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Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998 
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"Pagine corsare"
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Ninetto Davoli: 
«Le istituzioni lo hanno lasciato solo».
Fino alla fine ha chiesto la verità sulla morte del suo maestro Pasolini. Addio Sergio Citti,
regista degli ultimi
di Angela Azzaro, Liberazione, 12 ottobre 2005

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Non ce l'ha fatta. Mancano solo pochi giorni al trentennale della morte dell'amico Pier Paolo Pasolini, ma Sergio Citti non ha resistito. E' andato via poco prima che scoccasse l'ora delle cerimonie, per un lutto che ancora non è stato elaborato. Ci ha lasciati prima di poterlo ripetere, con ostinazione, a volte tra le lacrime: bisogna ancora scoprire la verità sull'omicidio del grande intellettuale. Per lui un amico, un maestro, un punto di riferimento.
Non ce la fatta, ma forse è stato meglio così. Poche ore dopo la sua morte è arrivata la notizia che il gip di Roma ha archiviato l'inchiesta, la terza, sull'omicidio del poeta e regista. In occasione della riapertura dei fascicoli sulla morte di Pasolini, il giudice aveva sentito anche Citti che, dopo le nuove dichiarazioni di Pelosi, aveva rilasciato un'intervista a La Repubblica: «Pelosi ha detto tante bugie, bisogna riaprire l'inchiesta. Per fargli dire la verità, tutta, fino in fondo. Dovrebbe rispondere alle mie domande. Vorrei un confronto con lui. Io so, con esattezza, come sono andati i fatti». «Prima di morire - chiudeva così l'intervista - vorrei che si facesse luce sulla sua assurda morte». Invece, l'ennesimo brutto scherzo del destino. Il giorno stesso della sua morte, l'archiviazione.

Uno scherzo. Una beffa. Un cruccio che si porta nella tomba. Un cruccio doloroso, straziante. Ma che non è il solo. Sergio Citti è morto ieri mattina verso le sei, all'ospedale Grassi di Ostia dove era stato ricoverato per problemi al cuore. Da anni, ne aveva 72, si muoveva su una sedia a rotelle. Era vigile, lucido, ma spesso depresso. Aveva seri problemi economici. Viveva insieme al fratello Franco, nella casa di Ostia. A niente sono valsi i tentativi di amici e registi per fargli avere la pensione garantita dalla legge Bacchelli. In Italia gli uomini e le donne di cultura sono abbandonati: prima durante il periodo creativo, dopo quando ormai sono fuori da qualsiasi mercato. L'ultimo tributo alla presentazione del suo film, Fratella e sorello, girato più di tre anni fa e proiettato la scorsa primavera al cinema Embassy, a Roma. Tra gli amici, David Grieco e Gianni Borgna, Citto Maselli ed Ettore Scola.

Eppure Citti non era un regista qualsiasi. Secondo Maselli è stato uno dei più originali del nostro paese, «non somigliava a nessuno per profonda aristocrazia e per totale radicamento popolare». La sua storia di artista, di intellettuale attento agli umili e agli sfruttati, è strettamente legata alla biografia di Pasolini, di cui fu prima consulente in dialetto romanesco per i romanzi Ragazzi di vita e Una vita violenta, poi stretto collaboratore di tutti i suoi film, tra cui i primi Accattone e Mamma Roma interpretati dal fratello Franco. Nel 1970 è il debutto alla regia, con Ostia, che ne mette subito in risalto l'attenzione alle periferie, alla sua gente, alla sua geografia umana e paesaggistica. Dopo la morte di Pasolini non molla. Dietro la macchina da presa arrivano i suoi film più belli. Sono Casotto del 1977 con un cast d'eccezione tra cui una giovanissima Jodie Foster, Mortacci del 1989, I magi randagi del 1996, fino a Cartoni animati, diretto insieme al fratello nel 1998 come tributo a Miracolo a Milano di Vittorio De Sica.

