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"Pagine
corsare"
Notizie
Tre interviste a Gianni
D'Elia:
Ivano
Malcotti |
D.
De Angeliis e D.Nota |
Casa delle Letterature di Roma,
"Poesia
e profezia"
in
Pasolini. Video-Intervista a Gianni D'Elia
Gianni
D'Elia, nota bio-bibliografica
[Ivano Malcotti]
Quando è iniziato
il tuo percorso poetico?
È iniziato nell’80
con “Non per chi va”, il mio primo libro che raccoglie poesie del ’78 e
del ’79.
Cosa è cambiato
nella tua poesia da “Non per chi va “ di Savelli 1980 alla poesia di oggi
di “Bassa stagione”?
“Non per chi va” era un
poema giovanile, un diario di viaggio in giro per l’Italia e una meditazione
sulla sconfitta della generazione che aveva sognato di cambiare il mondo,
quindi una sorta di requiem dell’ideologia pervasiva e totalizzante, una
critica della stessa, per recuperarne la parte migliore e rinnovarla con
la poesia. Adesso questo progetto continua affrontando l’epoca mondiale
della globalizzazione e dell’orrore in cui viviamo.
Perché è
importante nella tua poesia il riferimento con l’opera di Pier Paolo Pasolini?
Pasolini è importante
per chi, come me, è arrivato alla poesia attraverso la consumazione
dell’esperienza della nuova sinistra o dell’estrema sinistra degli anni
’70. Pasolini ha significato un riesame e anche un accorgersi che la nostra
lotta non era proprio così bella, forte, come doveva o poteva essere.
Lui richiamava la nostra generazione, alla consapevolezza che non si può
dare rivoluzione senza acquisizione profonda della tradizione. È
importante, quindi, perché è uno scrittore di sinistra che
porta nella sinistra italiana la poesia, una poesia contestativa dove l’io
è importante, dove dal sentimento nasce il contraddittorio con l’ideologia
e l’ideologia è un processo che mescola marxismo, psicoanalisi,
strutturalismo, ma soprattutto l’esistenza, la vita privata, il corpo,
questo è fondamentale per me.
Hai definito più
volte Pasolini un poeta d’opposizione, chi sono oggi i poeti d’opposizione?
Posso farti l’esempio di
Roversi, un poeta vivente, che sta a Bologna dove porta avanti un suo progetto
antiufficiale, un progetto alternativo all’editoria, un lavoro militante
che rifiuta gli schermi, la fotografia, la carta stampata. Ecco lui è
un poeta d’opposizione.
Nelle tue poesie descrivi
storia personale e storia collettiva, è un continuo interagire tra
mondo personale e mondo civile, ti sembra riduttivo se ti definisco poeta
dell’impegno civile?
Essere definito poeta civile
è un onore, il problema, però, è che oggi bisognerebbe
parlare di poeta incivile, di poesia incivile, per essere veramente un
po’ originali e anche alternativi. Incivile nel senso etimologico, di non
cittadino, la poesia di un non cittadino, di uno che non si riconosce nella
città ufficiale, che la critica, dunque di un poeta d’opposizione,
di un dissidente, che chiama, però, alla cittadinanza più
piena della democrazia sé e tutti gli altri.
Mi susciti una domanda,
dove parte e dove arriva il D’Elia poeta incivile?
Parte dalla storia dei movimenti
e dalla sconfitta dei movimenti e arriva alla questione della migranza,
dell’immigrato, del senza patria; è drammatico vedere che quasi
tre quarti dell’umanità sono senza patria.
Trovo che nei tuoi versi
ci sia una continua interrogazione, un’insistenza nel domandare; vuol dire
che hai fiducia nel lettore di poesia?
Penso che il processo della
scrittura abbia sempre il tu dentro.
Perché hai tanto
accanimento e sei così critico verso la tua generazione?
