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Centro Studi - Archivio Pier Paolo Pasolini della Cineteca di Bologna Laura Betti
La mostra e la retrospettiva cinematografica organizzata dalla Cineteca di Bologna offrono un “ritratto” variegato di una delle più dirompenti personalità dello spettacolo degli anni Sessanta e Settanta, che ha offerto al cinema interpretazioni di straordinaria intensità in decine di film in Italia e in Francia. “Illuminata di nero” è la paradossale definizione che Pasolini adottò in uno dei testi teatrali scritti per la Betti, Italie magique, atto unico dello spettacolo Potentissima signora. La mostra si apre con una “biografia per immagini”: dall’infanzia nella villa avita di Casalecchio di Reno al trasferimento a Roma, al suo divenire “personaggio”. La seconda sezione è dedicata al suo talento di cantante. In particolare, sono esposte alcune immagini del leggendario incontro fra Laura Betti e Vittorio De Sica in una sequenza di fotografie scattate durante l’interpretazione e l’incisione della canzone Tango Ballade di Kurt Weill. È il teatro l’universo della terza sezione: I sette peccati capitali di Bertolt Brecht e Kurt Weill, per la regia di Luigi Squarzina, Potentissima Signora (1964), regia di Mario Missiroli, Il candelaio di Giordano Bruno, regia di Luca Ronconi (1968); Orgia, testo e regia di Pier Paolo Pasolini (1968); il recital Una disperata vitalità (1992-2002), da testi di Pasolini, regia di Laura Betti. L’ultima sezione è dedicata al cinema: i set pasoliniani ma anche gli incontri con Marco Bellocchio (Il gabbiano), Marlon Brando (una sequenza tagliata di Ultimo tango a Parigi), Jerry Lewis (Retenez-moi… ou je fais un malheur!), Donald Sutherland (Novecento). La mostra comprende settantacinque fotografie, di cui non poche inedite. * * * Laura calamitante
Se non avete mai visto la tempesta in un bicchiere d’acqua (non nel senso figurato, ma in quello fisico del termine) cosa aspettate? Cosa aspettate per andare ad applaudire Laura Betti in quello che lei chiama, sicuramente per antifrasi, il suo “giro a vuoto”? Il vaso di spezie tutto racchiuso in lei: questo per i palati disincantati. Si direbbe che Rimbaud l’abbia intravista quando ha parlato del “gaio veleno dei convolvoli”. È così che lei tiene la scena della “Comédie de Paris”, appagandosi senza la minima eclisse di sé nella luce d’eclisse che è lo scrigno delle sue metamorfosi. Il poeta [sic] Alberto Moravia, che ha scritto per lei la seducente canzone Mi butto, “ultimo grido” come nessun’altra, ha tutte le ragioni di designarla come la pagina stessa del moderno, di cui lei unisce il fascino alla sfrontatezza. Il suo repertorio e l’uso mimico che ne fa, hanno il dono di far appassire quasi tutti gli altri. C’è tutto ciò che cova di meravigliosamente eccessivo in una testa ben fatta di giovanissima leonessa che affronta la miseria specifica del nostro tempo e le risponde con la provocazione e la sfida. Se ognuna delle sue canzoni la avvolge a meraviglia, è perché lei fa corpo con essa, è perché questa canzone si è forgiata nello stesso fuoco che la abita. Lei ne è inseparabilmente l’ispiratrice e l’interprete. I parolieri modellano ciò che diranno su un lampo dei suoi occhi, su una rosa nera che vortica vertiginosamente dal suo ginocchio. L’irreprensibile adattamento dei testi italiani curato da Jean Rougeul come la sobria e giustissima regia di Filippe Crivelli assicurano a Giro a vuoto una unità organica che, rispetto agli spettacoli che ci sono offerti oggi, segna ai miei occhi il loro superamento. «Candide», 15 febbraio 1962. Crediti Ideazione mostra e testi
di Roberto Chiesi
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