Con il suo stile, spesso irreale, poco incline agli stereotipi della narrazione televisiva, Citti porta avanti l'analisi critica di Pasolini. Non fa morire il suo pensiero, il suo attacco radicale alla società dei consumi. L'attenzione vigile a una periferia in bilico tra resistenza e omologazione. «Con la scomparsa di Sergio Citti - sottolinea Fausto Bertinotti - se ne va una delle figure più amate del cinema italiano, che ha saputo interpretare con passione e professionalità gli umori della gente semplice, degli umili, degli ultimi, dei disagiati. E' stato apprezzato da tutti noi ogni qual volta ha saputo dare sfogo alla propria spontaneità, riuscendo a coniugare inventiva e critica della realtà».

Tra quegli umili, i suoi amici. Che oggi però non stanno zitti. Come Ninetto Davoli che accusa: «Sono addolorato per Sergio, ma anche un po' arrabbiato, perché credo che le istituzioni avrebbero potuto e dovuto fare di più per aiutarlo. Noi amici ci siamo mobilitati per quanto possibile, ma un personaggio importante come lui, che ha dato tanto al mondo del cinema e della cultura, avrebbe meritato ben altro, doveva ricevere un appoggio da chi di dovere».

Se il governo ha latitato, resta l'abbraccio della città, del sindaco Walter Veltroni, di tutti gli amici registi, di quel popolo che lui ha amato e raccontato. Resta la speranza che tra qualche settimana, oltre Pasolini, si ricordi anche lui. La sua ostinata risoluzione a far scoprire la verità sull'amico scomparso. Un'ostinazione sicuramente legata, non solo a prove reali, ma anche a un elemento biografico molto forte. Che però va letto per quello che è: il simbolo di un'Italia in cui tanti, troppi misteri non sono ancora stati svelati.

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È morto Sergio Citti
cineasta e collaboratore di Pasolini
dal periodico cubano "Granma"
http://www.granma.cu/italiano/2005/octubre/mier12/citti.html

Il regista e attore italiano Sergio Citti, divenuto famoso famoso per i film di Pier Paolo Pasolini, è morto a Roma a 72 anni. Citti era amico intimo e collaboratore dell’autore di Accattone ed aveva lavorato in quasi tutte le pellicole del grande scrittore italiano. Da molto tempo era malato di cuore.

La sua prima pellicola come regista fu Ostia nel 1971, poi diresse le famose Storie scellerate del 1973, Casotto nel 1977, Due pezzi di me nel 1979 e Il Minestrone del 1989.

Tra le molte stelle che lavorarono come attori e attrici nei film di Citti ci sono Vittorio Gassman, Malcolm Mc Dowell, Mariangela Melato, Roberto Benigni, Franco Citti, Giancarlo Giannini e Harvey Keitel.

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Pasolini e Citti, dalla vita alla morte
di Emiliano Sbaraglia, Aprile on line, 15 ottobre 2005

“Se non avessi conosciuto Pier Paolo, a quest’ora forse sarei un operaio di quelli stupidi, senza coscienza. O più facilmente un ladro”. Con queste parole Sergio Citti commentava il suo rapporto con Pier Paolo Pasolini, pochi giorni dopo l’omicidio avvenuto all’Idroscalo di Ostia, il due novembre del 1975. E all’intervistatore che insisteva per avere una testimonianza della loro amicizia, Citti rispondeva: “Pier Paolo è un amico, adesso che è morto ancora di più”, abbattendo così, con una semplice frase, la barriera spazio-temporale che divide la vita dalla morte.

D’altronde, i due erano stretti da un fortissimo legame affettivo e professionale, che aveva fatto di Citti la voce tradotta di Pasolini in quel gergale romanesco che, sin dal primissimo “Ragazzi di vita”, romanzo pubblicato dall’editore Garzanti nel 1955, secondo l’intellettuale frilulano doveva costituire il timbro reale e “realistico” della sua opera, che superasse quel realismo di maniera, più legato al “genere” c he alla realtà, di certi registi e scrittori dell’epoca.

Pasolini e Citti: legati nella vita, ma inseparabili anche nella morte.

