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Notizie PASOLINI MEDITERRANEO
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Nei film di Pier Paolo Pasolini
piove qualche goccia, o non piove. Non c’è molta acqua di mare. E i
fiumi sono serpentelli, rigagnoli.
Il Mediterraneo è per il poeta-romanziere-pittore-regista un mare piccolo. Nella sua esistenza animata da una disperata vitalità Pasolini ha attraversato tutti gli oceani. Però il Mediterraneo non è piccolo in rapporto ad essi. È piccolo perché nei suoi film viene mostrato poco o per nulla. Non esiste. Lo si intuisce. Ma c’è. Ed è grande. Nelle schede da me compilate delle pellicole inserite nella rassegna della Biennale Teatro il Mediterraneo c’è e non c’è; eppure sempre irrompe potente nelle storie, nella poetica del regista. ![]() Così
come c’è la pioggia, come ci sono fiumi, torrenti, pozzanghere.
Tra le pozzanghere, celebri
quelle di una foto con Pasolini che cammina tenendo per mano un bambino
in una delle borgate romane, in fondo alla foto si vede la cupola di San
Pietro; e celebri anche quelle del Mandrione, zona di Roma, dove il regista
in montgomery è ritratto insieme a una donna che si copre la testa (piove?).
Forse Pasolini le chiede come riesce a vivere una prostituta in mezzo alle
catapecchie nelle sottoborgata dove si raduna la comunità di donne da
marciapiede. Foto e scena che precedono di alcuni mesi nel 1960 le
riprese di “Accattone”.
Pasolini, in un suo scritto, ha spiegato di non amare i paesaggi e di preferire gli sfondi perché gli consentono di mettere in pieno rilievo i suoi i personaggi cercati e incontrati ovunque, amati. Figure note o sconosciute. Gli attori professionisti o, come si diceva, quelli presi dalla strada, a cui ha offerto la sua sensibilità, il sapere, il gusto artistico che gli venivano da un pensiero meridiano coltivato con intensa passione. Volti e corpi che gli ricordavano e gli imponevano “la plasticità della immagine mai dimenticata di Masaccio”, come scrive ancora lo stesso Pasolini. Questi personaggi, tutti ripresi dalla cinepresa e ascoltati sugli sfondi di una nuova geografia, sono nei film della rassegna. Si considerino le date. Dopo “Accattone” e “Mamma Roma” (1962), “La rabbia” (1963, film di montaggio, immagini anche in questo caso da sfondo per il forte testo pasoliniano), il bellissimo “La ricotta” (1963, episodio di “Rogopag”) , il regista imbraccia la cinepresa e va in giro, documentari, appunti, in una fitta sequenza. Si capisce meglio questa scelta se si pensa al tipo di documentarismo che si faceva in quel periodo, soprattutto in Francia, dopo la “nouvelle vague” e dopo i film dell’etnografo-regista Jean Rouch. Circolava il mito della “camera-stylo”, la cinepresa da usare come una penna, uno strumento di scrittura. Uno scrittore come Pasolini non poteva non esserne sedotto. Ed ecco, infatti, il nuovo Pasolini con la cinepresa spesso a spalla, sempre in movimento, pronto ad “aggredire” - sono sue parole - e trovare l’uomo al centro di ogni prospettiva di ambiente, di territorio. L’idea era quella di partire da un volto, da un corpo per uscire da ogni “impressionismo” - sono ancora sue parole - e averne di ritorno una risposta di verità. Andare a una visione più motivata, più fondata. Senza questo periodo di scorribande nei paesi sulle sponde del Mediterraneo, ma anche più in là dove lo portava il Mediterraneo che animava la sua profonda cultura, non ci sarebbero stati o sarebbero stati diversi i film ispirati alle tragedie greche o alle “Mille e una notte”, e tutti gli altri fino all’ultimo suo film, l’amaro “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, fino alla terribile morte nel 1975. La “camera-stylo” aveva prosciugato l’inchiostro di celluloide. Il poeta era sfiduciato. Intorno c’era un mondo di omologazione e di consumismo che si rifiutava di accettare, e che vedeva come pericoloso per i suoi personaggi. Il futuro gli pesava addosso, tetro, omicida. Pasolini regista, etnografo,
antropologo curioso (“mi piace l’antropologia”, diceva), poeta,
aveva cercato con la sua cinepresa in spalla e gli occhi puntati nell’otturatore
in una terra bagnata da un mare spesso invisibile, uno sfondo ancora vivo
e vitale. Aveva cercato di capire l’Altro, gli Altri. Aveva cercato di
esaltare le molte forme della contraddizione per scrivere con la “camera-stylo”,
con la sua lezione, le storie di fluidità, di approccio, di convivenza.
