Notizie
 


Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998 
.
..
"Pagine corsare"
Notizie


PER PASOLINI
.
Il pirata romantico, di Stefano Vastano
Profeta incompreso, di Enzo Siciliano
Una vita violenta
Un visionario fra le lucciole, di Edmondo Berselli

Il pirata romantico
di Stefano Vastano

Trent'anni fa moriva Pier Paolo Pasolini. Chi era davvero? E cosa rimane della sua opera? 'L'espresso' lo ha chiesto a un grande intellettuale e poeta tedesco, Hans Magnus Enzensberger

Pier Paolo Pasolini prima di tutto fu poeta. Poi autore di romanzi, basti pensare al suo esordio nel 1955 con 'Ragazzi di vita' e al successo, quattro anni dopo, con 'Una vita violenta'. Ma era anche drammaturgo e saggista appassionato, fazioso. Quindi, a partire dal 1961 con 'Accattone', tra i più grandi del cinema italiano. Sino al 1975: l'anno di 'Salò o le 120 giornate di Sodoma'. E l'anno della sua tragica fine, assassinato il 2 novembre. Cosa è rimasto, a trent'anni dalla sua morte, di così tanta e poliedrica opera di Pasolini? In questa esclusiva, e dissacrante, intervista è uno dei maggiori poeti e intellettuali tedeschi, Hans Magnus Enzensberger, a prendere posizione sulla sua figura e opera. Enzensberger ha tutti i titoli per farlo. Non solo in quanto grande poeta e uomo per decenni impegnato nelle battaglie politiche e culturali, come lo fu Pasolini, ma anche perché è stato lui, assieme all'editore Klaus Wagenbach, a far conoscere l'opera di Pasolini in Germania e un po' in tutta l'Europa: è stato lui a trasformare la figura del poeta assassinato in un simbolo non solo italiano, ma di tutto il nostro Continente.

Signor Enzensberger. Partiamo dalla domanda del poeta tedesco Hölderlin: "Perché i poeti nel tempo della povertà"? Per dirla in prosa, che senso ha la poesia, quando si parla di un uomo come Pasolini?
"Rispondere oggi alla domanda di Hölderlin, e di Pasolini, significa constatare con sincera brutalità che l'istituzione e il mestiere del poeta hanno perso d'importanza. Oggi il terreno su cui il poeta si muove a suo agio si è drasticamente ridotto. C'è meno spazio per le passioni e per la violenta rabbia, tipiche di Pasolini".

Cosa in particolare è cambiato nel mestiere del poeta e, soprattutto, perché?
"Non c'è spazio per il sublime. E così è cambiata la posizione sociale del poeta: in giro non si vedono i mostri sacri. Pasolini è stato recepito in Italia come l'ultimo dei mostri sacri. Così come l'ultimo dei nostri - nello spazio tedesco - è stato il poeta Paul Celan. Nella galleria dei 'mostri' che da Hölderlin finisce da noi con Celan, Pasolini occupa l'ultima sezione, ormai museale, delle muse italiane".

Sta dicendo che Pasolini è un classico?
"È stato l'ultima istanza a cui la gente ai suoi tempi si poteva ancora, nel bene o nel male, appellare. Sino agli anni Settanta, infatti, ci si rivolgeva al poeta per scrutare il segreto della vita. E Pasolini credeva e corrispondeva alla sua funzione di sacro mediatore dell'ultimo senso delle cose e della vita. E questo è solo il primo dei sacri furori che hanno gravato nella sua biografia e opera".

Qual è l'altro?
"Il secondo è legato alla divinazione del destino politico di una società, anzi del genere umano. Pasolini ha creduto come pochi altri in Italia alla funzione politica, cioè pubblica del poeta. Oggi ci siamo liberati di questi due estremi pesi, sia sociali che politici, della poesia: siamo più liberi di Pasolini, e più leggeri nel nostro mestiere".

Da dove derivava in Pasolini questa doppia funzione del mestiere poetico?
"Si può credere di rivelare nella poesia il senso delle cose, mostrando al contempo all'umanità il fine ultimo, solo se si crede all'idea romantica del poeta come Genio. Ma che razza di vita, che carriera è quella del presunto Genio? Io non vedo un pizzico di gioia in queste vite costruite come opere d'arte che, per giunta, hanno sempre paura di contaminare la propria lingua e, appunto, la vita".