Fu proprio il regista, solo pochi giorni dopo quel tragico 2 novembre 75, ad avanzare, con la franchezza dialettica che lo contraddistingueva, l'ipotesi del complotto, di una trama ben pensata per togliere di mezzo un personaggio più che scomodo: Pasolini. Nelle prime ore del mattino, il regista romano si era infatti recato, tra i primi, sul luogo del delitto avvenuto nella notte, raccogliendo indizi e numerose testimonianze di persone accorse, e registrando il tutto con la sua cinepresa. Le forze dell’ordine arrivarono più tardi, permettendo tra l’altro una partita di pallone proprio nel campetto di calcio immediatamente attiguo lo spazio entro cui si era consumata la tragedia.

Mai ascoltato dai magistrati nel corso di tre decenni, pur sempre manifestando la più ampia disponibilità nel farsi interrogare, Citti tornò a parlare del delitto-Pasolini nel maggio scorso, quando un’intervista rilasciata per un programma di Rai Due da Pino Pelosi, che ha scontato 22 dei 30 anni di carcere per essere stato riconosciuto esecutore dell’omicidio, ha riaperto clamorosamente il caso, beffardamente archiviato, per la terza volta, proprio il giorno dopo che il cuore di Sergio Citti ha smesso di battere per arresto cardiaco.

Eppure, il materiale filmato dal regista romano subito dopo la morte di Pasolini all’Idroscalo di Ostia, non può ancora essere pubblicamente visionato, in quanto materiale di indagine della magistratura. Ma la storia, questa ennesima, torbida, storia italiana, non può finire così.

Il Comune di Roma si è costituito “parte offesa” nell’ultimo processo sul delitto-Pasolini, scegliendo come avvocati gli stessi che hanno rappresentato in questi anni la famiglia dello scrittore, e chiedendo di riaprire l’inchiesta, sulla base di nuovi elementi d’indagine.

Uno tra i più interessanti ci riporta allo scritto postumo pasoliniano, dall’inequivocabile titolo “Petrolio”, nel quale come “topos del potere” l’autore decide di prendere l’azienda ENI, e la morte del suo presidente-fondatore, Enrico Mattei, avvenuta nel 1963. Dopo l’omicidio di Pier Paolo Pasolini, si scopre che alcuni paragrafi di “Petrolio”, quelli del capitolo “Lampi sull’Eni”, sono stati fatti sparire. A questo si aggiunge che altra documentazione riguardante lo stesso capitolo del libro, è invece stata ritrovata tra le carte dello scrittore, e conservata presso gli archivi del Gabinetto Scientifico Letterario “Viesseux” di Firenze.

Il capitolo, dunque, non può, o meglio non deve, considerarsi chiuso. Anche se, probabilmente, a qualcuno farebbe comodo.

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Addio al borgataro Sergio Citti l’allievo prediletto di Pasolini
di Michele Anselmi, il Giornale 12 ottobre 2005

Fiaccato nel corpo, in attesa di poter beneficiare della legge Bacchelli, Sergio Citti è morto ieri all'alba in un ospedale di Ostia, la città sul litorale romano alla quale aveva dedicato il suo primo film. Se n'è andato, 72enne, a tre settimane esatte dal trentennale della morte di Pasolini, mentre si preparano convegni, ricordi e pellegrinaggi. La camera ardente sarà allestita oggi dalle 10 alle 18 nella sala della Protomoteca in Campidoglio. Non ci saranno funerali, dopo la cerimonia sarà cremato.

Di Pier Paolo Pasolini, Sergio Citti, da non confondere col fratello Franco, anch'egli oggi malato, fu amico e collaboratore, allievo e maestro. Non a caso, Pasolini, esagerando un po', lo poneva tra Sandro Penna e Moravia. «A Penna assomiglia per la totale e quasi santa libertà, l'anarchia assolutamente priva di aggressività. A Moravia per la rapidità dell'intelligenza e il pessimismo». Ne scaturì una simbiosi perfetta tra due culture opposte (borghese e proletaria, «scritta» e «orale»), ma convergenti.

E forse non ha tutti i torti il saggista Gaetano Gentile quando ammonisce: «Invece di sbarazzarsi di Citti con l'appellativo “pasoliniano”, bisognerebbe valutare quanto “cittiano” sia stato Pasolini».

