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Notizie "La Nuova Sardegna"
* * * La
poesia civile di Pasolini
Su Pier Paolo Pasolini continua a pesare un giudizio di Giovanni Raboni che chiudeva un articolo del 1993, apparso sul «Corriere della Sera», intitolato Ma quanto durerà la poesia di Pasolini? Raboni, dopo averne sottolineato «la genialità polemica, la mobilità, la chiaroveggenza», concludeva affermando che «questo grande intellettuale» fosse stato poeta «innanzitutto e in tutto, nel cinema come nel teatro, nella pubblicistica come nel romanzo - in tutto [...], tranne che nella poesia». Un giudizio che continua a pesare, s’è detto: tanto più che Raboni è stato, con Luigi Baldacci e Pier Vincenzo Mengaldo, il lettore di poesia più intelligente e acuto, più innovativo e spregiudicato della sua generazione. In primissima fila nel secondo Novecento: come dimostra adesso il volume postumo, dove ritrovo il giudizio in questione, appena pubblicato da Garzanti per l’ottima cura di Andrea Cortellessa: «La poesia che si fa». Cronaca e storia del Novecento poetico italiano 1959-2004. Ha ragione Raboni? E in che modo gli si potrebbe rispondere? Forse come ha fatto Alfonso Berardinelli in occasione d’un dibattito pubblico, il quale s’è trovato provocatoriamente ad osservare che, se le cose stessero così come Raboni le pone, Pasolini non sarebbe meno poeta, d’uno che invece praticasse la poesia solo nel recinto d’un genere limitato e riconoscibile. Tutt’altro per Berardinelli: essendo assai meno poeta, di fatto, chi lo è soltanto in versi, rispetto a colui che, invece, riesce ad esserlo in ogni tipo di attività, se non altro per meri motivi di quantità. Le notazioni di Raboni e Berardinelli, solo apparentemente paradossali, ci consentono, per altro, di impostare al meglio proprio il discorso sulla produzione in versi di Pasolini, considerata per sé stessa, senza riferimenti al resto dell’opera: là dove lo scrittore friulano, dentro il Novecento crociano ed ermetico, quello fondato sulla distinzione drastica di poesia e non-poesia, ha saputo dare prova d’una ricerca che rivendicava e proponeva i diritti, diciamo così lirici, dell’impoetico e del prosastico, almeno a partire dalle sorprendenti «Ceneri di Gramsci» (1957) sino ai detriti e alle scorie di «Trasumanar e organizzar» (1971). Ecco: qual è stata, nella storia della poesia italiana, l’importanza delle «Ceneri di Gramsci»? Libro che, se molti considerano come il migliore in versi di Pasolini, non tutti reputano un capolavoro: a cominciare dallo stesso Berardinelli, che lo ha giudicato disuguale ed imperfetto, come tutte le opere di Pasolini, che non avrebbe mai attinto al capolavoro. Credo sia giusto, a questo punto, ricordare fatti noti: se non altro perché si tende a rimuoverli. Ecco: quale considerazione si avrebbe, oggi, della letteratura popolare e della poesia in dialetto, se non ci fosse stata anche, negli anni Quaranta e Cinquanta, la battaglia dell’antiermetico e gramsciano Pasolini, con la sua produzione in proprio (mettiamo «Poesie da Casarsa», del 1942) e la sua attività di saggista e critico, culminata in «Passione e ideologia» (1960)? E ancora: sarebbero stato lo stesso quel processo che ha visto la poesia italiana compromettersi, sempre di più, con la prosa e la narrativa, senza le guerre di Pasolini? Ritorno alla domanda sull’importanza delle «Ceneri»: per rispondere che potrebbe stare nel tentativo di candidarsi come proposta d’una poesia civile, lavorata dentro una nuova dimensione oratoria, tale da smentire la persistente convinzione crociana dell’impossibilità d’ogni allenza, a vantaggio della poesia, tra prosodia ed eloquenza, metrica ed ideologia. Un tentativo molto difficile e coraggioso sulla scena italiana, se si pensa che, quanto ad eloquenza civile, l’Italia aveva conosciuto, non certo la passione democratica di Withman, piuttosto la retorica nazionalista di Carducci e D’Annunzio. In questo senso, «Le ceneri» hanno qualcosa di prodigioso. Senza nemmeno negarsi a certe accensioni di lirismo che non si dimenticano, come