Perché sono critico
verso me stesso. Penso che non abbiamo niente da essere orgogliosi, Pasolini
diceva disgraziati e forti fratelli dei cani, cioè siamo
disgraziati e dobbiamo essere fratelli dei cani, degli ultimi anche perché
noi siamo gli ultimi. Penso che la generazione del ’68 e del ’77 avrebbe
tutto da guadagnare a mettere in campo la propria miseria, a fare un’autocritica
serrata, a dire: siamo arrivati al terrorismo perché dentro il movimento
c’erano delle idee guaste, nefande, vergognose ovvero togliere la vita
agli altri col pretesto dell’ideologia o della liberazione umana. Ora il
problema è di rinnovare, di inventare un nuovo comunismo, inventare
una nuova forma di lotta che non faccia mai o quasi mai ricorso, se non
in caso proprio di attacco predeterminato all’autodifesa. Abbiamo bisogno
di una lotta di parola, la nostra generazione ha perso perché non
aveva una parola forte, non aveva forza di convinzione, mancava della parola
fondamentale e definitiva. Per fare la rivoluzione ci vuole la poesia,
se a questa generazione (la generazione del movimento no-global, ndr)
arriverà la poesia farà la rivoluzione altrimenti farà
la prosa come abbiamo fatto noi, purtroppo il mondo è pieno di prosa,
pensa quanta politica della prosa c’è oggi e quanta poca poesia
di politica. La sinistra dovrebbe inventarsi un nuovo linguaggio, un modo
di parlare, di avanzare nuove problematiche, spiazzare l’avversario, così
si creerebbe una grande battaglia culturale sulla scuola, sulla formazione,
la pedagogia dei giovani, sul rifiuto dell’imbecillità televisiva.
Nelle ultime pubblicazioni
c’è un forte senso di speranza. Allora questi nuovi movimenti ti
danno speranza?
Non c’è mai disperazione
senza un po’ di speranza. Penso che siamo lacerati nella contraddizione
tra il presente tremendo che vediamo di fronte e quel qualcosa che continua
a spirare fuori di noi, nei movimenti che sono il filo conduttore con la
memoria di quello che è stato giusto per la mia generazione, cioè
il giusto di schierarsi dalla parte del mondo oppresso; purtroppo è
stato sbagliato o limitato il modo, il metodo e la cultura applicata, cioè
la cultura politica non è bastata, e questo vorrei dire a voi, agli
amici, a te, Ivano in particolare, che collabori attivamente per iniziative
come Emergency, sulle battaglie antirazziste, contro la pena di morte e
su tante altre iniziative fondamentali che se non le si fanno, occorre
allora ripensare seriamente, ad una cultura più larga: insieme a
Gramsci, insieme ad altri filosofi della sinistra del marxismo a Marx naturalmente,
dobbiamo recuperare la linea che va da Leopardi a Pasolini, cioè
dobbiamo recuperare quella linea della disperazione che in realtà
è una linea della speranza storica che guarda in faccia com’è
la realtà e che tiene presente come sia importante per gli uomini,
e per la democrazia, la poesia. La sinistra deve riproporre e con maggior
vigore la cultura umanistica. I nostri avversari hanno le televisioni,
i mezzi finanziari, l’imbecillità, noi dobbiamo cercare di recuperare
qualcosa di più alto, non c’è bisogno di essere pallosi o
di fare cose tragiche, esiste fortunatamente una poesia di opposizione,
bella, baldanzosa, tenera e struggente come quella di Leopardi, insomma
lo diceva anche il Che la tenerezza e la violenza insieme.
Non ti sei mai chiuso
in una torre d’avorio, neppure nelle tante interviste che hai rilasciato,
ritieni che la poesia possa essere di tutti e per tutti?
La poesia è aristocratica
di per sé, la tradizione ce lo dice da sempre. È una ricerca,
un cammino spirituale, anche molto arduo, che l’uomo fa, però, la
poesia è di tutti perché questo cammino è possibile
a tutti, se non farlo in prima persona scrivendo, è possibile leggere,
divertirsi di quei pensieri di quelle sollecitazioni, di tutto quel magma
diventato coscienza che è la storia della poesia universale. In
questo senso forse la risposta è sì, la poesia serve, la
poesia è per tutti e nello stesso tempo la poesia richiede da tutti
un rigore, un percorso, una costanza, un lavoro molto grande.
