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"Pagine
corsare"
Notizie
Gianni D’Elia: «Aiutiamo
la politica
con il fiore “inutile”
della poesia»
di Flavio Santi, Liberazione, 7 settembre
2006
Gianni D’Elia incarna
quel sogno umanistico, sempre più raro, del poeta che è anche,
innanzitutto, una persona appassionata e leale. Lo raggiungo al telefono
una dolce sera di metà agosto. Quella che segue è la riduzione,
per ovvie ragioni redazionali, di una lunga chiacchierata che ci ha portati
a varcare le soglie della mezzanotte.
Il
mondo sembra non avere bisogno della poesia. La recente guerra in Libano
lo conferma tragicamente…
Il mondo sembra aver bisogno
di prosa in senso hegeliano, cioè dei realia, gli interessi, l’economia,
il petrolio. Il giorno dell’inizio dei bombardamenti ho tradotto un frammento
delle Georgiche di Virgilio, I 500-14, cercando di attualizzarlo,
di attraversarlo, di farlo risuonare in una drammatica compresenza di tempi.
Questo può fare un poeta in simili circostanze: non dimenticare.
“Vorrete impedire almeno ai giovani / di soccorrere il secolo sconvolto,
/ voi che pensate solo ai trionfi vostri, / ovunque rovesciando sacro ed
empio? / Perché per voi è sacro il sacrilegio / della guerra,
e sacrilega la pace, / quante sono le guerre per il mondo, / quante sono
le facce svergognate! / Così, slanciati al mondo i carri armati
/ si danno al nuovo spazio in un crescendo / coi carristi rapiti dai motori,
/ e non ascolta nessun freno il vento…”
A proposito di capacità
d’intervento, per il trentennale della morte di Pasolini lei è stato
tra i pochi a fare qualcosa di realmente efficace, pubblicando due libri
sul poeta, L’eresia di Pasolini, sulla sua poetica, e Il petrolio
delle stragi, ricostruzione documentata e persuasiva della sua morte…
Pasolini è la sineddoche,
parlando di Pasolini parlo della storia mancata della sinistra, quel “possibile”
della sinistra non realizzato. Fra le tante cose su cui Pasolini ci fa
riflettere ce n’è una particolarmente attuale: la differenza tra
sviluppo e progresso, che riprendeva dal Discorso sopra lo stato presente
dei costumi degl’Italiani di Leopardi. Il progresso è quella
condizione di passato-presente, anche in senso proustiano, che fa crescere
una nazione. Ebbene noi siamo molto indietro: c’è sviluppo senza
progresso. Io ho cercato di scrostare Pasolini un po’ dal mitema che l’ha
incrostato e di far vedere che Petrolio è una lucidissima
critica dell’economia politica, che così va letto e che per questo
Pasolini è stato ucciso. Dietro le stragi c’è l’economia.
Adesso i tempi sono maturi per chiedere a viva voce di togliere il segreto
di Stato.
Mi pare che lei è
tra i pochi ad avere conciliato l’apparentemente inconciliabile (o comunque
difficilmente conciliabile): Fortini con Pasolini…
Questo me lo disse già
il compianto Bernard Simeone nel ’95: in Francia Fortini e Pasolini sono
visti convergenti, solo qua da noi appaiono così inconciliabili.
Si tratta di una contraddizione vitale: Fortini è il Padre, incarna
il senso del dovere, Pasolini è il Figlio, l’attitudine filiale
e ribelle. Nelle Ceneri di Gramsci Pasolini parla di “mio paterno
stato traditore”, dove traditore fa rima con calore… C’è bisogno
di entrambi, virgilianamente il puer e l’adulto.
Ha vissuto in prima persona
gli anni ’70, un periodo che non sembra ancora essere stato compreso e
risolto in pieno e che continua a suscitare spaccature. Come giudica quegli
anni?
Ero in Lotta Continua dal
’72. A Pesaro abbiamo fondato Radio Pesaro Centrale con un centinaio di
persone: eravamo in contatto con Radio Alice ma la nostra era un’esperienza
diciamo meno majakovskiana. Oggi bisogna avere il coraggio di dire che
aveva ragione Pasolini, non sono d’accordo con Franco Berardi Bifo quando
sul vostro giornale scrive “Avevamo ragione entrambi”. E no, noi avevamo
torto! Eravamo chiusi in una sottocultura, in una specie di rigatteria
del tardo, che non badava al sodo ma al pop. Il ’77 è teoricamente
debole, non bastavano la Beat Generation e Majakovskij. Adesso che ci avviciniamo
al trentennale ci vuole il coraggio dell’autocoscienza, abbiamo bisogno
di capire. E Pasolini e Fortini ci saranno di grande aiuto.
