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Notizie Sguardo profetico
A volte mi piace fare un gioco. Immaginare cioè, in determinate situazioni, di trovarmi assieme a qualcuno che non c'è più. Immagino di condividere con lui quello che è il mio presente e sarebbe stato il suo futuro se la semplice biologia o l'atrocità della vita non si fossero frapposte. Nel primo caso, ad esempio, quando sono in aereo, mi immagino di avere al mio fianco Leonardo Da Vinci. Gli direi, mentre contempla la terra dall'alto: «Hai visto, ce l'abbiamo fatta!». Lui ci aveva pensato molto prima. Oppure, quando arrivano notizie sull'ultimo viaggio di una sonda spaziale ai confini del nostro sistema solare, immagino al mio fianco Jules Verne, mio adorato compagno d'infanzia, e commento con lui quanto si è andati oltre la sua immaginazione ma anche quanto la sua immaginazione, per quanto ristretta in termini puramente materiali, fosse più seducente della realtà venuta a seguire. Sono pensieri innocui ma possono assumere molte forme. Anche dolorose. Quella che fa più male è il pensiero di trovarmi assieme a Pier Paolo Pasolini e mostrargli l'Italia del 2005. È un pensiero che mi crea un abisso. Un abisso dietro l'altro, dentro (in un "dentro" che è difficile ogni giorno riorganizzare: avremmo bisogno ciascuno di un piccolo coach kantiano, "dentro", a rimetterci in sesto l'identità). È un pensiero che non vorrei fare. Eppure ci pensi, a chi ami e a chi hai amato, anche se delle volte non ti ci sei trovato d'accordo, anche se ti ha fatto arrabbiare, anche se con Edoardo Sanguineti hai pensato che lo sguardo di Pasolini rivolto a un passato finito fosse sterile. Il fatto è che il futuro che è arrivato è molto più sterile di qualunque cosa trent'anni fa avessimo potuto immaginare. Il fatto è che da questo punto di vista è meglio che Pier Paolo Pasolini sia morto, perché questo tempo qui non se lo meritava. Scriveva Hegel che «la tragedia è ciò che continua a finire». Ecco, se il sogno dell'intellettuale Pasolini è un sogno che si è interrotto, l'incubo odierno, abnorme alle sue pur complesse premesse storiche, non si interrompe; non c'è veglia, sonno, rinascita. C'è soltanto un'infinita fine. La "palude definitiva" di Manganelli ma gestita dalle corporation dei semi manipolati o del dentifricio che fa venire il cancro. Insomma un mostruoso universo frattalico e incomprensibile gestito da capitali inaccessibili che fanno davvero da testimonianza esemplare a quanto l'odio per il moderno di Pasolini fosse non solo sensato ma furiosamente lucido e dunque profetico. Però. Il 6 settembre 1975, in un intervento alla festa dell'Unità di Firenze (pubblicato ora in appendice all'acuto L'eresia di Pasolini, Gianni D'Elia, Effigie edizioni), Pasolini rimarcava: «[…]il Partito comunista è una specie di paese nel paese, una specie di paese pulito e morale in un paese sporco e profondamente immorale».Questa frase vorrei immaginare che tenesse, che fosse ancora oggi praticabile, nell'enunciazione, senza vergogna, e credo che lo possa essere. Ne è passata di merda sotto i ponti dai tempi dei fondi neri di Cefis attorno al quale si dannava l'incompiuto Pasolini di Petrolio. Ne è passata talmente tanta che si è persa la bussola, l'Iraq è una farsa atroce e il petrolio, quello vero degli interessi planetari, passa attraverso lo stesso flusso d'informazioni che ci allerta sulla riflessione nazionale attorno al fatto che la Lecciso tenga o meno i figli, e quanto Albano possa vederli, e perché Valeria Marini ha lasciato Cecchi Gori, e perché quattro milioni e mezzo di Italiani siano andati a votare alle primarie. Ma in questo flusso indifferenziato d'immondizia e lacaniani "lembi di reale" (che è il flusso in cui è cresciuto, anche pascendosene, chi come me ha oggi quasi 40 anni, e nel suo immaginario ha l'omino Bialetti, Dash più bianco non si può e altre meontologie imbarazzanti, comiche se non fosse un campo di sterminio, straordinariamente efficiente, della ragione) è possibile isolare quella frase di Pasolini e confrontarla, ravanando nel fondo degli abissi catodici, con un dato di realtà quale è quello, appunto, delle recenti primarie. Poca cosa, certo. L'edonismo ci ha divorati, da tempo, da molto tempo, da prima che in quel tragico novembre ad Ostia Pasolini tacesse per sempre. Ma quella frase e questa realtà scintillano, creano vita. "Un paese nel paese"… certo, è un paese nel paese mutato, follemente mutato… I compagni socialisti (o meglio scriviamo, virgolettando bene, "i compagni socialisti") hanno avuto una storia abbastanza complessa, hanno inventato il socialismo liberale di destra estremamente disinvolto disinvoltissimo e insomma la storia è andata in modo inaspettato (o forse troppo aderente alle aspettative più catastrofiste). Ma quel "paese nel paese" c'è ancora e ancora vive e protesta e sogna. Certo, non sogna grandi rivoluzioni. Sogna una vita normale (con meno alberi e idilliaci paesaggi, ma più Megan Gale e digitale terrestre e download in tempo quasi reale). Sogna quella vita che in Calabria in questi giorni abbiamo ancora una volta visto è dura sognare. Ma è una vita reale, e ce la può fare, a vincere. Non è tanto. Ma è abbastanza per ripartire, per vivere, per fare figli (chi riesce a farlo, anche e soprattutto economicamente parlando) e andare avanti. Certo, su certi punti, tanti davvero (quasi tutti verrebbe da dire, ma non dobbiamo essere pessimisti troppo ché porta male), si è addirittura tornati indietro. Su quello della sessualità ad esempio, se nello stesso "paese nel paese" c'è ancora paura semplicemente a parlare di analità oppure laddove, dopo le battaglie negli anni Settanta per il divorzio e l'aborto, si vuole celebrare l'identità umana dell'embrione a discapito di quella meno tetragona all'integralismo cattolico della donna. Ma chissà cosa avrebbe detto oggi Pasolini di tutto questo. E anche per questo tanto ci manca, il Pasolini comunista eretico, il Pasolini scandalosamente omosessuale, il Pasolini incivile, il Pasolini che Edoardo Sanguineti, in una poesia che è un attacco frontale quanto una trattenuta, implosa dichiarazione d'amore (Le ceneri di Pasolini, 1979) definiva con "dolore e furore": «[…] mio sacerdote dell'io, / mio usignolo ecclesiastico, mio estremo / fantasma cattolico e sadico, mio sterile edipo / castratore, nostro eterno padre».
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