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Notizie Il cinema dei pittori.
Le arti
![]() Domenico Purificato credeva, negli anni Quaranta, che il cinema fosse spettacolo di serie B, facile, banale, e che le masse andassero in sala buia beceramente, per passare un'ora e mezza in letizia e magari pomiciare la ragazza al fianco. E così cominciò sulla rivista Cinema un lungo trattato in dodici puntate per mostrare come cinema e pittura avessero molti rapporti nobili, per esempio in Renoir, o Cukor, o Lubitsch (il saggio si può leggere gustosamente in riproduzione anastatica in fondo al volume, ed. Skira). Purificato stesso s'impegnò, poi, sui set. Nella mostra di Castiglioncello c'è un bozzetto per Giorni d'amore, il primo film a colori di De Santis (1954). Il suo compito era «curare la scena come un quadro» nella campagna ciociara di Fondi. E dato che il Ferraniacolor era ancora un mezzo sconosciuto e un po' impreciso, metteva gelatine sull'obiettivo per correggere l'abbondanza di celesti. E, se occorreva, colorava pure alberi e pareti per dare il giusto accordo cromatico alla scena. Ma nella burrascosa storia del cinema italiano furono molti i pittori che frequentarono i set per convinzione, per fame, per amicizia. C'è un dragone rosso e bianco, di Carlo Levi, per il Pietro Micca, testimone della operosa officina torinese, che coinvolse numerosi artisti, come Italo Cremona o Mollino o Paulucci. De Chirico partecipò a un solo film, Sul ponte dei sospiri (regia di Antonio Leonviola), un trivialissimo cappa e spada ambientato a Venezia. Ne restano bozzetti precisi, dove il tratto metafisico si muta quasi in pulp, con il ritrovamento d’uno scheletro in un antro. De Chirico lavorò a questo set mentre schizzava le scenografie del Don Chisciotte di Vito Frazzi al Maggio Fiorentino (1952). Ma se ne perse talmente la memoria che nel catalogo generale dell'opera dechirichiana i bozzetti vengono citati per il film sbagliato, Il fornaretto di Venezia. Schifano imprestò l'appartamento a Ferreri per girare Dillinger è morto. Mentre Pasolini coinvolse Cagli (sorprendente il suo olio su tavola), Guttuso, Maccari, Levi per i bozzetti di Accattone. Rotella lasciò Calabria e Napoli anni Quaranta per studiare arte a Kansas City. Quando tornò dagli States era talmente entusiasta, da usare slang, pettinature vistose, camicie sgargianti. E l'amico Fulci lo usò come modello per Nando Moriconi, l'«americano a Roma» incarnato dal giovane Sordi. A Cinecittà, Rotella ci andava spesso per dipingere fondali, e il cinema se lo portò sempre dentro, nell’anima, anche quando componeva i suoi décollage con manifesti della Dolce vita o dei film con Elvis Presley. E molti altri, in quei turbinosi anni Sessanta, rimasero stregati dalla sala buia, come Umberto Bignardi (con le sequenze alla Muybridge) o Fabio Mauri (con le sue Marilyn e i suoi schermi rotti). Una sala della mostra è dedicata ai bozzetti che schizzava Fellini, e alla bella serie di Montagne incantate che Antonioni creava ritagliando e incollando pezzi di carta colorati a tempere, nella sua tormentata ricerca sul colore, che tracimò dal cinema all'immagine elettronica. Di pittori veri e falsi, insomma, il cinema ne ha inghiottiti a bizzeffe. Anche nel ruolo di personaggi. Dal Lautrec (di Houston) al Rembrandt (di Korda) al Basquiat (di Schnabel), fino al Totò, Eva e il pennello proibito, dove l'attore napoletano falsificava Goya con una «Maya vestita». Yves Klein era specializzato in performance con modelle nude. Le immergeva in una vasca di colore e poi le usava come pennelli viventi per deporre forme sulla carta con i loro corpi, nella serie di «antropometrie» (in mostra se ne vede una in pimento blu, alta 139 cm). Nel ‘62 si lasciò convincere a riprendere una sua performance da Gualtiero Jacopetti, inventore del documentario trash, che buttava sullo schermo immagini erotiche, raccapriccianti, violente, per suscitare la curiosità morbosa negli spettatori (insomma, il padre ignobile della tv di oggi). Il film si intitolava Mondo cane. Jacopetti tagliò e rimontò la performance. Non gliene fregava niente della elaborazione estetica, voleva semplicemente mostrare qualche donna nuda, scandalizzare con la «degenerazione dell’arte moderna». Klein vide il film in sala a Cannes, offeso, mortificato. La sera stessa si sentì male. Fu il primo dei tre infarti che lo uccise poco dopo a soli 34 anni. Per dire che non sempre il cinema ha preso l'arte e l'ha messa da parte con rispetto. ----------------
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