Le prime composizioni di Pasolini sono in dialetto, una lingua che lui sentiva pura. È un aspetto di Pasolini che a lei non piace?
"Anche la mia giornalaia qui all'angolo della strada a Monaco parla un perfetto bavarese. Ma non si pone il problema se la sua sia una magica lingua paradisiaca o adamitica. Lei, nel dialetto, si sente bene, come a casa propria, punto. È solo ideologia cercare di scavare nei dialetti chissà quali tesori ancestrali e originari".

All'origine del lavoro poetico di Pasolini rivede i romantici tedeschi, vero? Ed è questo che non piace a lei illuminista?
"Certo. I romantici hanno abilmente ricostruito ballate popolari e dialettali. E il tutto proiettato sull'oscuro sfondo di un melenso medioevo neogotico. Èd è qui che ha l'origine l'ideologia della lingua poetica pura e vera, tanto cara a Pasolini".

Non le pare di esagerare legando il gramsciano Pasolini alle reazionarie fantasticherie dei Romantiker tedeschi?
"Non è colpa mia se Pasolini, e prima di lui Gramsci, hanno creduto a certi filosofemi della storia e della lingua, che in realtà sono solo abbreviazioni mitologiche".

Ha sempre però riconosciuto la grandezza di Pasolini.
"Pasolini era una geniale bomba radicale, un esplosivo miscuglio di autentica fede cattolica più marxismo eterodosso più omosessualità. A cui si aggiunga la miccia del suo estremo gusto per la provocazione. Pasolini era un vero poeta che ha tentato, visto i tempi in cui ha vissuto, di appigliarsi e appropriarsi in fretta della terminologia marxista dell'epoca. Ma che certo non poteva che travisare sia la natura della tecnica che delle scienze moderne. Al vero marxista esse appaiono come meraviglioso sviluppo delle forze produttive. Agli occhi di un poeta come Pasolini, invece, alla ricerca della lingua e del paradiso perduti, non potevano che apparire come l'ultimo 'genocidio'".

Il suo primo grande scandalo è, nel '55, il romanzo 'Ragazzi di vita', per cui Pasolini subisce il primo processo per oscenità. Che valore ha, per un poeta, lo scandalo?
"Un valore per cui l'epoca e l'opera di Pasolini sono invidiabili: nemmeno la più cruda industria pornografica fa oggi scandalo, figuriamoci se può riuscirci un romanziere o la più rarefatta poesia".

Vuol dire che oggi Pasolini non farebbe più scandalo?
"Voglio dire che oggi Pasolini lancerebbe i suoi strali contro i produttori dello scandalo continuo: dalla tv al cinema. E poi, secondo lei, chi è stato, nel campo sempre più stretto della letteratura, a cominciare con questa litania dello scandalo?".

Non mi dica il vostro Goethe...
"Proprio lui col suo romanzo del giovane suicida Werther: e da allora, anno 1775, il leitmotiv della provocazione - far la pipì su crocifissi o mettere cacche di mucca su madonne, come vediamo ogni giorno nei teatri di provincia - non sconvolge più nessuno. La poetica dello scandalo s'è ridotta al formato del chiacchiericcio molesto del quotidiano: mica c'è bisogno di un grande Pasolini per scioccare il lettore".

'Una vita violenta' fu il vero successo internazionale di Pasolini...
"Ho sempre preferito la rocambolesca macchina linguistica di Gadda. Per me, la vera vena di Pasolini era altrove".

Dove?
"È stato un polemista micidiale, irriverente, un pirata. Incredibile quello che riusciva a dire nei suoi interventi così politicamente scorretti: infilarsi nella mente dei poliziotti nel periodo della contestazione di massa era allora una cosa da vero coraggioso corsaro".

Nell'officina di Pasolini c'era antropologia, psicologia e linguistica: che ne è oggi di questa vena in poesia?
"Non ho capito perché i poeti contemporanei si fermano a scienze così deboli come la sociologia. E non entrano nei paradisi della matematica o nella linguistica, passione che condivido con Pasolini".


Profeta incompreso
di Enzo Siciliano

Dai versi 'Il Pci ai giovani', scritti a caldo sui fatti di Valle Giulia nel '68, con la difesa dei poliziotti contro "i figli di papà", fino all'articolo sui capelli lunghi o a quello sulla scomparsa delle lucciole, Pasolini andò a figurare nelle polemiche giornalistiche come un campione antiprogressista, una specie di profeta sordo, incapace di accettare i mutamenti di una società in aperto divenire. Credo che il tempo abbia fatto giustizia di questa parzialissima valutazione di una delle figure più significative espresse nel dopoguerra dalla cultura italiana. 

Pasolini accettò lo scandalo che le sue parole provocavano: sembrava che di quello scandalo volesse nutrirsi con accanimento masochista.

