Mario Tursi era
una di quelle persone rare, rarissime, il cui talento si univa ad un senso
innato e profondo dell'onestà. L'integrità e la lealtà nei rapporti
umani e professionali erano per lui condizioni normali e necessarie.
La disonestà, la falsità, l'arroganza criminale, lo offendevano, lo disgustavano
e quindi non poteva non essere disgustato da Berlusconia, dall'Italia orrendamente,
squallidamente degenerata in cui stiamo vivendo. Nato in piena epoca fascista,
ha avuto la disgrazia di morire negli anni del trionfo di una nuova forma
di fascismo. Ricorderò sempre, con dolore, la
sua amarezza degli ultimi mesi nell’assistere
allo sfacelo dell'Italia finita nelle mani di una banda di criminali
e neofascisti.
Lo sguardo di Tursi aveva
il dono di cogliere subito il valore espressivo di un viso, di un corpo,
di una luce, di un paesaggio vero o ricreato che fosse, come dimostrano
le sue fotografie di scena e di set di Visconti, Pasolini, Lattuada, Petri
e altri.
Tursi si considerava solo
un artigiano e invece era un artista: lo dimostrano le sue fotografie,
la bellezza figurativa indiscutibile di quelle immagini, dove appare sempre
il balenio rivelatore di una personalità, di un’azione, di un momento.
Mi mancheranno molto la sincerità
di Tursi, il suo tatto, la sensibilità del suo modo di guardare e il suo
amore profondo per il proprio mestiere e per il cinema. Mi mancherà la
sua saggezza piena di passione per la realtà e la sua umiltà nell'apprezzare
anche le piccole soddisfazioni del quotidiano. È una di quelle morti crudeli
e assurde che ci impoveriscono e ci abbandonano al peggio.