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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998 
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"Pagine corsare"
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È morto Sergio Endrigo
Collaborò con Pasolini mettendo in musica
Il soldato di Napoleone, una poesia nella quale Pasolini
narrava la storia di un suo antenato

Impegno morale e artistico sono le impronte caratteristiche di Sergio Endrigo, morto martedì 6 settembre 2005 in una clinica romana. Endrigo diceva di sé di non essere un cantante, ma un uomo che canta. Il suo atteggiamento anti divistico (nonostante il grandissimo successo di "Io che amo solo te" e della vittoria al Festival di Sanremo del 1968 con "Canzone"), lo portò a preferire la vicinanza di poeti ed intellettuali come Paoli, Pasolini e Rodari, con i quali collaborò. 

I suoi esordi si ricollegano, in modo quasi "naturale", alla poetica realistica che accomunava la "scuola genovese" e che il cantautore istriano (nato a Pola nel 1933) accettò in toto.

In un'intervista del 1995 che fa riferimento appunto ai suoi primi periodi, Endrigo dice di sé: "Non so da dove venisse l'ispirazione delle mie canzoni (...) io credo che affondassero nella mia malinconia austro-ungarica che ha qualcosa in comune con la saudade brasiliana: la consapevolezza della perdita dentro l'intensità di una emozione". Purtroppo, il boicottaggio nei suoi confronti da parte di critici e discografici ha reso quasi introvabili i suoi ultimi e grandi lavori.

Solo recentemente, Sergio Endrigo, disgustato dall'atteggiamento della sua casa editrice (solo 1.500 copie stampate del suo ultimo disco e nessuna
promozione dello stesso), ha annunciato il ritiro dalla scena musicale. 

Importante rimane la sua passione per i ritmi brasiliani (in America Latina è un personaggio popolare) e le sue collaborazioni con i più importanti artisti del Sud del continente americano.

A conclusione, una sua semi-ironica presentazione: "Parlando di me, mi piace la calma, la buona tavola, i buoni amici, i buoni libri, la pesca subacquea, i francobolli, le armi antiche, gli animali, i luoghi non affollati. Non mi piacciono i dritti, i disonesti, i dilettanti presuntuosi, le salse agrodolci, i seccatori, gli invadenti, gli animali che mordono. Amen".

Un affettuoso "addio" a Sergio Endrigo, poeta della canzone italiana, dalla curatrice di "Pagine corsare".

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Il sito web ufficiale di Sergio Endrigo
http://www.sergioendrigo.it/index2.htm

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Qui di seguito, il testo del Soldato di Napoleone, la poesia di Pasolini cui Endrigo diede la sua voce e la sua musica [puoi ascoltare la canzone nell'interpretazione di Sergio Endrigo]. La poesia di Pier Paolo Pasolini è compresa nel ciclo I Colussi all'interno della sezione Romancero nella raccolta La meglio gioventù; si trattava di poesie che celebravano la dinastia dei Colussi, la famiglia della madre di Pasolini, e i protagonisti della canzone sono la trisavola del poeta, ebrea polacca, e l'antenato friulano che la sposò e la condusse con sé in Friuli. Per il testo, Endrigo si basò sulla versione in italiano che Pasolini stesso aveva approntato in calce all'originale friulano. Endrigo ha registrato recentemente anche un disco di canzoni in lingua friulana nel quale è inserito anche Il soldàt di Napoleon.

