"Pagine
corsare"
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Il fantasma di Pasolini
e la Sinistra in Italia
Marco Belpoliti, La
Stampa
Un’artista,
Elisabetta Benassi, ha esposto pochi mesi fa nei sotterranei di Palazzo
Farnese a Roma, un’opera intitolata Alfa Romeo GT veloce 1975-2007:
la macchina di Pier Paolo Pasolini, il medesimo modello e colore, parcheggiata
nel buio con i fari accesi. Il simulacro dell’autovettura con cui Pino
Pelosi è passato e ripassato sul corpo del poeta quella notte all’idroscalo
di Ostia. Sono trascorsi più di trent’anni, e ancora una parte della
cultura italiana, della sinistra in particolare, è rimasta come
quell’automobile: vuota e a fari accesi. Il sindaco di Roma, Walter Veltroni,
uno dei protagonisti della politica italiana, chiede con una controinchiesta
alla magistratura di riaprire l’indagine sulla morte dello scrittore, ipotizzando
che Pasolini sia stato ucciso non da un «ragazzo di vita» bensì
da un gruppo, e che le ragioni siano di tipo politico, legate alla stesura
del suo romanzo inedito, Petrolio, uno dei capolavori inespressi
degli Anni Settanta: il caso Mattei, probabilmente.
Legittimo, visto che molte
cose restano oscure in quell’assassinio. Tuttavia questa richiesta, che
non proviene solo da intellettuali - 700 firmatari di un appello internazionale
-, ma anche da un prestigioso esponente politico, va interpreta come un
sintomo di quella sindrome che dal 1975 ha colpito gran parte dell’intellettualità
del Bel Paese. Non era ancora stato inumato a Casarsa, nel suo bel Friuli,
che già ci si chiedeva: cosa avrebbe detto Pasolini, cosa avrebbe
scritto di questo se fosse ancora qui con noi? Orfana di Pasolini la sinistra
italiana lo è da trent’anni e più, orfana della sua capacità
di scandalizzarsi, di provocare e soprattutto di contraddirsi. Ma la sindrome-Pasolini
non riguarda solamente la condizione di figli sopravvissuti al Padre, bensì
l’incapacità di fare i conti fino in fondo con la modernità
bastarda denunciata da Pasolini sul Corriere della Sera.
La sinistra ondeggia di continuo
tra forme di modernizzazione e di antimodernizzazione, tra l’idea di un
Paese finalmente luterano, come auspicava il Poeta, con tutte le conseguenze
che questo comporta, e quella di un Paese antimoderno, contrario a ogni
forma di neocapitalismo, nostalgico di sé, della propria eterna
immagine giovane. Il primo segno di questa sindrome è infatti la
nostalgia, quel «come eravamo», che emerge ogni volta che viene
rievocato il Poeta. Ciò che si cela dietro questa ennesima richiesta
di verità sulla sua morte è il desiderio di riprendere il
sentiero interrotto degli Anni 70, il decennio in cui si è formata
l’attuale classe dirigente, sia di sinistra sia di destra, visto che la
destra è composta da molti ex di sinistra.
Lo ripete Veltroni quando parla
dello spartiacque di quella stagione, il 1976, l’anno seguente alla morte
di Pasolini. Dopo iniziano gli anni di piombo. Non so se questa lettura
sia del tutto corretta, se sia storicamente esatta. Quello che importa
è il significato simbolico assunto dall’uccisione del Poeta, dalla
perdita di un’innocenza che la generazione degli Anni 70, ora insediata
nel Palazzo, chiede per sé, dimenticandosi di tutto quello che Pasolini
ha scritto a proposito di lei, sui ragazzi del Sessantotto dipinti come
i nuovi fascisti, ma soprattutto non fa i conti, e forse non può
farli, con l’altro aspetto sempre sottaciuto del Poeta senza il quale anche
la lettura della famosa mutazione antropologica italiana risulta incomprensibile:
l’omosessualità, chiave estetica prima ancora che politica. Forse
sarebbe ora che invece di suscitare ancora una volta il fantasma di Pasolini,
la sinistra si decidesse a fare a meno di lui, iniziando un processo di
seppellimento simbolico del Vate, unica possibilità per intraprendere,
come spiegano gli antropologi, la fondazione di una nuova città
dell’uomo. Andare avanti, anche senza Pasolini.
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