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Commenti e notizie La croce di Rosso Fiorentino
Oggi quel capo d'opera della gioventù di Rosso - è del 1521, lui aveva ventisei anni -, dipinto appunto a Volterra per la chiesa di San Francesco, torna a splendere alla Pinacoteca Comunale, dopo un restauro che ha integrato i danni subiti, due anni fa, da un brusco cambiamento del microclima nel museo. La citazione pasoliniana originò dalla lettura entusiasta che il poeta di Casarsa aveva fatto, dentro il novero delle circolazioni longhiane, della Maniera italiana di Giuliano Briganti, uscito nel 1961. E ancora oggi, forse, per penetrare al meglio l'infrazione del Rosso tocca riaprire il libro di Briganti, il quale spiega come l'efferato intellettualismo di quel pittore fiorentino (e anche dei suoi compagni di cordata primo manierista, Beccafumi e Pontormo) si realizzasse in uno spasmodico confronto con le arditezze di Michelangelo, oltre le quali non poteva esserci mai più la natura ma solo uno psicotico astrarre. E di astrazione radicale si deve parlare per la Deposizione di Volterra, per il suo procombere sul primo piano sfidando i raggiungimenti umanistici della messa in prospettiva; l'agitarsi come saltimbanchi degli uomini giovani e vecchi chiamati a farsi carico, dalle scale appoggiate alla croce, della larva del Salvatore; il trattamento scheggiato delle figure e soprattutto dei panneggi, che inclina al cubismo, e quello acido e squillante dei colori: il verde marcio, il rosso-arancio della Maddalena, il giallo mostarda.
Il tableau vivant creato da Pasolini sul set de La ricotta Dietro questa visione d'inferno
- e qui va fatto comparire Orson Welles, che nella Ricotta ordina
le disposizioni delle comparse sul Golgota (un montarozzo del romano Quartiere
Africano), col cinismo del regista apocalittico - si stende compatto il
cielo serale, quasi velario, illuminato da dietro, di un presepe: ed è
l'unica promessa di resurrezione. (f.d.m.)
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