Alla distanza si è capito che il suo parlare di 'mutazione antropologica' come di un'incidenza perversa dentro cui la nostra società andava avvolgendosi, esprimendo i lati peggiori di sé - avventurismo culturale, sprezzante rifiuto nei confronti di tutto quanto sembrasse limitare il suo vorace egotismo - aveva un significato persino profetico. 

Il rifiuto sistematico che Pasolini teorizzò della logica delle comunicazioni di massa, del cosiddetto progresso e della loro inevitabile dittatura, il suo giudizio senza appello sull'uso feticista della tv che prese a dilagare sulla metà degli anni Settanta, come strumento di una informazione sempre più blindata da interessi di parte tutt'altro che conoscitivi, lo portò a capire in anticipo su tanti a cosa potesse ridursi una società che supinamente accettava la tirannia di un mezzo che, nel modo in cui veniva usato, distruggeva il senso primo del conoscere, l'acquisizione per la mente umana di significati, l'obliterazione della propria storia, poiché là, in quel bagaglio di idee e costumi, nel potenziamento di essi, essa invece avrebbe trovato la forza di affrontare quella rigenerazione che la modernità imponeva. 

Non lo sguardo voltato indietro, ma Pasolini pensava si potesse guardare avanti senza mandare a zero quello che nel passato vi fosse stato di innovativo. In questo il suo umanismo, proprio nei termini in cui si esprimeva, poteva di sicuro provocare sconcerto e rifiuto, ma l'ottica dello scrittore a quel punto non cedeva rispetto alla invasiva formalizzazione di cui la cultura italiana, anche quella letteraria, sembrava ubriacarsi. C'era chi aveva buon gioco a sostenere che la posizione pasoliniana fosse funebre, priva di speranza. Lui poteva rispondere che si trattava del contrario, e che la speranza non può germogliare se inaridisci le fonti da cui un paese si è sempre nutrito.

Su questo lo scrittore de 'Le ceneri di Gramsci' e dell''Umile Italia' ebbe la forza di imporre la visione della propria solitudine e di farne un valore intellettuale. Non che fosse un hegeliano di formazione come Adorno, ma il pensiero contenuto nella 'Dialettica dell'illuminismo' non si può dire gli fosse estraneo. 

Torno a dire che non gli era estranea una concezione della storia, ma non come camicia di forza dentro cui tutto si spiega, piuttosto come dinamica propulsiva per un consapevole arricchimento del sapere. Diede il nome di Dopo-Storia all'età che giudicava con violenza e durezza. E questa violenza va vista come una reazione a ciò che stimava una malattia del tempo. 

Non esitò a dirsi "pazzo", a vivere il destino scelto come un'estrema occasione che gli era offerta. Scrisse che solo un privilegio d'anagrafe gli aveva dato la possibilità di guardare a distanza questa età di disfatte: il suo essere al mondo era radicato in un tempo tutto diverso, ma che sentiva ancora reale e vivo. "So che in me ci sono duemila anni di cristianesimo: io coi miei avi ho costruito le chiese romaniche, e poi le chiese gotiche, e poi le chiese barocche: esse sono mio patrimonio, nel contenuto e nello stile. Sarei folle se negassi tale forza potente che è in me". 

Credo che in questa convinzione consista la tensione di scandalo che lo scrittore corsaro e luterano ha generato per tutta la sua vita.

A un'Italia desiderosa di dimenticarsi presa dal vortice, come lui sosteneva, del neocapitale lanciò, "più moderno di ogni moderno", l'esigenza di non dimenticare "i fratelli che non sono più".


Una vita violenta

Con L'espresso, il 4 novembre, c'è il romanzo di Pier Paolo Pasolini 'Una vita violenta', del 1959. 

"... il pallone l'aveva tra i piedi sempre lui, o quasi: ma più l'aveva più s'incarogniva a tenercelo, dribblando e dando calci agli stinchi...".
È il romanzo che decreta il successo dello scrittore e che fa assurgere a letteratura il sottoproletariato delle borgate romane, vissuto e reinventato da Pasolini: 
"I riferimenti a singole persone, fatti e luoghi reali qui descritti sono frutto di invenzione: tuttavia vorrei che fosse ben chiaro al lettore che quanto ha letto in questo romanzo è, nella sostanza, accaduto realmente e continua realmente a accadere"
scrive Pasolini nell'Avvertenza finale. 'Una vita violenta' rappresenta la vitalità allegra e tragica di Tommasino, Lello e degli altri 'ragazzi di vita' con la stessa nitidezza del bianco e nero di 'Accattone', lo stesso linguaggio gergale, ieratico, folgorante.