Vero è che i suoi ultimi film, da Cartoni animati a Vipera passando per il recente Fratella e sorello, tutti molto poetizzanti, erano piaciuti solo a una ristretta conventicola di amici. Incassi zero. Tanto da far dire al regista, in una delle sue tirate: «Quelli che vedono il cinema sono spettatori, quelli che vedono la televisione sono pubblico. E il pubblico è l'esatta misura della stupidità umana». 

Eppure, in altri tempi, Citti fu cineasta fertile e vitale, dotato di un'indiscutibile cifra espressiva. Certo, senza il suo contributo ai dialoghi, film come Le notti di Cabiria di Fellini, Accattone di Pasolini o La commare secca di Bertolucci non avrebbero posseduto quel tono da presa diretta, sia pure in una dimensione da realismo magico, ma è nel confrontarsi per la prima volta con la regia, firmando Ostia (1970), che Citti mette a frutto la sua particolare visione dell'esistenza. Grottesca, «borgatara», disincantata.
Fiaba torva e candida su un amore fraterno insidiato da un diavolo-femmina, Ostia resta forse il suo film più bello, per il tocco secco e incisivo e dispiace che in tv passò orbato di una scena cruciale. Poi venne Storie scellerate (1973), nato come un seguito del Decameron pasoliniano nella Roma papalina, e invece così cupo e brutale, tra castrazioni, torture e scannamenti, da tradursi in un discreto insuccesso. Andrà meglio con Casotto (1977), che Citti, strappando ai suoi produttori un cast all-star, eterogeneo come pochi (pensate: Stoppa, Placido, Tognazzi, Deneuve, le due sorelle Melato, Proietti, una giovanissima Jodie Foster), trasforma in una sorta di buffo «kammerspiel balneare», girato tutto in uno spogliatoio.

Ormai entrato nel Gotha degli autori, Citti può permettersi per Due pezzi di pane (1978) due protagonisti come Philippe Noiret e Vittorio Gassman e se il risultato inclina verso l'apologo malinconico su una Roma che non c'è più, ecco il riaffacciarsi di temi più corposi e beffardi con Il minestrone (1981), scritto con Vincenzo Cerami, dove, accanto ai soliti Franco Citti e Ninetto Davoli, appaiono Roberto Benigni e un inatteso Giorgio Gaber nei panni di un Messia armato di flebo. Un film sulla «fame atavica» in forma di parabola stralunata. A proposito di Sogni e bisogni, proprio così si chiamerà la successiva serie tv in 13 episodi che consacrerà Citti presso quel «pubblico» del piccolo schermo.

La crisi arriva con Mortacci (1989), titolo che è tutto un programma, benché a Roma suoni come un innocente modo di dire: la commedia funeraria, fitta di comparsate di lusso, si srotola in un allegro cimitero dove i cari estinti raccontano la loro vita. Ma l'effetto è dolciastro, manierato, e dovranno passare altri sette anni prima che Citti torni sulla breccia con I magi randagi (1997), ispirato a quel Porno-Teo-Kolossal scritto con Pasolini in tempi lontani. Il film, un inno alla dignità dei diseredati contro l'omologazione consumistica, andrà a Venezia e vincerà un David di Donatello. È il suo canto del cigno: dopo verranno tre titoli mediocri e un triste decadimento fisico.

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dal "manifesto" del 12 ottobre 2005
UNA VITA NEL CINEMA

Nel 1971 esordì alla regia con Ostia, film sul sottoproletariato urbano nel quale affiorano i temi che diverranno poi costanti durante la sua carriera. Due anni dopo, con Storie scellerate, si affianca alla contemporanea Trilogia della vita pasoliniana trasportando i suoi «antieroi» nella Roma di Gioacchino Belli, popolata di ladruncoli smaliziati, borghesi dissoluti e prelati ingordi. Nel '77 è la volta di Casotto - in cui dirige Chatrine Deneuve, Mariangela Melato, Paolo Stoppa, Gigi Proietti e una giovanissima Jodie Foster - cui seguono Duepezzidipane (1979) e Il minestrone (1981), con un Roberto Benigni alle prime armi. Dopo alcuni anni di assenza, Citti ritorna dietro la macchina da presa con Mortacci (1989), film a episodi ambientato in un cimitero e con I magi randagi (1996), grazie al quale vince il Nastro d'argento per la migliore sceneggiatura originale. Nel `98, Cartoni animati, poi, nel 2001 dirige Giancarlo Giannini e Harvey Keitel in Vipera. L'ultimo film è uscito quest'anno: Fratella e sorello con Laura Betti, Claudio Amendola, Rolando Ravello e Youma Diakite. Oltre al legame professionale e affettivo con Pasolini, che segnò la sua vita e la sua carriera, Citti ebbe altri incontri e collaborazioni importanti: con Federico Fellini per i dialoghi di Le notti di Cabiria, con Mauro Bolognini per La notte brava e La giornata balorda, con Bernardo Bertolucci per La commare secca e con Ettore Scola per Brutti, sporchi e cattivi.