Lei è tra i pochi
disposti a “sporcarsi” pasolinianamente, a confrontarsi con il pubblico:
un esempio è la sua collaborazione con il cantautore Claudio Lolli.
Ce ne parli (e così ci dice anche la sua opinione sull’annosa questione
canzone vs poesia)?
La collaborazione risale
al periodo della Pantera, fu Alberto Bertoni a invitarci a una serata a
Modena. Da allora abbiamo fatto parecchi concerti, abbiamo realizzato un
cd per l’Unità, “La via del mare”. La separazione tra musica e poesia
era considerata funesta da Leopardi, e non dimentichiamo che inizialmente
i Canti leopardiani erano intitolati Canzoni! A fare la differenza
è la qualità dei testi. Claudio è un vero poeta, sa
unire il popolare al colto, con giri sintattici e citazioni leopardiane,
con grande sapienza metrica, l’uso ad esempio del settenario. Questa problematica
mi interessa molto: il mio nuovo libro, in uscita a gennaio, si intitola
Trovatori
e sviluppa proprio l’idea di una poesia vicina all’orecchio. Dal poema
narrativo sono passato a quello dialogico: è una sorta di convivio
con persone che parlano, c’è molta storia d’Italia, si parla dei
“partecipanti” a quel sogno comune di civiltà che non vogliamo finito.
La poesia trobadorica è molto importante, andrebbe rivisitata e
ripensata. La vera sfida è unire canto e racconto.
Lei è la dimostrazione
che per fare poesia bisogna confrontarsi con la prosa (penso alla trilogia
Gli
anni giovani). Ci parla di questa esperienza?
Per me la poesia è
il sentire prima del linguaggio, che poi ti porta al linguaggio: una scarica,
il “melos”. L’intonazione è fondamentale, e poi il legame con lo
spunto, sabianamente. La prosa è l’eversione; come scrisse Luzi:
“la prosa per un poeta è la fiducia in un dono di violenza”. Dal
’94 ho iniziato a tenere una specie di libro segreto, uno “zibaldino” se
vuole, L’ozio della Riviera, un faldone di oltre mille pagine, una
perlustrazione delle mie ossessioni più indicibili, legate soprattutto
all’eros e alla morte. È un libro che non ho intenzione di pubblicare,
è volutamente impubblicabile, un’opera aperta, così mi sento
libero, è un grido contro ogni possibile editing, una vera e propria
purga secondo me. Il narratore vi riflette spesso, concludendo che i romanzi
che escono oggi non possono che essere degli aborti, un insieme di tagli
perpetrati dall’industria editoriale. Un “romanzo di poesia”, sulla strada
aperta da Petrolio. Un lavoro postumo, lento e molto segreto.
D’Elia, lei è un
poeta che si guarda intorno, si interroga su quello che ci accade. Come
giudica il nostro Paese?
C’è grande indignazione:
metà del paese che vota per Berlusconi, non è possibile mi
dico. Possibile che l’intelligenza, la sensibilità non contino più?
Il trasformismo è il vizio dell’Italia: gente dal passato sospetto
con nuove verginità, uomini di sinistra che passano a destra, uomini
di destra che vanno a sinistra, solo per le proprie convenienze… da ragazzo
avevo un sogno rivoluzionario, ma non bastava, adesso ho capito che per
fare la rivoluzione ci vogliono la cultura e la poesia - nel ’77 non lo
capimmo. Ho un grande amore per questo paese: l’Italia è bellissima,
ha dei paesaggi da Paradiso terrestre, pensa a quella che io chiamo la
“dorsale umanistica”, l’Appennino toscoemiliano, il versante adriatico.
Adesso a questo Ulivo serve la Ginestra: al fiore “utile” della politica
serve quello “inutile” della poesia, dell’arte. Solo così potremo
rinascere.
* * *
Gianni D’Elia (1953),
libero docente e traduttore di Gide e Baudelaire, ha fondato e diretto
la rivista “Lengua” (1982-1994), e collabora come critico a quotidiani
e riviste. Ha pubblicato il romanzo Gli anni giovani (Transeuropa,
1995) e numerose raccolte di poesia, tra cui Non per chi va (Savelli,
1980; Marcos y Marcos, 2000), Febbraio (Il lavoro editoriale, 1985),
Segreta (Einaudi, 1989), Notte privata (ivi, 1993), Congedo
della vecchia Olivetti (ivi, 1996), Guerra di maggio (San Marco
dei Giustiniani, 2000), Sulla riva dell’epoca (Einaudi, 2000), Bassa
stagione (ivi, 2003). A Pasolini ha dedicato due importanti volumi,
L’eresia di Pasolini (Effigie, 2005) e Il petrolio delle stragi
(ivi, 2006).
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