Perché un poeta
scomodo come te adotta una ricerca linguistica così rigorosa, una
ricerca costante coi classici come Dante, Leopardi e una forma poetica
tradizionale tipo la terzina e la quartina?
Mi hai risposto tu, i grandi
poeti, quelli importanti hanno adottato le forme, hanno lavorato all’interno
delle forme, guarda Leopardi all’interno della canzone petrarchesca o Dante
che è l’avanguardia della tradizione. Vorrei sottolineare questa
mia definizione “avanguardia della tradizione”, noi ce l’abbiamo all’origine
della lingua, l’avanguardia è Dante. Dante ha provato tutte le lingue
e linguaggi attribuibili ai personaggi, a figure sociali, anche precise,
e quindi il doppio punto di vista della commedia quello che faceva gridare
di meraviglia sia Pasolini che Mendelstam, poeta russo straordinario ucciso
in un lager staliniano. Per quanto mi riguarda ritengo la terzina un’orologeria
particolare che mi serve per fare musica, anche se la uso in maniera più
libera non rispettando la terza rima, sfrangio con rime, assonanze, consonanze
e vado avanti col discorso anche attraverso le rime interne perché
voglio fare musica, musica della lingua.
“Sulla Riva dell’epoca”
Einaudi 2000 è una sorta di poesia diario dove c’è più
fantasia metrica, c’è una evidente metamorfosi metrica, ne convieni?
Sì. come dicevo ho
usato la terzina in maniera libera, sfrangiata, non regolare con una metrica
dell’eccesso di assonanze, di consonanze, di rime interne più che
di rima solo A B A. Se dovessi dare una definizione direi che mi piace
una musica del verso, obliqua, cioè una musica che sembra nascere
da strutture tradizionali, in realtà nasce da un assetto nuovo,
come fare musica nuova col sistema tonale.
Siamo arrivati all’ultima
tua fatica “Bassa stagione” che è uscita da poco per Einaudi, è
stata definita una raccolta che traccia un bilancio esistenziale e politico.
Ti ritrovi in questa sintesi?
Sì mi ritrovo. Esistenziale
perché è l’esistenza in primo piano, lo stare fuori, lo stare
nel mondo e questo stare nel mondo di oggi è vissuto in singolarità
anonima; anche Marx era esistenziale, pensa ai suoi “Manoscritti economico
filosofici” del ’44, gli scritti giovanili di Marx dove scrive che il Comunismo
è proprio quell’utopia in cui l’individuo si potrà realizzare
come individuo singolare e non più come individuo socializzato.
Oggi domina l’individuo socializzato, l’uomo massa di Marcuse e invece
quello che noi cerchiamo nella pratica, nei movimenti è l’individuo
singolare, il me insieme agli altri, ma ognuno diverso dagli altri, ognuno
con la sua ricchezza, ognuno col proprio contributo, con la sua poesia.
Quindi bilancio esistenziale significa che il bilancio singolare di ognuno
è politico perché appunto è la polis che riguarda
tutti, riguarda molti, riguarda la nostra parte, riguarda quella parte
che deve riconoscere quello che è giusto, cioè il messaggio
Leopardiano della solidarietà universale, della confederazione umana,
della ginestra e del ripudio della guerra. Questo è l’augurio per
tutti noi, sia in prosa che in poesia, ovviamente questo si deve fare nella
vita di tutti i giorni, poi chi scrive versi scriverà versi, ma
l’importante è che non abbia voce solo la poesia dei poeti, ma prenda
voce anche la poesia del mondo!
* * *
Gianni D'Elia - Nota bio-bibliografica
Gianni
D'Elia vive a Pesaro, dove è nato nel 1953. Libero docente e
traduttore, tiene corsi e seminari di letteratura italiana e francese.
Ha fondato e diretto la rivista "Lengua" (1982-1994), collaborando come
critico a numerosi quotidiani e riviste.
