Centro Studi - Archivio Pier Paolo Pasolini della Cineteca di Bologna
 


Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998 
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"Pagine corsare"
Centro Studi - Archivio Pier Paolo Pasolini
della Cineteca di Bologna
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Una strategia del linciaggio e delle mistificazioni
L’immagine di Pasolini nelle deformazioni mediatiche
a cura del Centro Studi - Archivio Pier Paolo Pasolini
della Cineteca di Bologna
nell'ambito della manifestazione
In cerca di Pasolini 1975-2005 a trent'anni dalla morte
Sala espositiva della Cineteca di Bologna
via Riva di Reno, 72 - Bologna
Dal 2 novembre 2005 all’8 gennaio 2006
dalle ore 10.00 alle ore 18.00
chiusura nei giorni dal 24, 26, 31 dicembre 2005 e 1 gennaio 2006
Ingresso gratuito

Il poster della manifestazione bolognese
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"Un giorno, un pazzo m’ha accusato di averlo rapinato (con guanti e cappello
neri, le pallottole d’oro nella pistola): tale accusa è passata per buona e attendibile,
perché a un livello culturale sottosviluppato si tende a far coincidere un autore
coi suoi personaggi: chi descrive rapinatori è rapinatore."
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Pier Paolo Pasolini, 1965
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Il magma di articoli, pagine, copertine di giornali, fotografie, schede segnaletiche esposto come un’inquietante cartografia nella mostra Una strategia del linciaggio e delle mistificazioni, racconta due storie parallele.

La storia della violenta persecuzione diffamatoria che Pier Paolo Pasolini ha subìto da una parte della stampa lungo quasi vent’anni della sua vita, poi la crudeltà accanita e gli oltraggi feroci scatenati da quella stessa stampa sulla sua morte, infine alcune mistificazioni orchestrate negli ultimi quindici anni.

L’atto che inaugura i drammatici rapporti del poeta con la stampa, è segnato dalla pubblicazione del gelido articolo de "L’Unità" che annuncia la sua espulsione dal PCI per "indegnità morale". Fu un episodio traumatico per Pasolini.

Ma l’inizio della campagna di linciaggio è dato dall’uscita del romanzo Una vita violenta nel 1959. Giornali come "Lo Specchio", "Il Borghese", "Il Secolo d'Italia", fabbricano un’immagine di Pasolini come bersaglio da colpire attraverso il dileggio, l’umiliazione pubblica, la denigrazione della sua figura e delle sue opere. Quell’immagine si identifica in un giovane pervertito che riflette in tutto e per tutto la fisionomia dei personaggi dei suoi romanzi: come loro, è "di vita", è "criminale", "violento", "capovolto", "invertito" e così via. Anche i rotocalchi come "Gente" concorrono ad alimentare quell’immagine di Pasolini. Giornali come "Lo Specchio" esaltano, senza mezzi termini, le aggressioni fisiche che vengono perpetrate contro lo scrittore, come nel caso del celebre episodio avvenuto al cinema Quattro Fontane di Roma, nel settembre del 1962, dopo una proiezione di Mamma Roma.

In quella che si configura come una vera e propria guerra, sono quotidiani come "L’Unità", "Paese sera" e settimanali come "Vie nuove" a sostenere (anche se non sempre) la battaglia sollevata da ogni nuova opera del poeta. Nello stesso periodo, Pasolini è colpito da continui procedimenti giudiziari: denunce, processi intentati contro la sua persona e le sue opere. Talvolta ci si fa beffe del più elementare buon senso: come quando Pasolini viene accusato di avere tentato di rapinare un benzinaio-salumiere vestendosi di nero, con una pistola d’oro, caricata con pallottole d’oro. Il magistrato accoglie la denuncia e Pasolini finisce sotto processo.

Dopo il successo del film Il Vangelo secondo Matteo (1964), il clima diviene meno rovente, ma la "tregua" è di breve durata e riprende con altrettanto livore anche sul fronte della stampa di estrema sinistra nel giugno 1968, quando esce su "L’Espresso" la provocatoria, poesia-pamphlet Il PCI ai giovani!!

Dal 1973, i drammatici articoli "corsari" e "luterani" pubblicati sul "Corriere della sera", sollevano un nuovo vento denigratorio sui giornali di sinistra come di destra. Nasce l’immagine del Pasolini "nostalgico", "reazionario", "confuso".

La tragedia oscura dell’assassinio è il culmine di questo processo di accanimento. I giornali che hanno sempre alluso grevemente al "privato" di Pasolini, ora possono scagliarsi con dettagliate descrizioni sulla sua vita intima di "diverso", che viene vivisezionata senza nessuno scrupolo sull’attendibilità di informazioni, notizie, testimonianze. Viene pubblicato tutto ciò che può offrire l’immagine più turpe del poeta per seppellirlo sotto l’effigie definitiva di "violento e perverso corruttore" [vedi la copertina de "Lo Specchio" del 30 settembre 1962].

L’uscita del film postumo Salò o le 120 giornate di Sodoma è sfruttata per completare l’identificazione fra i "mostri", personaggi del film, e Pasolini, come se non esistesse, all’origine, il "palinsesto sadiano".

Dopo gli anni Ottanta, ecco il proliferare di un nuovo fenomeno di mistificazione: quotidiani come "L’Indipendente" e settimanali come "L’Italia", si affannano a "riabilitare" Pasolini attribuendogli un’identità "reazionaria". È un segno significativo della ridicola mistificazione operata in questa occasione (e tuttora in corso) il fatto che vengano sfruttate le fotografie dello stesso film - Il gobbo (1960) di Lizzani, dove lo scrittore interpretava il ruolo di un delinquente - che trent’anni prima erano "servite" per confezionare l’immagine di "scrittore delinquente". Ora sono riciclate come immagini che lo "apparentano" al "virilismo guerriero" d’impronta fascistoide...

Non meno mistificante, è anche l’operazione compiuta dalla critica cinematografica italiana che ha fatto del trash la propria bandiera: "riabilitando" il cinema "nazi-porno" assegnano a Salò di Pasolini il ruolo di capostipite di quel sottogenere, come se un’opera non fosse, innanzitutto, stile e linguaggio e la diversità dell’ultimo film pasoliniano da quegli abomini filmici non si misurasse in distanze macroscopiche. Ma questa è soltanto una delle tante conseguenze della moda dell’indifferenziato che costituisce uno dei tratti meno evidenti del degrado culturale della penisola negli anni del berlusconismo.

La seconda storia che quei reperti raccontano indirettamente, è appunto quel degrado che una parte della stampa ha contribuito ad alimentare con abusi, adulterazioni, mistificazioni e la violenza delle false informazioni. Un degrado che ha trovato la sua espressione più potente e devastante nella televisione.

Roberto Chiesi
La mostra comprende cinquanta disegni che Gianluigi Toccafondo ha realizzato appositamente per la mostra e settanta articoli di quotidiani e periodici appartenenti ad un arco di tempo fra il 1949 e il 2000.

I documenti esposti nell’ambito della mostra provengono per la quasi totalità dall’archivio costituito da Laura Betti e attualmente conservato presso il Centro Studi - Archivio Pier Paolo Pasolini della Cineteca di Bologna.

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SI VEDANO ANCHE I CREDITI DELLA MOSTRA

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SI VEDA ANCHE, NELLA SEZIONE "iDEOLOGIA" DI "PAGINE CORSARE"
LA RIPRODUZIONE DELLA "SCHEDA SEGNALETICA" APPARSA
NEL 1964 SUL QUOTIDIANO DELL'MSI "IL SECOLO D'ITALIA"

 


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