AMICI E RICORDI
«De Bacchelli non me ne frega nulla»
M.D.C.

A Fiumicino, dove Sergio Citti viveva in una palazzina in via Anco Marzio, insieme al fratello Franco e alcuni familiari, la notizia si è diffusa velocemente con un passaparola tra i suoi amici. La cittadina laziale ha perso una figura familiare, che fino a qualche tempo fa era solita vedere a passeggio nei suoi punti più frequentati, dove il regista aveva anche ambientato scene dei suoi film. 

Negli ultimi mesi era ormai costretto su una sedia a rotelle, ma aveva mantenuto il suo carattere ironico, graffiante. «C'è tanto affetto in queste ore per Sergio - dice la sorella di Sergio Citti, Adriana - ci chiamano in tanti per testimoniarlo: lascia un vuoto enorme in tutti noi e per il cinema. Era una persona bella, intelligente, intuitiva. Giovedi scorso è peggiorato, respirava con molta fatica. Ci ha detto: portatemi subito in ospedale. È arrivata l'ambulanza e l'abbiamo condotto al Grassi. Fino all'ultimo ha mantenuto la lucidità, nonostante soffrisse molto».

«De Bacchelli non me ne frega nulla: si ricorderanno di me quando muoio»: così un mese fa, parlando con Angelo Bonelli, coordinatore nazionale dei Verdi, Sergio Citti commentava la delusione per la legge Bacchelli che per lui non arrivava. Eppure, spiega Bonelli: «il ministro aveva dato il via libera come la prefettura, ma la pratica giaceva alla presidenza del Consiglio dei ministri. Lui era molto addolorato per questo, era molto dispiaciuto, per sbloccare al situazione ho scritto tre lettere alla presidenza del Consiglio e a Gianni Letta. Ma non è successo nulla: Sergio è morto senza vedersi riconosciuta la Bacchelli.».

«Sono addolorato per Sergio, ma anche un po' arrabbiato, perchè credo che le istituzioni avrebbero potuto e dovuto fare di più per aiutarlo - è il commento di Ninetto Davoli - siamo stati compagni di lavoro ma soprattutto amici, sin dall'inizio della mia carriera di attore, quando nel 1963 ho debuttato in La ricotta di Pier Paolo Pasolini».

Per il sindaco di Roma, Walter Veltroni: «Con la morte di Sergio Citti, Roma, e non solo, perde uno tra i più sensibili protagonisti della sua vita culturale, del suo impegno civile. Perde, soprattutto, un «punto di vista» della società che ha fatto discutere e crescere diverse generazioni. Pensando a lui ricordiamo un maestro ma anche un amico. Voglio anche sottolineare il legame indissolubile che legava Sergio Citti alla nostra città, a una Roma che all'epoca dei suoi primi lavori era fatta anche di «borgate» e «borgatari» e non era quasi rappresentata».

«Avevo conosciuto Sergio Citti una volta che andai a mangiare il pesce con mio padre a Fiumicino - ricorda Christian De Sica - avrebbero dovuto fare un film insieme, ma poi il progetto non andò avanti. Era un poeta, con quella ipersensibilità che solo certi romani hanno. Citti era uno senza sovrastrutture, diceva pane al pane, vino al vino, e a molti dava fastidio».