Ha pubblicato le raccolte
poetiche: Non per chi va (Savelli, 1980; Marcos y Marcos 2000),
Interludio
(Taccuini di Barbablù, 1984), Febbraio (Il lavoro editoriale,
1985), Città d'inverno e di mare (Campanotto, 1986), Segreta
(Einaudi, 1989), Notte privata (Einaudi, 1993),
Congedo della
vecchia Olivetti (Einaudi, 1996), Sulla riva dell'epoca (Einaudi,
2000), Guerra di maggio (San Marco dei Giustiniani, 2000). Ha tradotto
poeti simbolisti e surrealisti: Taccuino francese ( Edizioni di
Barbablù, 1990), I nutrimenti terrestri di Gide (Einaudi,
1994) e Lo Spleen di Paris di Baudelaire (Einaudi, 1997). Sempre
presso Einaudi, la traduzione di Paradisi artificiali di Baudelaire.
Ultima fatica Bassa Stagione, Giulio Einaudi Editore, 2003.
Ha pubblicato il romanzo
Gli
anni giovani (Transeuropa, 1995). Nel 2001 esce in Francia la traduzione
del suo Congedo della vecchia Olivetti, a cura di Bernard Simeone.
Nel 1993 ha vinto il premio Carducci.
* * *
Non parlar la
parola, ma la cosa
Intervista a Gianni D'Elia
a cura di D. De Angeliis e D. Nota
Dalla sua poesia traspare
un inequivocabile riferimento all'opera pasoliniana. In che modo Pier Paolo
Pasolini ha influito sulla sua concezione della vita e della poesia?
Pasolini l'ho cominciato
a leggere nel 1977, dopo la sconfitta del movimento giovanile in Italia.
La poesia della tradizione, il testo fondamentale per l'autore di Trasumanar
e organizzar (1971), mi ha chiarito le ragioni della nostra sconfitta:
pensavamo di poter fare la rivoluzione senza la tradizione, senza la poesia
e la cultura, l'arte. Dopo Leopardi, è la più grande antropologia
poetica che sia apparsa in Italia, come vedo nutriente anche per i giovani
di adesso, come voi.
La figura di Pier Paolo
Pasolini suscita ancora oggi animati dibattiti riguardo l'interpretazione
di alcune sue opere. Il poeta Davide Rondoni in Bar del tempo battezza
la propria generazione come "post-pasoliniana", ad indicare l'importanza
che questo poeta ha avuto nella poesia del secondo '900. Cosa ha significato
e cosa continua a significare Pasolini per la poesia italiana?
Pasolini rappresenta l'avanguardia
della tradizione, ed è per questo già oltre il '900, che
si è consumato sulla tradizione dell'avanguardia linguistica più
sterile, ripetitiva. Dante, Leopardi e Pasolini sono i nostri maestri del
presente, poeti d'opposizione, fuori dalla città, eretici, incivili.
Nel senso che chiamano la non cittadinanza a farsi critica, coscienza,
ipotesi di una nuova utopica città del vero e dei vivi.
Come e quando ha iniziato
a delineare il suo percorso poetico, attento alla tradizione quanto alla
concretezza materiale quotidiana?
Ho cominciato con il diario
di lettura, con prose non controllate, nevrotiche, poi sono passato ai
versi, in un piccolo viaggio per l'italia, nel 1978-79. Non per chi
va è uscito nel gennaio del 1980, da Savelli, ora ristampato
da Marcos y Marcos.
In che contesto nacque
la rivista "Lengua", cosa si proponeva e come mai dopo anni di prestigiosa
attività è stata costretta ad annunciare la chiusura?
"Lengua" nasce dal rapporto
con Roversi, poeta bolognese amico di Pasolini, e dal lavoro comune con
amici come Katia Migliori, Stefano Arduini, Attilio Lolini. Fu importante
anche l'esperienza della rivista radiofonica "Residenza", con Franco Scataglini,
Massimo Raffaeli e Francesco Scarabicchi. Un poeta come Franco Loi, un
semiologo come Pino Paioni, ci chiarirono la direzione. Il modello era
"Officina", la rivista (1955-59) di Pasolini, Roversi, Leonetti, Romanò,
Scalia, Fortini. Fu il nostro dialogo. Volevamo parlare di critica e di
poesia, rileggere il '900, mettere sullo stesso piano la poesia in lingua
e quella in dialetto, seguendo la linea Pasolini-Contini. Siamo arrivati
a parlare di "neo-volgare", di "interdialettalità della lingua".