nell’incipit della VII sezione che dà il titolo al libro: «Non è di maggio questa impura aria/che il buio giardino straniero/fa ancora più buio, o l’abbaglia». Per non aggiungere che «Le ceneri», ben oltre la scommessa civile, rappresentano anche molte altre cose: e vi si sente particolarmente la lezione di Longhi, che Pasolini aveva ascoltato all’università di Bologna. Prendete la I sezione, «Appennino»: non è facile trovare, nella poesia italiana del Novecento avanzato, un sentimento del paesaggio, una vocazione pittorica paragonabile a questa, se non, forse, nel Betocchi di «L’Estate di San Martino» (1961). Mentre onnivoro resta il senso della tradizione: se c’è dato di avvertire persino qualche eco, sempre in «Appennino», delle «Città del silenzio» di D’Annunzio. Ai paradossi di Raboni e Berardinelli, per restare ancora all’indefessa volontà pasoliniana d’essere poeta, vorrei aggiungerne un altro: che se il Pasolini romanziere e borgataro di «Ragazzi di vita» (1955) e «Una vita violenta» (1959), alla lunga, non regge, ciò si deve proprio alla resistenza d’un lirismo e d’una letterarietà, pagati forse in pedaggio ai nemici ermetici, che male si combina con gli esibiti innesti dialettali, magari in nome d’un frainteso (e gaddesco) plurilinguismo. Ma il Pasolini narratore, occorre ricordarlo, è ben altro e di più: basterebbe ricordare, i friulani e autobiografici «Amado mio» e «Atti impuri», cui Pasolini lavora tra il 1948 e il 1950. Ma se si vorrà trovare il capolavoro che, lo abbiamo visto, anche critici autorevoli negano, io credo che bisognerà cercare nel postumo e incompiuto, magmatico, voracemente inclusivo di tutta la realtà, scandalosissimo «Petrolio»: là dove Pasolini arriva all’informale, nel disperato tentativo di dar forma a quell’informe che è diventata la vita nell’Italia del neocapitalismo realizzato. Un romanzo postremo e feroce: in cui anche la lingua, come il corpo sociale, è andata in metastasi. Ma vorrei tornare al Pasolini poeta, quello supremamente imperfetto di «Trasumanar e organizzar». Un libro costitutivamente destinato al fallimento: proprio perché vi si tenta l’intentabile. Come poteva essere altrimenti? In «Trasumanar e organizzar» confluisce di tutto, in una specie d’azzeramento della propria carriera poetica, e nella fuga da ogni letterarietà: pamphlet e invettiva, recensione e articolo, comunicato stampa e preghiera, manifesto. Un libro che dimostra come per Pasolini, in ciò pienamente uomo del Novecento, le idee e i progetti contano sempre più dei risultati, così come l’ideologia è sempre più importante dell’estetica. Ho detto: uomo pienamente novecentesco. E lo ribadisco: nonostante la sua polemica contro le avanguardie coeve, in nome della tradizione e dello sperimentalismo. Pensate solo a come l’opera, nella fase ultima della sua vita, soprattutto nell’ambito teatrale, gli slittasse sempre più in direzione della performance. Non per niente è stato, dentro il secolo passato, l’autore che ha proiettato, più di ogni altro, l’ombra della biografia sulla propria opera. Insieme a D’Annunzio. La cui vita inimitabile può apparci ora come parodiata da Pasolini: laddove, al virilismo superomista, si è sostituita una scandalosa omosessualità. Anche in questo Pasolini ci ha spiazzato. * * * Il
lucido testimone di un disastro
Aveva previsto l’orrore dell’Italia, del mondo di oggi, la ferocia dei poteri senza etica e il dominio della stupidità mediatica. Aveva previsto che la letteratura sarebbe stata uccisa dall’industria editoriale e che una sinistra senza memoria sarebbe finita fagocitata dall’ordine dato delle cose, forza di conservazione senza nemmeno averne coscienza. Così di Pier Paolo Pasolini parla Vincenzo Consolo, scrittore Premio Strega con «Il sorriso dell’ignoto marinaio», narratore della generazione di mezzo, di quella che sta tra la leva dei Calvino, degli Sciascia, dei Gadda e i narratori quarantenni. Rivendica, Consolo, della lezione di Pasolini, la concezione della letteratura come di un’attività capace non solo di conoscere il mondo, ma anche di cambiarlo. Una concezione «modernista», che sta ben al di qua dello tsunami postmoderno che ha travolto i più giovani (ma che in fondo aveva trascinato con sé anche i neovanguardisti del Gruppo 63). - Perché bisognerebbe continuare a leggere Pasolini? «Perché è stato un vero poeta, un entusiasta. I poeti veri sono tutti entusiasti. La parola “entusiasta” viene dal verbo greco enthousiàzein, che significa “essere divinamente ispirato, posseduto dalla divinità”. In modo lucido e dolorante Pasolini ha visto e ha letto la mutazione antropologica attraverso la quale il nostro paese è passato sotto il dominio del capitalismo globalizzato. Da poeta vaticinante, aveva pre-visto l’orrore dell’Italia, del mondo contemporaneo». - Ma non è che poi lo vedano in molti, oggi, l’orrore, in Italia... «Perché viviamo in un paese corrotto dai mezzi di comunicazione di massa, dalla televisione. Un paese telestupefatto. Abbiamo perso memoria, cognizione della nostra identità, viviamo come in una sorta di finzione continua, instupiditi dalla volgarità che ci rovesciano addosso i media. E’ un’infezione che non risparmia nessuno, ne sono toccati i politici di destra come quelli di sinistra. Tutti parlano lo stesso linguaggio. I dibattiti alla tv sono insopportabili, osceni. Discorsi fatti di slogan, privi di verità». - C’è persino Fassino che va da Maria De Filippi... «Appunto. E d’altra parte, che cosa potrei provare io, siciliano, se non un sentimento di offesa, di fronte alla proposta venuta da alcuni settori del centrosinistra di candidare Pippo Baudo a futuro presidente della Regione Sicilia? Ho trovato la cosa assolutamente umiliante». - Pasolini aveva una coscienza acutissima della centralità della lingua, dell’italiano, i cui cambiamenti avvertiva come segnali di un mutamento epocale... «Il Leopardi dello “Zibaldone”, analizzando l’italiano in rapporto ad altre lingue europee, scriveva che l’italiano aveva in sé l’infinito. Pasolini, nel saggio “Nuove questioni linguistiche”, diceva che noi, nella nostra lingua, nelle nostre vite, abbiamo perso questo senso dell’infinito. Scrive Pasolini: “In qualche modo, con qualche titubanza, non senza emozione mi sento autorizzato ad annunziare che è nato l’italiano come lingua nazionale”. Vedeva nascere una lingua orrenda, burocratica e senza memoria, che è diventata specchio delle nostre coscienze spente. L’unificazione linguistica è avvenuta nel segno di una continuità che al fascismo-fascismo sostituiva il “fascismo” democristiano. A Pasolini è stato risparmiato il “fascismo” berlusconiano. Oggi il processo che lui osservava agli inizi è compiuto. D’infinito, nella nostra lingua, non c’è più nulla. Parliamo e scriviamo il linguaggio del dominio economico sostenuto dal sistema delle comunicazioni di massa». - Pasolini polemizzava anche con l’operazione linguistica compiuta dalla neovanguardia letteraria italiana, dal Gruppo 63... «La lingua della neoavanguardia è l’altra faccia dell’italiano del potere. La stessa afasia. Pasolini distingue tra una corrente di sperimentazione linguistica - che parte da Verga, passa attraverso Gadda e arriva sino a Volponi - dalle neoavanguardie, dalla loro lingua speculare all’afasia del potere. “Se tuttavia, in qualche area marginale, dei letterati, così come li concepiamo oggi nel nostro idillio umanistico, continueranno a esserci, il loro italiano espressivo sarà totalmente privo di destinatari”. Così scriveva Pasolini. Una frase che fotografa esattamente l’attuale situazione della produzione letteraria in Italia, nella quale prevalgono le scelte di consumo e d’intrattenimento delle grandi case editrici: la dittatura del poliziesco, del giallo, del noir, romanzi scritti in un italiano che con la letteratura non ha niente a che fare. La letteratura è memoria, in queste scritture di consumo non c’è assolutamente nessuna memoria. La letteratura vera è una scrittura su altre scritture. C’è una memoria letteraria dalla quale si parte, sempre. Quella letteraria è una scrittura palinsestica. Tommaseo rimproverava al Leopardi il fatto che dietro le sue poesie si leggessero, in