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"Pagine
corsare"
Notizie
Pasolini in cerca di
verità
Intervista a Nico Naldini
di Mario Anelli
L'Adige,
11 novembre 2005
Di
Nico Naldini, biografo di Pier Paolo Pasolini (e suo cugino) è appena
uscito Come non ci si difende dai ricordi, edito da Cargo
(L´Aurora, Napoli), 176 pagine, formato piccolo, copertina nera.
Nicola de Cilia ne parla come di una «sorta di riepilogo della produzione
in prosa di Nico Naldini, classe 1929, scrittore e poeta formatosi nel
clima del felibrismo friulano che si andava sviluppando negli anni '40
attorno all´Accademia della lingua friulana ed alla rivista «Stroligut»,
animate dallo stesso Pasolini.
Naldini a Trento è
professore a contratto presso la cattedra di filologia romanza di Francesco
Zambon, presso la facoltà di Lettere.
Naldini, «Come non
ci si difende dai ricordi» è una proclamazione, un´istruzione
per l´uso. Perchè?
«Non ho preteso difendermene
in quanto mi si ripropongono ogni ora del giorno. Io vivo come una vita
parallela, quella reale e quella della memoria, convivo con i personaggi
del passato in modo diretto e pulsante, da Pier Paolo a Parise e Comisso
ed altri. Le situazioni vissute assieme a loro sono quelle di sempre: amore
e odio, speranze e delusioni».
Nella prefazione, Dacia
Maraini scrive di un ricordo infantile di Pasolini, la sua scoperta della
«teta veleta», dicendo che quel motto magico gli aveva dischiuso
il segreto del piacere erotico. Che significa?
(Sorride).«Le ha pronunciate
da bambino, quando non sapeva ancora bene parlare. Nella dolcezza delle
sillabe traduceva un sentimento ineffabile: il legame edipico con la madre,
quel legame attorno al quale è ruotata tutta la sua vita».
Nella prima parte del
suo libro, lei scrive di Vito e Ferruccio, che desiderò ed amò,
con accenni a Pasolini. Poi, nella seconda, dell´estate del ´41,
dei campi di Versuta, delle borgate di Roma e qui Pasolini riempie le pagine.
Perché ha scelto di scrivere in questo modo di suo cugino Pier Paolo?
«Sono luoghi generatori
di altri luoghi della memoria, tutti mi riconducevano a situazioni già
vissute nella mia gioventù assieme a lui. Ho seguito un filo interiore,
mi interessava arrivare a lui in questo modo».
Anche nelle pagine dedicate
al luogo compreso tra Tagliamento e Livenza?
«Quella è la
zona del dominio linguistico friulano, molto caro a tutti noi, parlato
oggi da poche persone. Sono i luoghi della nostra infanzia dove io lo seguivo,
nei paesi e nelle sagre attorno a Casarsa».
Nelle pagine dedicate
ai campi di Versuta, lei scrive del peccato di Sodoma come «nodo
irrisolto», ne argomenta e sembra inviare chiari messaggi alla Chiesa.
«Mi riferisco alla
condanna assoluta dei contadini e della Chiesa contro gli omosessuali quando
eravamo giovani. I contadini li consideravano un'eresia biologica, perchè
visti come esseri che non generano braccia per la terra».
Che ne pensa dell´atteggiamento
attuale della Chiesa verso l´omosessualità?
«Non lo capisco. Sotto
Giovanni XXIII mi sembra ci fosse un´apertura, una comprensione umana.
Pasolini aveva stabilito rapporti di lavoro con la cittadella di Assisi.
Adesso si torna a posizioni moralistiche di chiusura, si fanno confusioni
terribili tra pedofilia ed omosessualità. La prima è autentica
perversione, l´omosessualtà non è da confondersi, per
ragioni precise di scelte erotiche. L´omosessuale non corrompe bambini.
L´atteggiamento della Chiesa mi sembra molto contrastato al suo interno,
tra apertura e chiusura dovuta ad un dottrinarismo antico. Nel Vangelo
non c´è nulla».
Che cercava Pasolini nei
ragazzi? Sere fa Adriano Sofri, entrando in argomento durante un´intervista
presso la Normale di Pisa, ha parlato della pederastia di Pasolini, dando
una definizione acuta e finalmente non ambigua. Cercava solo sesso?
«No, sesso e amore.
Il sesso è venuto dopo. In quegli anni giovanili era sesso sentimentale,
sesso che scopriva se stesso, che scopriva il campo dei sentimenti. Allora
lui era sentimentalmente molto impegnato».