Abbiamo studiato, discusso, conversato con poeti e scrittori, da Luzi a
Fortini, Roversi, Caproni, scoperto nuovi poeti. Le riviste finiscono per
le stesse ragioni, crisi di pensiero, crisi finanziarie, ma le oltre duemila
pagine di "Lengua" sono lì, tra l'82 e il '94. Nel '97 è
uscita anche una prima antologia della rivista, Voci di scrittori italiani
(Artemisia edizioni), pubblicata da due amici finlandesi.
Quali sono i suoi rapporti
o contatti più solidi all'interno della sua generazione poetica
ed eventualmente, se esistono, con le nuove generazioni?
Tra i coetanei, ho un ottimo
rapporto con Franco Buffoni, che dirige la rivista "Testo a fronte" e tanto
ha fatto con la sua collana di poesia contemporanea per i nuovi e nuovissimi
autori. Poi con amici più vecchi o più giovani, Loi, Lolini,
Roversi, Marisa Zoni, e il giovane filologo Luigi-Alberto Sanchi, umanista
e comunista, e un poeta giovanissimo delle vostre zone, di sicuro talento,
Enrico Piergallini.
In un suo articolo apparso
su "Il manifesto" il 10 febbraio 1994 ha accennato una lieve critica nei
confronti delle neo-avanguardie poetiche degli anni '60. Ha mai avuto rapporti
letterali con poeti sperimentali come Sanguineti o come Zanzotto?
La mia critica delle neo-avanguardie
poetiche non è mai stata "lieve", né poteva esserlo, stando
con Pasolini. Zanzotto è diverso, ha anche donato a "Lengua" un
suo testo su Pasolini, ed è stato più volte studiato sulla
nostra rivista, anche se la sua ipotesi oggi pare più "scarica"
di quella di Luzi, per esempio, o del grande poema progressivo di Franco
Loi.
Nella sua poesia, specialmente
nell'ultimo lavoro Sulla riva dell'epoca, traspaiono evidenti citazioni
politiche, a partire dal ricordo degli anni del movimento studentesco,
del '77, della militanza in lotta continua, sino ad arrivare a episodi
recenti come l'arresto di Sofri e il processo di "normalizzazione" della
sinistra italiana. La sua è un poesia che vuole interagire con il
mondo civile o che semplicemente analizza distaccata episodi di vita personale?
Non c'è nessun distacco,
ma semmai rabbia, perché storia personale e storia collettiva ancora
si incontrino, anche nei testi, come ha scritto della mia poesia il compianto
amico francese Bernard Simeone.
In una toccante lirica
lei scrive: "Ognuno di noi è una riva a cui vengono le immagini
del mondo". Vuole suggerire una condizione umana di frustrante passività
nei confronti di un reale che il poeta riesce a possedere solo nella ricostruzione
letteraria, trasformando la memoria in simbolo, l'immagine in parola?
Sì, il rapporto tra
le parole e le cose oggi ha di mezzo le immagini della riproduzione di
parole e cose. Bisogna leggere bene La società dello spettacolo
e i Commentari di Guy Debord, pubblicati da Sugarco.
In Notte privata
si delinea un discorso poetico molto interessante, quello della privazione
umana dall'esperienza del reale, quasi che l'intero lavoro descriva un
simbolico viaggio all'interno di un Italia talmente mutabile, mutata e
mutante da fuggire da ogni comprensione assoluta. La coscienza del circostante
si ha a stento, tra le righe di scenette quotidiane tipicamente italiane
che appaiono però troppo distanti, come fossero già ricordi
nel presente. E' possibile secondo lei infrangere e superare questa condizione
"privata" del poeta e dell'uomo che relega necessariamente il popolo italiano
ad uno stato di non-comunicazione?