IL SOLDÀT DI NAPOLEON

«Adio, adio, Ciasarsa, i vai via pal mond, 
mari e pari, iu lassi, vai cun Napoleon. 
Adio, veciu paìs, e cunpàins zovinùs, 
Napoleon al clama la miej zoventùt.» 
Co al leva il soreli, al prin lusòur dal dì, 
Visèns cu’l so ciavàl di scundiòn l’è partìt. 
A ciavàl ch’al coreva, di lunc su il Tilimìnt 
pai magrèis di Codròip, pai boscùs di Ciamìn, 
e co a suna misdì, al soreli leòn, 
Visèns al si presenta a di Napoleon. 
Co son passàs siet mèis a son in miès la glas 
a conquistà li Rùssiis, pierdùs e bandunàs, 
co son passàs sièt dis a son in miès il zèil 
tali grandis Polòniis, firìs e prisonèirs.
Scaturlt il ciavàl par la nèif al s-ciampava 
e Visèns parsora che al savariava:
la nèif al la bagnava cu na ria di sanc, 
i vuj si iu platava cu la so rossa man.
«Fèrmiti, ciavàl, fèrmiti ti prej, 
ch’a è ora ch’i ti dedi una mana di fen.» 
Il ciavàl al si ferma e al vuarda ilso paròn, 
che ormai al mòur di frèit, cu’l vuli quièt e bon. 
«Sta fer, veciu, sta fer, che prin vuej bruschinàti 
schèn ch’i mòur di frèit, e i sedi disperàt.» 
Cu laso baionèta a ghi squarta la pensa 
e al met a tet li drenti la vita ch’a gli vansa. 
Susana cun so pari passa par li cu’l ciar 
e a jot il zuvinìn tai vìssars dal ciavàl. 
«Ali, pari, salvànlu chistu puòr soldàt 
ch’al mòur ta li Polòniis da duciu bandunàt.»
«Cui i seisu, soldàt, vignùt tant di lontàn?»
«I soi Visèns Colùs, un zovinùt taliàn: 
i vuèj puartati via ‘pena ch’i soj vuarìt, 
parsè che in tal sen i to vuj mi àn ferìt.» 
«No, no, ch’i no ven via, ch’i mi sposi sta Pasca, 
no, no, ch’i no ven via, sta Pasca i sarài muarta.» 
La Domènia uliva duciu doi a planzèvin, 
e un cun l’altri a planzi di lontàn si viodèvin. 
Di Lùnis sant si viòdin in te l’ort di scundiòn, 
e coma doi colomps a si dan un bussòn. 
Di Zòiba sant ch’a nàssin li rosis e i flòurs, 
s-ciàmpin da li Polòniis par passudà l’amòur. 
La Domènia di Pasca che dut il mond al cianta 
a rivin nemoràs ta la ciera di Fransa.
IL SOLDATO DI NAPOLEONE. «Addio, addio, Casarsa, vado via per il mondo, il padre e la madre li lascio, vado via con Napoleone. Addio, vecchio paese, e compagni giovincelli, Napoleone chiama la meglio gioventù.» Quando si alza il sole, al primo chiaro del giorno, Vincenzo col suo cavallo, di nascosto se n’è partito. A cavallo correva, lungo il Tagliamento, per i magredi di Codroipo, per le boschine di Camino, e quando suona mezzodì, sotto il solleone, Vincenzo si presenta a Napoleone. Come furono passati sette mesi, sono in mezzo al ghiaccio a conquistare la Russia, perduti e abbandonati; come furono passati sette giorni, sono in mezzo al gelo della grande Polonia, feriti e prigioneri. Spaventato il cavallo fuggiva per la neve, e sopra Vincenzo che delirava: la neve la bagnava con una riga di sangue, gli occhi se li nascondeva con la sua rossa mano. «Fermati, cavallo, fermati ti prego, che è ora che ti dia un mannello di fieno.» Il cavallo si ferma e guarda il suo padrone, che ormai muore di freddo, col suo occhio quieto e buono. «Sta fermo, vecchio, sta fermo, che voglio bruschinarti, benché muoia di freddo e sia disperato.» Con la sua baionetta gli squarcia il ventre, e dentro vi ripara la vita che gli avanza. Susanna con suo padre passa di lì sul carro, e vede il giovinetto nei visceri del cavallo. «Ah, padre, salviamolo, questo povero soldato che muore nella Polonia da tutti abbandonato.» «Chi siete, bel soldato, venuto così da lontano?» «Sono Colussi Vincenzo, un giovinetto italiano: e voglio portarti via, appena mi sono guarito, perché nel petto con gli occhi mi hai ferito.» «No, no, che non vengo via, perché mi sposo questa Pasqua. No, no, che non vengo via, perché questa Pasqua sarò morta.» La Domenica degli ulivi tutti e due piangevano, e l’uno e l’altra piangere si vedevano di lontano. Il Lunedì santo si vedono di nascosto nell’orto, e si danno un bacio come due colombi. Il Giovedì santo, che nascono rose e fiori, scappano dalla Polonia per saziare l’amore. La Domenica di Pasqua, che tutto il mondo canta, arrivano innamorati nella terra di Francia.

[da Pasolini. Tutte le poesie, tomo I, Meridiani Mondadori, Milano 2003]

 


La morte di Sergio Endrigo
 

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