maniera scoperta, tutti i suoi debiti con la tradizione italiana ed europea. Tommaseo diceva che la poesia di Leopardi era come un palinsesto mal cancellato. Ma questa era esattamente la grandezza dell’autore dell’“Infinito”. Oggi resta solo consumo». - La letteratura è memoria. Il passato che dà scandalo, come scriveva Pasolini... «Noi siamo stati espropriati della memoria. Ci costringono a vivere in un eterno presente, senza cognizione del passato, senza immaginazione del futuro. Un presente eterno in cui diventiamo soggetti passivi, consumatori, perfetti uomini cavi, vuoti, per usare una definizione di Eliot. Da qui la ferocia e la volgarità che invade le nostre vite». - Soprattutto nell’ultimo Pasolini c’è l’arroccarsi sulla frontiera del corpo come estrema postazione difendibile rispetto a ciò che stava avanzando... «Per Pasolini il corpo era sacro. Oggi anche il corpo è stato invaso dalle logiche dell’esibizione, della volgarizzazione, dalla ferocia senza senso del consumo. Era, quella di Pasolini, la sacralità della vita nella sua irriducibile corporeità. Era in accordo, questa sua idea del corpo, con la visione che lui aveva della scrittura, che non va sprecata, come non si deve sprecare la vita». - Oggi Pasolini potrebbe continuare a scrivere? «La generazione di Pasolini è finita. Ci sono ancora, vivi, scrittori e poeti veri, come Andrea Zanzotto e Pier Vincenzo Mengaldo. Hanno ottant’anni. Scrivono, anche. Ma per loro l’accoglienza è minima. I riflettori si accendono su altri. Manca il referente sociale e antropologico. Ormai in Italia gli intellettuali sono i comici e i cantanti. Ho visto Celentano: quanta stupidità! Dal Pasolini del “Corriere” al Celentano di Raiuno. Un salto che dice tutto di che cos’è oggi il nostro paese». * * * Il
grande eretico del Novecento
Da «Non per chi va» pubblicato da Savelli nel 1980, alle raccolte per Einaudi (l’ultima, «Bassa stagione», è del 2003) Gianni D’Elia ha non solo tracciato un percorso poetico notevole, ma anche segnato le coordinate di un bilancio politico-esistenziale lungo trent’anni di vita italiana: quelli della propria giovinezza e maturità (è nato a Pesaro nel 1953) ma anche gli stessi che ci separano dalla tragica morte di Pier Paolo Pasolini. Da Effigie Edizioni ha pubblicato a settembre «L’eresia di Pasolini», una raccolta di saggi già in seconda edizione. - Qual è l’eresia di Pasolini? «Il libro di Delio Cantimori sugli eretici del ’500 mi ha fatto venire in mente un parallelo: Pasolini come eretico del ’900, deviante rispetto alla norma, al dogma. Eccentrico rispetto al precetto cristiano e a quello marxista: è stato - ed è ancora oggi - giudicato un «errore». Era così anche per noi che ci inventavamo le radio libere e poi avremmo fatto il Settantasette a Bologna. Non lo capivamo: mentre lui faceva un’indagine sull’Italia delle stragi noi facevamo l’imitazione di Majakovskij e dei tardo-dadaisti». - «Poesie incivili» è il titolo di una sezione della «Religione del mio tempo», e quella di «poesia incivile» è una categoria centrale nel suo libro. «L’etimologia di incivile rimanda all’essere “non-cittadino”: Pasolini allude alla non-cittadinanza, e alla coscienza di questa condizione. La città è morta, non c’è più: il nuovo capitale sopprime i rapporti umani con l’omologazione e il dominio, e il poeta non si riconosce né nelle forme letterarie, né in quelle tradizionali di opposizione politica. Pasolini identifica il capitalismo come agente distruttore dell’umanesimo e dell’umanità. È quello stesso nostro mondo odierno che egli definisce “l’universo orrendo”, e in questo Pasolini è il maggior critico antesignano della globalizzazione». - Scrive anche che «Leopardi e Pasolini nell’Ottocento e nel Novecento sono i due poeti d’avanguardia della nostra tradizione». «Ci vorranno ancora venti, forse trent’anni, ma Pasolini verrà studiato un giorno come filosofo, così come è successo a Leopardi, considerato per decenni un “minore”. Nelle pagine finali della “Nuova gioventù” Pasolini dice che non possiamo più andare avanti: il nostro procedere è