Cinema
 


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"Pagine corsare"
Il Cinema

È morto Tonino Delli Colli

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Roma, 17 agosto 2005. È morto improvvisamente la scorsa notte nella sua abitazione romana Tonino Delli Colli. Da oltre 60 anni lavorava nel cinema come direttore della fotografia a fianco di registi come Pasolini, Monicelli, Risi, Fellini, firmando decine di film, fino a La vita è bella di Roberto Benigni, e vincendo sei Nastri d'argento e quattro David di Donatello.
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Per Tonino Delli Colli, parlare di una vita dedicata al cinema non è un eufemismo: nato a Roma nel 1921, a sedici anni era già a Cinecittà, assistente operatore di Ubaldo Arata e Anchise Brizzi, e solo un mese fa ha ritirato il suo ultimo premio, il Globo d'oro alla carriera. 

Al suo fianco, dagli inizi fino alla fine degli anni '60, suo cugino Franco Delli Colli, che ne è stato assistente quando Tonino era operatore, che era alla macchina da presa quanto Tonino è diventato direttore della fotografia. Poi, divenuto anche Franco direttore della fotografia, hanno continuato a coltivare la loro arte su set diversi. Fino a passare il testimone ideale alla figlia di Franco, Laura, giornalista cinematografica (mentre Stefano, unico figlio di Tonino, è' un giornalista economico).

L'esordio di Tonino Delli Colli come direttore della fotografia è nel 1943 con Finalmente si'! del regista ungherese Laslo Kish. Nel 1952 gira il primo film italiano a colori (Ferraniacolor) Totò a colori di Steno. È l'operatore dei grandi successi di Sergio Leone Il buono, il brutto e il cattivo (1966) e C'era una volta il West (1968). Capace di adattarsi alle esigienze creative di registi come Pier Paolo Pasolini, Dino Risi, Mario Monicelli, Federico Fellini, Giuseppe Tornatore, Lina Wertmuller, Bellocchio, Ferreri, Faenza, Benigni (il suo ultimo lavoro è stato con lui, sul set de La vita è bella). La sua filmografia è praticamente la storia del cinema italiano, ma è direttore della fotografia anche di grandi registi stranieri come, per citarne solo alcuni, Louis Malle (Tre passi nel delirio del '67), J.Jacques Annaud (Il nome della rosa del '86), Roman Polanski (Luna di fiele del '92).

Ha vinto sei Nastri d'argento, nel 1965 per: Il Vangelo secondo Matteo (1964) di Pasolini, nel 1968 per La Cina è vicina (1967) di Marco Bellocchio, nel 1982 per Storie di ordinaria follia (1981) di Marco Ferreri, nel 1985 per C'era una volta in America (1984), nel 1987 per Il nome della rosa (1986) e nel 1998 per Marianna Ucria. Ha vinto quattro David di Donatello, nel 1982 per Storie di ordinaria follia, nel 1987 per Il nome della rosa, nel 1997 Marianna Ucria e nel 1998 per La vita è bella. Ha interpretato se stesso nel film L'intervista di Fellini.
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Si spegne la luce di Delli Colli,
un pezzo del cinema che se ne va
di pa. col., l'Unità 18 agosto 2005

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«Il sole bisogna conoscerlo bene, bisogna conoscere bene i contrasti tra luce e ombra, e noi italiani, che conosciamo il sole del sud e le nebbie del nord, difficilmente sbagliamo. Non sbagliamo perché siamo abituati a lottare contro gli scherzi della luce del sole e contro l'azzurro del nostro mare». 

Amava il cinema, la vita e le donne Tonino Delli Colli. Con lui scompare un altro fondamentale pezzo della nostra storia del cinema, di quel periodo forse irripetibile nel quale il mondo guardava con ammirazione alle opere dei nostri registi. Lui sapeva dipingere con la luce: lo ha dimostrato tanto nei paesaggi del Far West quanto con le figure spesso ieratiche del bianco e nero pasoliniani, passando per le malinconiche atmosfere di Fellini.