Il titolo di Notte privata
viene dal buio purgatoriale dei corrotti danteschi. Per la copertina scelsi
un'invettiva contro il paese berlusconizzato, prima televisivamente, poi
politicamente. Bisogna tentare a tutti i costi la comunicazione poetica,
senza rinunciare né alla poesia né alla comunicazione. É
la sfida di oggi.
Il suo continuo domandarsi,
che porta, quindi, anche il lettore ad interrogarsi, implica l'esistenza
di una risposta o piuttosto sottolinea la consapevolezza che non ci possa
essere altro che una serie di consequenziali domande?
Le interrogazioni sono,
nei versi, un metodo socratico di sospensione del senso, di insistenza,
incarnato dalla metrica spezzata e in un fraseggio sintattico della contraddizione,
che secondo Simeone deve a Pasolini e a Fortini il suo modello incrociato
di urgenza e di stile.
Mario Luzi scrive a proposito
della sua opera: "poche espressioni di oggi captano capillarmente il vissuto
come lo fanno, per linee furtive e sghembe, per istanti e baleni, le quartine
di D'Elia". In che modo riesce a sintetizzare stilisticamente il reale,
il presente quotidiano, all'interno della sua poesia?
Mario Luzi ha scritto in
quelle righe una verità augurale, che sottolinea la poesia come
discorso vissuto. Luzi e Pasolini non sono poi così lontani tra
loro. Anzi, mettiamoli a confronto, studiamoli meglio. Il reale poetico
è sempre un discorso sentito, vissuto, uno stato speciale di realtà
ordinaria.
Pier Paolo Pasolini descrive
in Uccellacci e uccellini un'umanità spaesata, priva di coscienza
sociale, distante anni luce dalle proprie mète e dai propri orizzonti.
Nella sua poesia la distanza tra il presente disincanto e i sogni del passato
è una distanza arbitraria, resa tale da quelli che lei chiama "oscuri
poteri innominati", o è piuttosto una naturale leopardiana condizione
umana?
Non c'è distanza
tra il presente e il passato, perchè è il passato presente
che ritorna, proustianamente, in noi. Mi chiedete se è storia, oppure
natura, il male? Entrambi, mi pare, pensando al vostro e nostro Leopardi.
Ma Giacomo ha scritto La ginestra, che è il più alto
poema critico e politico italiano, nel segno dell'utopia consapevole della
insanabile contraddizione tra solidarietà e destino biologico. Un
nichilismo solidale, supremo ossimoro della vita riconosciuta. "Stolto
crede armar la destra": pacifismo come antimilitarismo.
Nella poesia Altre
istruzioni lei dice: "e oggi nient'altro che il frammento / sembra ci
sia dato per istanti, / tu pure tentalo, se puoi, come tanti / durando
un poco oltre quel vento…//. Si può leggere in questi versi un legame
con la poesia di Fortini Traducendo Brecht, dove lo scrittore oltre
ad affermare la fine e l'inutilità della poesia civile, si domanda
sull'utilità di questa, concludendo che al di là di tutto
bisogna continuare a scrivere anche se la poesia oggi non può più
interagire con il reale? Lei appoggia in toto questa visione o ne accetta
solo una parte?
Sì, la poesia non
muta nulla, ma scrivi, mi pare dica questo Fortini. Tentare la durata,
pur sapendo di essere inchiodati all'istantaneo, al seguente che sopprime
il presente (la prossima discoteca, la prossima partita). La poesia è
un singol-medium, però, un'eresia dentro l'epoca dei mass-media.
Un bel match. Ci vuole utopia, coraggio, fiducia nel lettore sconosciuto.
Questa struttura frammentaria
viene alla poesia perché la società in cui essa vive è
frammentaria, o perché oggi la poesia per sue deficienze non può
avere altra forma?
Questa struttura frammentaria
chiama al raccordo, al poema, alla durata cognitiva, all'interrogazione
pemanente, al montaggio filmico delle sequenze vissute. Anche qui, bisogna
stare dentro la contraddizione, "non parlar la parola, ma la cosa".
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