Storie di ricerca. Storie anche di passione. Storie per riempire un grande
Mediterraneo, in cui immettere acqua che non annulla le differenze e non
crea armonie nella pigrizia dei suoi movimenti e delle sue antiche voglie
di vincere e di annettere; ma diventa pellicola per dialogare. Ciak. Amare
il prossimo come prossimo.
PASOLINI MEDITERRANEO
Edipo re (1967, durata 110’) con sottotitoli in inglese La storia di un giovane che
inconsapevolmente uccide il padre, sposa la madre e, quando scopre la verità,
si acceca. La tragedia di Sofocle è più vicina al film di quanto possa
sembrare nel racconto reinventato. Pasolini vi entra per compiere un viaggio
che lo chiama in causa personalmente, sullo scenario italiano che va dagli
anni Venti alla Bologna moderna (città in cui il regista nacque), passando
attraverso un’arida forte Grecia ricostruita in Marocco. Lo appassiona
proprio la tragedia del destino che ci precipita addosso; e si mette in
gioco comparendo nel film come attore, nel personaggio di un gran sacerdote.
Medea (1969, durata 110’) con sottotitoli in inglese Medea - qui interpretata
dalla grande soprano greca Maria Callas - è la regina di una popolazione,
che aiuta Giasone a conquistare il vello d’oro e per amore lo segue in
una società che la disprezza. Si vendica di Giasone che la tradisce uccidendo
i loro figli. Euripide dopo Sofocle. Grecia spostata in Siria, in Cappadocia,
a Pisa e a Grado. Un altro viaggio di Pasolini su un fondale carico di
leggenda e di passione. Una grande storia d’amore e di sangue viene inghiottita
nel mare delle grandi onde tra un vecchio mondo religioso e un nuovo mondo
che lo incalza.
Il Fiore delle Mille e una notte (1974, durata 125’) con sottotitoli in inglese Dall’ omonima raccolta
di novelle arabe, l’amore tra il giovane Nur-ed-Din e la fanciulla Zumurrud
rapita dai briganti. Lui la ritrova dopo varie disavventure sotto le spoglie
maschili del re Sair. La vicenda principale s’intreccia con altre
storie. Pasolini cita le parole delle “Mille e una notte”: "La verità
non sta in un solo sogno, ma in molti sogni...". Per sciogliere il grumo
dei pregiudizi sui rapporti d’amore, sia etero che omosessuale. Il film
girato in Etiopia, nella penisola arabica, e anche in India e nel Nepal,
completa la cosiddetta “trilogia della vita” (dopo “Il Decameron”
e “I racconti di Canterbury”) che lo stesso regista criticò a distanza
di tempo.
Il Vangelo secondo Matteo (1964, durata 142’) con sottotitoli in inglese Il racconto evangelico girato
tra i Sassi di Matera e gli aspri paesaggi del Sud Italia raccolti intorno
alle montagne. Un Gesù spagnolo, Enrique Irazoqui, e una piccola
folla di attori non attori per cercare una scarna verità di volti e di
atteggiamenti: la madre di Pasolini, Susanna, è la Madonna; gli scrittori
Natalia Ginzburg, Alfonso Gatto, Francesco Leonetti, Enzo Siciliano
sono nel cast. Fedeltà, rispetto, attenzione per il sacro. Dedicato dal
regista “alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII”.
In quel periodo, Pasolini ebbe i rapporti più stretti - lui che si dichiarava
ateo - con i cattolici. Un travolgente mare di umanità, di sensibilità,
ma senza miracoli.
