedicato due importanti volumi, L’eresia di Pasolini (Effigie, 2005) e Il petrolio delle stragi (ivi, 2006).

 


Gianni D’Elia: «Aiutiamo la politica con il fiore “inutile” della poesia», di Flavio Santi
 

Vai alla pagina principale