Più amaro il giudizio di Massimo Ghini: «Che mancanza si potrà avere in un paese come il nostro dei tagli al cinema, della scomparsa di un artista come Citti? Ci siamo frequentati - continua Ghini, che è anche presidente del Sindacato Attori - avevo seguito insieme a lui la vicenda della legge Bacchelli e anche la sua documentazione inedita sulla morte ancora misteriosa di Pasolini, che ora è nelle mani del giudice». 

«La notizia della morte di Sergio Citti mi mette molta tristezza perchè con lui scompare l'aspetto «poetico» e «intellettuale» di un proletariato che non esiste più - dice Carlo Verdone - Sergio era una persona molto stravagante, un proletario artista sensibile e indubbiamente un grande ispiratore per la cinematografia di Pasolini. Pasolini ha compreso le città satelliti di Roma, le periferie, le baracche grazie a Citti. E ha conosciuto un linguaggio che altrimenti Pasolini non avrebbe compreso. Direi che, assieme al fratello Franco, è stato il Virgilio di Pasolini». 

L'assessore capitolino alla cultura, Gianni Borgna, ricorda il suo «carissimo amico» e «il ruolo importantissimo che Citti ha avuto nel tentativo di far luce sulla morte di Pier Paolo Pasolini e nell'inchiesta per la riapertura delle indagini, in cui il Comune di Roma si è costituito come parte lesa» (in serata la Procura di Roma ha archiviato quell'inchiesta). Oggi dalle 10 alle 18 sarà allestita la camera ardente nella sala della Protomoteca in Campidoglio.

Addio Sergio, intellettuale di strada
di Silvana Silvestri

La notizia della morte di Sergio Citti avvenuta alle 6 del mattino all'ospedale Grassi di Ostia per un aggravarsi del suo stato di salute, è arrivata con alcune ore di anticipo su un'altra notizia, quella dell'archiviazione, il giorno prima, della terza inchiesta della procura di Roma sulla morte di Pasolini. Sergio Citti, 72 anni, aveva problemi di cuore, dopo un ictus era costretto su una carrozzella, ma non per questo meno indomito e polemico: fino all'ultimo si è battuto perché fosse riportato alla luce il delitto Pasolini ed ha lanciato un ultimo segnale sui tanti misteri proprio domenica sera a «Blu notte» nella trasmissione di Lucarelli e Catamo. 

Fino al mese di giugno di quest'anno quando lo abbiamo incontrato, Citti tuonava contro il tribunale che non lo ascoltava («la magistratura ha paura di questa verità», diceva), ma quando il Comune di Roma si è costituito parte civile la Procura di Roma ha accolto infine la sua testimonianza. Non si trattò affatto di un'avventura notturna finita in modo tragico, sosteneva, ma di una vera e propria imboscata, poiché il regista sarebbe andato a un appuntamento per farsi riconsegnare due bobine di Salò che gli erano state rubate e fu giustiziato da professionisti del crimine, personaggio scomodo da eliminare. 

Pino Pelosi condannato a nove anni per il delitto, a maggio in tv aveva negato di essere stato lui l'assassino, e parlato di tre persone di cui non conosceva l'identità. Alla luce dei nuovi elementi i magistrati non hanno trovato «nessun elemento di riscontro». Sergio Citti è stato un caso a parte nel cinema italiano, non troppo tempo addietro un mondo composto da principi, marchesi, possidenti, dottori e diplomati. Lui era quel popolo di cui tutti si appropriavano, che corteggiavano e che filmavano preferibilmente doppiati, ma sempre da un gradino più in alto, per far vedere bene le differenze di classe. 

Un aneddoto ci può far chiarezza: «Mio padre, ci aveva raccontato qualche mese fa, faceva cadere uno spaghetto sulle scarpe prima di uscire, ed era il segno per tutto il vicinato che quel giorno aveva mangiato». Lo diceva per sottolineare come tutti parlassero dei poveri, ma quella era una condizione di cui solo lui e pochi altri nel cinema potevano veramente parlare. Virgilio di ponte Mammolo, ha guidato il poeta arrivato dal nord nei misteri di Roma, traduttore di linguaggi, alter ego insostituibile, uno alimentava l'altro di conoscenze diverse. 

