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"Pagine corsare"
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Pasolini al Museo di Roma
in Trastevere
Giorgia Catapano, AISE, 22 novembre 2005

È il 1950. È gennaio. Pier Paolo Pasolini "fugge" a Roma. Ha 28 anni. È insieme alla madre. Ha sulle spalle la denuncia del '49 per corruzione di minori e atti osceni in luogo pubblico. Fugge dopo essere stato sospeso dall'insegnamento (lui, ricordato da chi lo ha conosciuto come uno dei pochi intellettuali dotato della rara attitudine alla pedagogia). Fugge dopo essere stato espulso dal PCI "per indegnità morale e politica".

Arriva a Roma dunque. E ricomincia. Com'è il rapporto con la città? Chi conosce? A chi chiede aiuto per lavorare? Dove abita? Chi frequenta? Chi sono i suoi amici? Come si evolve il suo pensiero? Cosa dice di lui la stampa? E lui, cosa dice?

"Pasolini ha bisogno di lavoro, ha bisogno di solidarietà; la sua angoscia non è placata, anche Roma, l'idea stessa di Roma lo ha mutato. Scrive: "Sono due o tre anni che vivo in un mondo dal sapore diverso: corpo estraneo e quindi definito in questo mondo, mi ci adatto con prese di coscienze molto lento". Ecco le parole di Enzo Siciliano, tratte dal catalogo della mostra "Pasolini e Roma", allestita al Museo di Roma in Trastevere sino al 22 gennaio 2006.

E ancora Siciliano, tra i curatori della mostra, dice: "La mostra è (...) non solo la relazione tra Roma e Pier Paolo Pasolini e il connubio tra gli esempi più alti della cultura romana e lo scrittore friulano. È anche il confronto tra le immagini forti di una città violenta e pagana, impregnata della "bellezza" dei riccetti, dal disagio di una periferia mai perfettamente urbanizzata e un immaginario unico nel panorama italiano che ha accompagnato la città e la nazione di cui è la capitale. Per questo c'è l'urgenza di raccontarla con l'occasione dei 30 anni esatti passati da quella tragica notte all'idroscalo in cui un profondo segno è stato inciso nella storia repubblicana, per una volta, da uno scrittore".

Il racconto è fatto attraverso splendidi bianchi e nero di fotografie, film documentari, dattiloscritti originali, appunti autografi, libri regalati con le dediche dello scrittore, opere di artisti vicini a Pasolini, opere di artisti contemporanei ispirati dalla sua poetica, tra i quali spicca il poetico cortometraggio a disegni animati di Gianluigi Toccafondo, l'illustratore dei libri della Fandango, "Essere morti o essere vivi è la stessa cosa".

È un percorso denso, originale e impregnato di sguardi attenti, che cattura il visitatore e lo immerge in una strana atmosfera sospesa e nello stesso tempo impegnata. Vi è perfino una selezione di trasmissioni Rai, dai primi anni '60 ad oggi, che mostrano le interviste a Pasolini, rendendo ancora più viva la sua presenza e il suo pensiero ferocemente attuali. La vita di un uomo tesa a raccontare, a denunciare, a esprimersi e a scuotere da torpori mentali.

La mostra, promossa dall'Assessorato alle Politiche Culturali e dalla Sovraintendenza ai Beni culturali, è ideata da Gianni Borgna e curata da Enzo Siciliano e Federica Pirani. I fotografi, dai più quotati e conosciuti, come Cartier-Bresson (con le meravigliose immagini delle periferie romane, tanto care al poeta), Adriano Mordenti, Franco Pinna, Tano D'Amico, Umberto Cicconi, Federico Garolla, per citare i più noti, sono anche i suoi amici. Ci sono belle immagini scattate da Dacia Maraini, che immortala Pasolini in compagnia di Moravia (i tre: Pasolini, Moravia e la Maraini hanno intrapreso insieme un viaggio in India). E uno degli aspetti più teneri della mostra è tutto il mondo delle frequentazioni "illustri" di Pasolini: lo si vede ritratto, tra gli altri, anche con Giuseppe Ungaretti, Laura Betti, Bernardo Bertolucci. Sono immagini attraverso le quali trapela un mondo fatto di stimoli, di conversazioni, e di affetto.

La sezione della mostra dedicata all'impegno sociale e civile di Pasolini si snoda soprattutto attraverso i suoi scritti, tra cui spiccano le prime edizioni degli Scritti corsari [nell'immagine a sinistra, la copertina della prima edizione, novembre 1975, edita da Garzanti].

Bellissime le immagini sui set dei suoi film, tra le quali emergono gli occhi volitivi della Callas in Medea, all'epoca innamoratissima del poeta, e la forza possente di Anna Magnani.

Basterebbe per una mostra. E invece, quasi a sorpresa, salendo al secondo piano del Museo di Roma in Trastevere, si scoprono come un regalo inaspettato altre due mostre, più classiche, fatte "solo" di fotografie: "Miracolo a Roma", curata dal centro Sperimentale di Cinematografia, con 60 scatti di Angelo Pennoni sul set dell'Accattone, tra i quali alcune immagini inedite e mai montate nel film, e "La lunga strada di sabbia", proposta da Contrasto con le foto di Philippe Séclier, che a trent'anni dalla morte di Pasolini, ripercorre il viaggio che il poeta aveva percorso con Paolo di Paolo nel 1959 per il reportage "La lunga strada di sabbia", appunto. Séclier "ri-scatta" gli stessi luoghi e le sue immagini contemporanee si adeguano a parole scritte più di trent'anni fa, con un effetto straniante e curiosamente coincidente, come se l'Italia si fosse fermata.

Scoprire Pasolini nel cuore di Roma. Come avrebbe accolto la mostra lo stesso Pasolini? Lui che amava le borgate. Forse sarebbe stato orgoglioso di aver trasformato in così tanta arte una fuga. E, forse, se non ne fosse stato sepolto, sarebbe stato grato a quella Roma che gli ha dato la possibilità di ricominciare, di più: di far esplodere la sua arte. Una città che sicuramente amava, così come amava la vita, tanto da criticarne con veemenza tutte le storture nei sistemi di potere, quegli stessi che alla fine, inesorabilmente, lo uccidono. 

 

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Roma, Pasolini sul set di "Accattone"

Pasolini al Museo di Roma in Trastevere
 

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