un’apocalisse, e dunque dobbiamo andare indietro. Sostituisce all’endiadi novecentesca “avanguardia-rivoluzione” quella “tradizione-rivoluzione”. Penso che quello che Leopardi scrisse in prosa nel “Discorso sui costumi degli italiani” Pasolini lo abbia scritto in poesia, organizzando una antropologia in versi. Il cromosoma della poesia italiana è lirico, Pasolini lo muta rendendolo filosofico, con un precedente che è una possibilità perduta della letteratura italiana, la “Ginestra” di Leopardi. Sia Leopardi che Pasolini rompono con la poetica del proprio secolo: il primo col romanticismo e il secondo con l’avanguardia, che riteneva stesse codificando un nuovo potere. Così riassume in quattro parole il carattere del vero scrittore: «entusiasmo, amarezza, illusione, rabbia». La grande arte poetica si fa con questi quattro elementi, quindi esattamente all’opposto del «vivere al cinque per cento» di Montale e del canone italiano dominante. - Potere editoriale, di mercato ma anche accademico. Lei parlai di «ostracismo delle cerchie accademiche» nei confronti di Pasolini, il quale però pubblicava da grandi editori, usava il cinema, scrisse negli ultimi anni sul più grande quotidiano italiano. Questo ostracismo, insomma, non gli impedì di raggiungere il grande pubblico. «La sua popolarità fu anche il frutto di una persecuzione giudiziaria e giornalistica, scandalistica. Quasi che l’accanimento dei trentatré processi subiti, delle oltre centoventi denunce nei suoi confronti, si sia nutrito della notorietà e viceversa. La messa aL bando da parte di chi fa le storie letterarie, poi, è un fatto solo italiano. Da noi si continua a negare qualsiasi valore alla sua poesia, mentre ora in Francia si parla di una “funzione Pasolini” nella letteratura italiana, così come c’è una “funzione Gadda”. Ma la rimozione nei suoi confronti investe anche il suo assassinio: Pasolini è stato ammazzato per la sua opera, non per la sua omosessualità. Per ciò che scriveva sul Corriere della Sera, per ciò che abbiamo letto in seguito su “Petrolio”. Stava costruendo un dossier su quello che aveva chiamato il “romanzo delle stragi”, il legame tra la morte di Mattei, le manovre dell’Eni di Eugenio Cefis, lo stragismo. Soltanto la magistratura ha letto “Petrolio” come si deve, anche se qualche giorno fa la Procura di Roma ha archiviato la possibilità di riaprire un’inchiesta basata sulle recenti affermazioni di Pino Pelosi». - Ha detto di aver iniziato a scrivere il libro dopo i fatti di Genova. Ma nella «Poesia della tradizione» Pasolini chiama i giovani del ’68 «ragazzi sfortunati, che avete visto a portata di mano / una meravigliosa vittoria che non esisteva!». Come si fa a combattere se non si ha l’obiettivo di una vittoria o - come si è gridato nelle piazze in questi anni - di un altro mondo possibile? «Nell’ultima intervista concessa a Furio Colombo nel pomeriggio del primo novembre, poche ora prima di essere ucciso, diceva che “i pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no. Il rifiuto deve essere grande, totale, non su questo o quel punto: ‘assurdo’, non di buon senso”. La speranza, cioè, è nella ragione, consiste nella capacità inesausta di interpretare il mondo: bisogna resistere ad esso, non subirlo come puro dolore. - Ci hanno insegnato che a un certo punto bisogna «uccidere il padre»: non varrà anche per Pasolini? «Una volta, rispondendo ad Adriano Sofri, Pasolini disse di non aver mai voluto essere un padre. È un fratello, un compagno di strada, un Rimbaud che va interrogato di continuo, non per dargli ragione ma per nutrirsi dei suoi interrogativi. Se uno lo legge non gli viene nostalgia del passato, ma la voglia di conoscere il presente. Oggi mi ossessiona il tragitto che fece Pasolini, la sera del suo omicidio, da Roma a Ostia: perché, con chi, quale trappola è scattata. Su questo si doveva indagare e non lo si è fatto. Visto che la verità giudiziaria è negata, proviamo a lanciare una verità letteraria». * * * SI VEDANO LE PAGINE ORIGINALI
40 E 41
DE "LA NUOVA SARDEGNA"
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