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"Pagine
corsare"
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La parola chiave per
entrare nel cinema di Pasolini è fisiognomica.
di Massimo Canovacci
Liberazione 16 ottobre
2005
La
parola chiave per entrare nel cinema di Pasolini è fisiognomica.
Nel corpo non c'è nulla di naturale, questa la proposizione antropologica
da cui inizia e termina tutta la sua poetica. La fisiognomica, infatti,
parte da questo presupposto: che il carattere, le radici, le storie, le
passioni di ciascun individuo sono disegnate nei suoi lineamenti. Nella
fisionomia vi è l'arte della conoscenza e questa arte si è
affermata prima col disegno, per legare i vizi e le virtù degli
esseri umani agli animali, prima di oggettivarsi nella fotografia: le foto
segnaletiche frontali e di profilo nascono dalla ricerca antropologica
(dare "scientificità" al carattere criminale o primitivo) e si spostano
presto nella nascente scienza poliziesca per diventare carta di identità.
Anagrafìa.
Il cinema di Pasolini - ma
anche i suoi romanzi - riprende questo assunto di base e lo sottomette
alla sua visione. Tutto il cinema dalle origini fino a qualche tempo fa
ha usato secondo modelli narrativi dicotomici la fisiognomica, una depravazione
dell'industria culturale del principio estetico greco kalos-agathos
del bello come bene.
Questo
meccanismo narrativo si è inceppato - non ho il tempo qui per dimostrarlo
- con l'emergere dei serial televisivi. Anche su questo Pasolini aveva
capito in anticipo la televisione che stava per distruggere il cuore pulsante
della sua poetica: la fisiognomica.
Nella sua visione, il corpo
diventa come una mappa piena di rughe, colline, sprofondamenti, lacerazioni.
Una mappa di storture senza pianure lisce, una mappa incongrua, arcaica,
deformata: una asimmetria dei lineamenti.
Questa asimmetria dei lineamenti
delinea una storia che si immerge fin dentro ogni ruga per annullare la
biografia nel mito. Questa è la forza poetica di Pasolini: una potenza
della fisiognomica che caratterizza la persona storicamente e, nello stesso
momento, nega questa storicità in una dissolvenza incrociata col
mito. Che vince, anzi stravince su e contro la Storia.
L'attacco
sferrato da Pasolini a questa Storia - in cui capitalismo, industrialismo,
illuminismo, razionalismo, evoluzionismo, socialismo ecc. si schiacciano
su quell'unico termine - ha come arma pittorica il viso. Anzi quello che
sarebbe meglio chiamare in latino visus, con ciò intendendo
il viso che si estende nel primo piano fino a coincidere con tutto quello
che si vede. Il viso come visione frontale del suo cinema. Un cinema erede
di Masaccio più di ogni altro. Questo visus dilatato a tutto
lo schermo, che lo ingoia e lo rimette come pustole rugose, asimmetrie
rancide, sguardi sbiechi - confligge con il corpo-cosmesi che trionfava
già come stile urbano, estetica industriale che tendeva a livellare
le differenze corporee in un modello fisso. Fissato.
La peculiarità della
sua fisiognomica filmica sta nel fatto che i tratti da lui scelti evocavano
un mondo contadino pre-industriale, pre-storico (non preistorico), quasi
pre-soggettivo. Per questo le borgate romane erano affini ai paesaggi del
Marocco o della Cappadocia e, di conseguenza, a un territorio di corpi
precedenti all'arrivo degli Argonauti.
Medea
è chiarissima su questo punto e il primo piano di Medea-Callas indimenticabile.
Visus
pulsante e carnale irriducibile a ogni armonia razionalmente geometrica.
Una fisiognomica in cui il mito persiste nel bagliore degli occhi fissi
o nella punta del mento rivolta irriducibile verso chiunque a lei di fronte
come una minaccia. Nel suo primo piano come visus, Pasolini caratterizza
ogni personaggio come una mappa scoscesa e selvaggia in una disperata vitalità
antagonista ai livellamenti industrialisti o socialistici. Un visus
pieno di simboli e di sacralità.
Spesso
il suo uso di "religione" ha tratto in inganno: Pasolini era attratto dal
sacro, cioè da qualcosa di irriducibile ad ogni istituzione (Chiesa),
di indicibile, inafferrabile e soprattutto immanente. Il sacro per Pasolini
è immanente ai corpi, ai visi, al sesso: in una parola alla fisiognomica.
Detto in altri termini, la fisiognomica dell'arcaico è il mezzo
espressivo attraverso cui si favorisce la discesa del sacro nel volto di
Stracci o Riccetto. E il sacro non è trattenuto né contenuto
dal dio: sta oltre, dentro e fuori, sta nelle cose e nei corpi, nelle voci
roche borgatare e nei gesti scomposti. Anche se spesso ha usato il termine
religione come la tradizione filologica vuole - legame tra -, per lui la
fascinazione era sacrale e questa irriducibilità verso ogni chiesa
lo portava ad erotizzare l'asimmetria della fisiognomica. In definitiva, la sua fisiognomica
è il sacro che ascende in visione. Si pensi al visus di Accattone
o dei suoi amici.
La ricotta è esemplificativo
di questo discorso. Film breve e geniale, in cui l'eccesso di drammaticità
è stemperato con tecniche da comica finale. Stracci come cammina
è un manuale fisiognomico, gambe corte e storte, grandi falcate,
braccia che si "sbracciano" come a smuovere l'aria per accelerare il cammino,
testa bassa, fissata sulla sua ossessione: la fame. Le sue stesse parole
alitano fisiognomica: chi è romano conosce meglio questa musicalità
strusciata, roca quasi afona, che quasi ingoia le parole appena uscite,
se le mangia. E Stracci ne farebbe volentieri a meno, di parlare.
Ricordo una scena che non
si può rivedere senza profonda agitazione: Stracci sta legato alla
croce ancora adagiata per terra in attesa della sequenza, gli altri lo
prendono in giro per la sua atavica fame, finché gli si avvicina
uno e gli mette vicino alla bocca un panino. L'inquadratura è dal
basso rispetto alla terra dove è ancora distesa la croce, per cui
si vede l'ascella, il collo e le mascelle di Stracci che si allungano di
scatto per afferrare brandelli del panino. Ma l'altro - comparsa in senso
filmico e sociologico - allontana svelto il panino ridendo e facendo ridere
tutti. Tra i denti di Stracci rimane solo un filo di grasso che si affretta
a succhiare avidamente. Questo gesto di ingoiare tutto e subito, qualsiasi
cosa si abbia tra le labbra o tra i denti, è possibile farlo solo
se si è abituati a non recitarlo. La bocca di Stracci è proprio
il ritorno di un mondo arcaico che combatte contro tutto, contro la natura
e contro la storia: perché lui è il suo corpo, un corpo che
desidera, desidera la fame prima ancora che il sesso.
Inquadratura obliqua, che
salta come lui, Stracci, che cerca di addentare i resti del grasso dal
panino. Una inquadratura-Masaccio che addenta lo sguardo dello spettatore
e lascia gli occhi appesi, lì, dove i denti sporchi e asimmetrici
hanno il nulla.
Le immagini sono fotogrammi
tratti da Accattone e Medea: 1. Scucchia, uno degli amici
di Accattone; 2. Accattone; 3. gli amici di Accattone al suo funerale (sogno
di Accattone); le ultime due sono foto di Maria Callas in Medea.
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