Un visionario fra le lucciole
di Edmondo Berselli

Perché di tanto in tanto la destra riscopre un simbolo della sinistra? E per quale ragione Pier Paolo Pasolini risulta ancora, a trent'anni dalla sua morte disperata ed estrema, un segno di contraddizione? Una delle risposte eventuali, fra le tante possibili, è che il regista, lo scrittore, il polemista, l'uomo pubblico Pasolini era soprattutto e sempre un intellettuale. Ossia un produttore di significati a getto continuo, disposto a fare lavoro culturale a tempo pieno, in ogni momento, su ogni argomento. Anche quando dava un calcio al pallone, simile a un discobolo classico, bellissimo in quel gesto tecnico fermato da un'istantanea. Ed è chiaro che soprattutto nei primi anni Settanta l'intellettuale Pasolini reagiva con la propria intera personalità alle rotture, ai contrasti, alle sfasature provocate dalla modernizzazione italiana.

Proprio il gettarsi in ogni discussione, nel realizzare di continuo una testimonianza vivente sui fatti, 'sul campo', dava consistenza alla contraddizione pasoliniana. Contraddizione che veniva da un'idea di per sé arcaica della società nazionale, come se esistesse anche allora una ingenuità felice, un sentimento incorrotto della natura, investito dall'industrializzazione e da essa travolto: l'addio alle lucciole era l'epicedio per l'Italia rurale, per la campagna, per il 'paese', mentre le periferie si dilatavano in seguito ai programmi urbanistici dell'edilizia popolare, avviati negli anni Cinquanta da Amintore Fanfani, e nel frattempo il centrosinistra 'storico' aveva perso le occasioni offerte dal neocapitalismo, ovvero la chance di inserire le masse popolari e operaie in un circuito di consumo evoluto. 

Nello stesso tempo, Pasolini era progressista in politica, in quanto si sentiva, ed era considerato, 'di sinistra'. Anche se questo progressismo si alimentava più che altro della denuncia: l'intellettuale 'marxista', ma anche l'intellettuale a suo modo cattolico, esponeva la classe politica di governo, il Palazzo, a un processo in cui la sentenza era già redatta. Sfuggiva, all'intellettuale, ciò che Aldo Moro avrebbe rilevato all'epoca dello scandalo Lockheed. La Dc non si farà processare nelle piazze, protestava Moro, e aggiungeva una glossa ineccepibile: i processi, in democrazia, si fanno con il voto.

Pasolini invece agita simboli, e i simboli sono ambigui. Quando sta dalla parte del poliziotto, critica il sessantottismo in chiave estetica. Se denuncia l'orrore dei capelli lunghi, e decanta la nuca orgogliosamente glabra del proletario, ha in mente un'iconografia. Se devia rispetto al senso comune quando parla dell'aborto, si riferisce a una sessualità mitologizzata. E il mito, ossia un'immagine eterna, lo investe e lo ossessiona. La sua antropologia è atemporale, svincolata dal suo marxismo. Il mito è Medea, ma anche Canterbury; è il Vangelo di Matteo ma anche la felicità mondana di Boccaccio o della cultura araba; e alla fine la tragedia di senso e del corpo di Salò/Sade trascende la politica per situarsi in un mondo a parte e tragicamente estetizzante. La poesia civile delle 'Ceneri di Gramsci' è forse una prova di mimetismo intellettuale non diversa dalle esplorazioni psicoanalitiche e messianiche di 'Teorema'. 

E anche la grandezza drammatica della visione pasoliniana consiste probabilmente in un fraintendimento, o in un equivoco: per la semplice ragione che con il mito, la natura, le icone dell'immaginazione, le strutture profonde del freudismo e i paradigmi della linguistica, si coglie forse la perdita di un senso, ma non si riesce a descrivere empiricamente il processo sociale che investe l'Italia dei Sessanta e Settanta. 

Ricondurre i sintomi della modernizzazione a una struttura eterna è una manovra intellettuale di suggestione formidabile, ma ingestibile politicamente proprio in quanto è il frutto di una visione soggettiva. La potenza visionaria di Pasolini equivale alla sua miopia nell'osservare i fenomeni della realtà effettuale. Proiettare in una dimensione mitica la politica italiana significava anche rinunciare ad agire politicamente. Scrivere lettere luterane, pubblicare scritti corsari, agire dal margine. Ma Pasolini non era Foucault, e pazienza; ma l'imminenza di una rivoluzione impossibile portava a ignorare le riforme di cui l'Italia aveva un tragico bisogno.

 

L'Espresso per Pasolini
 

Vai alla pagina principale