Romano di nascita (classe 1921), Tonino Delli Colli arriva a sedici anni a Cinecittà, assistente operatore di Ubaldo Arata e Anchise Brizzi, («fui raccomandato da un'amica di mio padre che lavorava a Cinecittà»). Per alcuni anni ha lavorato in tandem con suo cugino Franco Delli Colli, scomparso l'anno scorso. L'esordio come direttore della fotografia è nel 1943 con Finalmente sì! dell’ungherese Laslo Kish. Nel 1952 gira il primo film italiano a colori (Ferraniacolor) Totò a colori di Steno. Al genio napoletano, durante le riprese, andò a fuoco il parrucchino. Troppe le lampade puntate.

«È l'ambiente che inevitabilmente cambia lo stile della fotografia. Un cow boy non si può fotografare come un borgataro romano. Ed è chiaro che la Monument Valley non è Torre Spaccata. Il diverso modo di illuminare viene da sé. Ed è quasi automatico». C’è la sua mano in grandi successi di Sergio Leone Il buono, il brutto e il cattivo (1966), C'era una volta il West (1968) e C'era una volta in America. «Era un artista molto pignolo - diceva di Sergio Leone - Curava tutto ciò che faceva nei minimi particolari, era uno stacanovista. Voleva i primi piani con i peli della barba ben in evidenza. Facevo tutto per accontentarlo fino all'impossibile».

Ma fu con Pasolini che ebbe un sodalizio totale, lavorando in 11 dei suoi 14 film. Indimenticabile, per esempio, il Totò di Uccellacci e uccellini (del ’66). 

«Spesso con Pier Paolo sceglievamo per un film un pittore e questo facilitava molto le cose. Era un'indicazione che valeva per me come per il costumista, lo scenografo, l'arredatore, eccetera. Ad esempio per Mamma Roma la scena del ragazzo morto steso sul tavolaccio con le gambe e i piedi in primo piano era presa dal Mantegna». 
Con il poeta di Carsarsa Delli Colli si dava del lei e girò anche Salò o le 120 giornate di Sodoma, l’ultimo, che quest’anno, restaurato, passerà alla Mostra del Venezia. Sarebbe stato un invitato d’onore ma forse avrebbe declinato l’invito.

Aveva smesso di lavorare con La vita è bella di Roberto Benigni, nel 1997, lo stesso anno di Marianna Ucria di Roberto Faenza. Il cuore faceva le bizze. Nessun altro poteva più servirsi della sua arte, che aveva illuminato i film del dopoguerra di Dino Risi e Mario Monicelli, poi Federico Fellini e le nuove leve, Wertmuller, Bellocchio, Ferreri, quelle che avevano ridato linfa al nostro cinema, per arrivare a Giuseppe Tornatore.

Numerosi i registi stranieri che lo hanno chiamato a lavorare, quando non era impegnato in Italia. Tra loro Louis Malle con Tre passi nel delirio” del '67, Orson Welles con Otello, J. Jacques Annaud in Il nome della rosa dell'86, Roman Polanski in Luna di fiele del '92. Nel suo palmares manca un Oscar, sebbene Benigni gli abbia dedicato quello della Vita è bella. Passando in rassegna i sei Nastri d'argento e i quattro David di Donatello, scorrono le immagini del nostro cinema migliore: Il Vangelo secondo Matteo di Pasolini, La Cina è vicina di Bellocchio, Storie di ordinaria follia di Ferreri, C'era una volta in America di Sergio Leone.

L’ultimo premio lo aveva ritirato pochi mesi fa a Los Angeles. Glielo hanno consegnato gli addetti ai lavori, quelli che in America si chiamano “cinematographer”, da noi direttore della fotografia. Oppure artigiano della luce, come forse amava definirsi, lui che andava orgoglioso di non aver mai studiato e di aver fatto pratica sui set, 130 film in 60 anni. Adesso ha chiuso bottega.

 


È morto Tonino Delli Colli
 

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