Che pochi potessero parlare di Pasolini lo aveva detto anche Laura Betti, non tutti quelli che si facevano fotografare accanto a lui erano compagni di strada: Sergio certo era uno dei suoi amici veri, tanto da non riuscire a distinguere bene dove iniziava l'influenza dell'uno e finiva quella dell'altro, anche se lui ci teneva molto a tenere ben separate le filmografie. All'inizio fu esperto di romanesco per Ragazzi di vita e Una vita violenta, poi sceneggiatore per Bolognini in La notte brava e di Franco Rossi per Morte di un amico. Collabora ai dialoghi di Accattone e Mamma Roma, scrive con Pasolini la sceneggiatura di Salò che avrebbe voluto girare lui stesso con Aldo Fabrizi, Lando Buzzanca e Ciccio Ingrassia, ma dopo avere un po' discusso con Pasolini che era rimasto perplesso per questa scelta gli aveva detto: «Allora fallo te». 

È interessante vedere la sua crescita artistica, autodidatta non solo del cinema, scoprire la manipolazione di elementi simili in mano ai due registi, anzi a tre, se si pensa che anche Bernardo Bertolucci realizza il suo film d'esordio con la stessa materia di marginali sul fiume, La commare secca: la fuga spirituale di Pasolini, la formalizzazione dell'inquadratura in Bertolucci con il fuori campo che preme intorno alla chiatta sul fiume, l'inedita messa in scena della sgradevolezza dei personaggi e delle situazioni teorizzata da Citti. Così è il suo esordio Ostia ('70), due fratelli e una baracca (e fa ritornare al cinema Lamberto Maggiorani), Storie scellerate ('73) nel Lazio dell'ottocento sotto il dominio assoluto del Papa nelle segrete dei condannati a morte, film che corre parallelo alla Trilogia della vita, scrive i dialoghi di Brutti, sporchi e cattivi di Scola ('75), Casotto ('77), girato nel microcosmo di una cabina sulla spiaggia dove nefandezze di tipo boccaccesco si susseguono con una visione di dolore di una povera umanità accatastata sul litorale laziale una domenica d'agosto. L'altra faccia della commedia, il genere vacanze privato del suo elemento chiave, la spensieratezza.

Rimasto sempre nell'ambito dei marginali, aveva da ridire sui film «colti» di Pasolini, Edipo re, Medea ad esempio, ma amava il Vangelo secondo Matteo, Uccellacci uccellini di cui era stato aiuto regista come anche della geniale Ricotta, La terra vista dalla luna e Cosa sono le nuvole? opere di culto di Pasolini che lasceranno tracce nei suoi lavori successivi (pensiamo al vagare dei Magi randagi, ai teneri ambulanti di Due pezzi di pane). 

Ha lavorato con gli attori più grandi, da Gassman a Noiret, la Deneuve, Jodie Foster e Placido, Tognazzi e Stoppa, con Benigni in Minestrone e nella serie tv Sogni e bisogni ha rivoluzionato almeno una trentina di figure consolidate, l'intero parco comici italiano (un altro degli insegnamenti di Pasolini?), sceglie Fiorello per i suoi Cartoni animati, ideale sequel di Miracolo a Milano, rifà il melodramma in Vipera scritto con Cerami. 

Nella casa di Fiumicino resta senza di lui il fratello Franco, grande presenza del nostro cinema, anche lui colpito da un ictus che lo ha lasciato senza poter parlare e con una malinconia infinita. «Io ho fatto film, ci diceva, non cinema, mi sarebbe piaciuto fare cinema. Il cinema è qualcosa che ti cresce dentro e tu l'annaffi e alla fine esce fuori e devi raccontare te stesso». Ma qualcosa di molto simile al cinema lo ha tirato fuori anche in quel furore smorzato dei suoi ultimi film come Magi randagi, qualcosa di sé lo ha fatto spuntare sicuramente nella ricerca del microcosmo di una società così perfetta, da sembrare finta, la cella mandamentale degli anni `60 ricostruita in Fratella e sorello, il suo ultimo film che guarda indietro nel tempo, quando era vivo Paolo (come lo chiamava lui), quando c'era un codice d'onore e i ragazzi di borgata non erano diventati piccolo borghesi come oggi, senza allegria e senza speranza.
 
 


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