Comizi d’amore (1963-64, durata 90’) con sottotitoli in inglese La febbre di vivere e rivivere
l’Italia trasforma Pasolini in un grande inviato negli anni in cui la
televisione della Rai comincia a scoprire con prudenza gli effetti del
cosiddetto “miracolo economico”. Il poeta-regista va oltre, anzi va
in profondità, raccogliendo interviste in varie parti del paese da cui
affiorano specie tra i giovani abitudini, mentalità, convinzioni al di
là della innocenza e dell’ingenuità, mentre si profila imminente l’attacco
delle ondate del consumismo. Nell’inchiesta grande controcanto di intellettuali:
Alberto Moravia, Giuseppe Ungaretti, Cesare Musatti.
Appunti per un’Orestiade africana (1969, durata 74’) Dopo Sofocle ed Euripide, un altro classico: Eschilo. Progetto ambizioso e incompiuto di ambientare le sue tragedie (“Agamennone”, “Coefore”, “Eumenidi”) nell’Africa uscita dal colonialismo che precipitata in nuovi, drammatici problemi. Pasolini trasformò i sopralluoghi in originali, preziosi, reportage fra Tanzania, Kenya e Uganda. Film documentari che si trasformano in appunti di finzione e di immaginazione; e in quel mondo, dove arriva un nuovo Oreste, la ferocia domina cancellando il passato. Rifiutato dalla committente Rai-Tv.
Nel corso della lavorazione
del “Decameron”, alla fine delle riprese effettuate nello Yemen, Pasolini
girò questo documentario che lo stesso regista presentò come un appello
all’Unesco, organismo dell’Onu. “Con la pellicola avanzata, ho voluto
mostrare che sentivo i problemi dello Yemen come miei. La deturpazione
di Sana’a che la sta divorando come una lebbra mi feriva come un dolore,
una rabbia, un senso di impotenza… Sono stato costretto a filmare”.
Un atto pubblico e una dichiarazione d’amore, con Pasolini che anche
in questo documentario fa la voce narrante.
Sopralluoghi in Palestina (1963, durata 54’) con sottotitoli in inglese Dal 27 giugno all’11 luglio 1963 Pasolini si recò in Israele e Giordania per visitare i luoghi originari del Vangelo, mentra preparava il film “Il Vangelo secondo Matteo”. Girò sei rulli di pellicola per documentarsi ma si convinse, rivedendoli alla moviola, che non fosse possibile realizzare il film in quei luoghi. “C’è sempre qualcosa di troppo moderno e industriale”, disse e decise di scegliere Matera, Crotone, luoghi della Puglia. E altri furono i volti, i posti, le situazioni di una terra che, secondo il regista, non aveva più i segni dell’età di Cristo. Questo film è il diario del perché di una scelta non fatta.
Proiettato a Venezia nel
1968, insieme a “Teorema”, in piena contestazione della Mostra del
cinema. Immagini e parole per un film da fare “sulla storia di un marajà
che, secondo una leggenda, offre il proprio corpo alle tigri per sfamarle”:
come disse il regista che pensava di ispirarsi ai racconti di antica tradizione
letteraria per trovarvi le radici di una speranza rivoluzionaria. Un altro
progetto sul Terzo Mondo che Pasolini non riuscì a realizzare. Ottenne
di fare uno speciale per TV7, settimanale Rai ancora oggi in onda, che
gli permise di raggiungere l’India e in particolare Bombay, e le scene
di povertà e di morte raccolte per le strade.
Accattone (1961, durata 116’) con sottotitoli in inglese ? Le borgate romane che Pasolini scoprì al suo arrivo nella capitale negli anni Cinquanta, e gli ispirarono i romanzi “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta” a cui si deve la sua fortuna di letterato, aprendogli poi la strada del cinema prima come sceneggiatore e poi come regista. Le borgate dove vivono Vittorio detto Accattone, un giovane che vive alla giornata tra baracche, palazzoni, campi brulli, strade vuote, chiese abbandonate; e Maddalena, la prostituta che lo mantiene. I quartieri popolari di Roma come la periferia del Terzo Mondo, chiusi in un’attesa che non sembra avere mai fine, un’attesa che è una condanna. Il film venne distribuito in ritardo dopo la presentazione alla Mostra di Venezia per problemi di censura.
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