Lei l´ha conosciuto
fin da bambino e l´ha seguito per tutta la vita. Cosa interessava
veramente a Pasolini?
«La vita nel mondo,
non quello dei ricchi, essendo molto convenzionali. Gli interessava il
popolo. I ricchi parlano la stessa lingua, il popolo usa una lingua propria
in ogni villaggio con tradizioni e patrimoni culturali propri. Voleva conoscere
il mondo dai livelli più bassi, dove era più facile cogliere
il senso della vita non alterata da culture omologate».
Lo scontro con il Pci
avvenne solamente perchè rifiutava la sua omosessualità o
non forse perchè Il Pci d´allora, potere monolitico, non sopportava
il pensiero critico?
«Pasolini era intriso
di cattolicesimo vivendo nel mondo contadino, ma non s´è mai
detto nè credente nè miscredente, sentiva forte la presenza
del sacro, magari in un albero, in una chiesa, in una casa, là dove
c´è l´orma e la sofferenza dell´umanità.
Una grande influenza su di lui l´ebbe Eliade, lo storico delle religioni,
che gli ha rivelato gli aspetti profondi della spiritualità dei
popoli che converge verso un punto identico seppur detto con nomi diversi».
Che ne pensa di tutto
questo ricordare Pasolini in queste settimane?
«Lo si racconta in
modo pittoresco, non si dicono le cose reali, anche perchè attorno
a lui si sono create varie maschere: il famoso, l´angelico, l´infame,
il perseguitato. Un poeta sono le sue opere, la vita può portare
qualche elemento di comprensione delle opere, non altro».
Non
rischierà di finire sulle magliette (*)
come Mao ed il Che, magari come l´icona dello scrittore maledetto?
Terribile pena del contrappasso
per lui: essere consumato da quel mercato omologante che delle diversità
culturali fa marmellata dolcificata.
«Me ne vergognerei
con tutto quello che ho fatto, per tutta la vita, per distruggere il sorgere
di qualsiasi icona».
Lei dice che il vero Pasolini
è il poeta, più che lo scrittore. E´ l´opinione
di Enzo Siciliano. Pochi giorni fa disse che Pasolini dissodò meglio
di tutti gli altri, nel Novecento italiano, la terra della lingua italiana.
«Io seguo ciò
che lui stesso diceva: non ammetteva differenziazioni della sua opera,
per lui era continuare uno stesso lavoro, con gli stessi tempi, ispirazioni
e valori da affermare. Cambiavano solo i mezzi: dalla parola all´immagine».
Cosa accetta e cosa no
del pensiero di Pasolini?
«Mi sono sempre dedicato
a lui. Sono cresciuto nella stessa famiglia, aveva sette anni più
di me. Il mio rapporto era di grande ammirazione, come tutti i membri della
famiglia, del resto, perchè lui dava risultati in ogni campo dove
si applicasse, per molti anni mi sono confuso in questa ammirazione, poi
ho cominciato a lavorare per conto mio e lui è stato il mio attento
giudice. Non avrebbe certamente accettato una sua imitazione. Ho pubblicato
per conto mio ed ho collaborato a i suoi film, dal Decameron a Salò».
"La morte non è
nel non poter comunicare, ma nel non poter più essere compresi",
ha scritto Pasolini. Lei l´ha conosciuto bene, dica, oggi come lo
si comprende?
«Se ne continua a
parlare in modo vacuo ed impreciso. Viene privilegiato l´aspetto
più polemico, la discussione sulla società italiana. Invece,
è alla sua poesia che bisogna tornare con un lavoro critico e soprattutto
non lo può fare la televisione. Si straparla molto sulle cause della
sua morte, si sono elencati otto tipi di complotti, ma senza prove. O si
agisce seriamente, nel senso di nuove indagini o la si smetta di attribuire
a Cefis ed a Montedison il piano della sua uccisione. Io tengo il problema
sospeso, finché non ci saranno prove, che però non possono
essere date da un drogato e delinquente come Pelosi, io non credo nemmeno
una virgola di ciò che ha detto. Sono da percorrere altre piste».
Ne ha una?
«Il mio lavoro è
stato di smantellare quelle esistenti: nessuna mi convince».
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(*) Uno
stilista, a mio parere di pessimo gusto, ha presentato recentemente,
in una sfilata, le magliette con ritratti di Pier Paolo Pasolini. Si usa
ancora in questo Paese indignarsi? (ndr)
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