"Pagine
corsare"
Notizie
L'eredità di
Pasolini
ovvero, «Sono convinto che
qualcun altro verrà
e prenderà la mia bandiera
per portarla avanti»
[dalle parole del Corvo
in
Uccellacci e uccellini]
di Angela Molteni, 16
ottobre 2006
.
«Chi
non si oppone a questo regresso o degradazione è uno che non ama
chi subisce tale degradazione,
cioè gli uomini in carne ed ossa che lo circondano.
Chi invece protesta con
tutta la sua forza vuol dire che ama quegli uomini in carne ed ossa.»
Pier Paolo Pasolini,
Lettere
luterane
.
«Quando sono andato
a Casarsa, sulla tomba di Pasolini, ero particolarmente arrabbiato.
I pugni serrati non si
volevano aprire nemmeno per scrivere. Sono andato lì in una sorta
di empatia,
per capire se era ancora
possibile credere in una parola capace di aggredire la realtà.
Ci ho riflettuto a lungo
e mi sono convinto che la parola letteraria proprio perché
svincolata da obiettivi,
da sentenze di tribunale, può mostrare le budella del potere,
può raggiungere
un nucleo di significato molto semplice, che è poi
quello dei tragici greci:
verità e potere non coincidono mai»
Da un'intervista a Roberto
Saviano
.
.
Lo
scorso luglio "Pagine corsare" dava una breve nota
informativa su Roberto Saviano vincitore del Premio Viareggio Opera
Prima 2006 con il suo libro Gomorra. Viaggio nell'impero economico e
nel sogno di dominio della camorra (Mondadori, Strade blu, Milano 2006).
Ora si torna a parlare di questo scrittore per le minacce da lui ricevute
dopo le sue documentate rivelazioni sui meccanismi imprenditoriali-criminali
della camorra in Campania. Alle minacce hanno fatto seguito numerosi attestati
di solidarietà a Saviano, oltre alle dichiarazioni di altri scrittori
e intellettuali. Tra essi, Umberto Eco che dice tra l’altro: «La
solidarietà va bene: ma quel che occorre è un intervento
della mano pubblica visto che tutti sanno da dove e da chi originino queste
minacce […] Non siamo di fronte alla fatwa contro lo scrittore Salman Rushdie,
una condanna a morte che avrebbe potuto essere eseguita da qualunque musulmano
nel mondo. Conosciamo, al contrario, i nomi di queste persone, e non resta
altro che l’intervento della mano pubblica per tutelare Saviano».
È di oggi la decisione del ministero degli Interni che assegna una
scorta a Roberto Saviano.
Ebbene, tutta questo mi fa
tornare col pensiero a oltre trent’anni fa. E mi fa riflettere ancora una
volta su ciò che scrisse Pasolini, a sua volta oggetto di una vera
e propria persecuzione (senza solidarietà...): quella giudiziaria
(si veda la sezione “processi” di “Pagine corsare”),
oltreché pestaggi fisici e linciaggi morali, in vita e non solo.
Nonché minacce alla sua stessa esistenza. Minacce forse materializzatesi
nella notte tra il primo e il due novembre del 1975, una data cui si riferiscono
le recenti richieste di riapertura del processo per il suo assassinio.
Pasolini scrisse, in particolare
a pochi mesi dalla sua uccisione:
“Andreotti, Fanfani,
Rumor, e almeno una dozzina di altri potenti democristiani (compreso forse
per correttezza qualche presidente della Repubblica) dovrebbero essere
trascinati, come Nixon, sul banco degli imputati. […] E quivi accusati
di una quantità sterminata di reati, che io enuncio solo moralmente
(sperando nell’eventualità che, almeno, venga prima o poi celebrato
un «processo Russell» finalmente impegnato e non conformistico
e trionfalistico com’è di solito): indegnità, disprezzo per
i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri,
con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento
in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito
di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia
e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di punirne gli
esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità
della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità,
questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità
della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali
e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono
«selvaggio» delle campagne, responsabilità dell‘esplosione
«selvaggia» della cultura di massa e dei mass media, responsabilità
della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità
del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari,
distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori”.
[Bisognerebbe processare
i gerarchi Dc, “Il Mondo”, 28 agosto 1975; poi in Lettere luterane]
e ancora:
“Che cosa è
necessario sapere, o meglio, che cosa i cittadini italiani vogliono sapere,
affinché i prossimi dieci anni della loro vita non siano loro sottratti
(come è stato per gli ultimi dieci )?
[…]
I cittadini italiani vogliono
consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto
benessere si è speso in tutto fuorché nei servizi pubblici
di prima necessità: ospedali, scuole, asili, ospizi, verde pubblico,
beni naturali cioè culturali.
I cittadini italiani vogliono
consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta
tolleranza si è fatta ancora più profonda la divisione tra
Italia Settentrionale e Italia Meridionale, rendendo sempre più,
i meridionali, cittadini di seconda qualità.
I cittadini italiani vogliono
consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta
civiltà tecnologica si siano compiuti così selvaggi disastri
edilizi, urbanistici, paesaggistici, ecologici, abbandonando, sempre selvaggiamente,
a se stessa la campagna.
I cittadini italiani vogliono
consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto
progresso la «massa», dal punto di vista umano, si sia così
depauperata e degradata.
I cittadini italiani vogliono
consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetto
laicismo l’unico discorso laico sia stato quello, laido, della televisione
(che si è unita alla scuola in una forse irriducibile opera di diseducazigne
della gente).
I cittadini italiani vogliono
consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di cosiddetta
democratizzazione (è quasi comico il dirlo: se mai «cultura»
è stata più accentatrice che la «cultura» di
questi dieci anni) i decentramenti siano serviti unicamente come cinica
copertura alle manovre di un vecchio sottogoverno clerico-fascista divenuto
meramente mafioso.
Ho detto e ripetuto la parola
«perché»: gli italiani non vogliono infatti consapevolmente
sapere che questi fenomeni oggettivamente esistono, e quali siano gli eventuali
rimedi: ma vogliono sapere, appunto, e prima di tutto, perché esistono.
[…]
Gli italiani vogliono consapevolmente
sapere quale sia stato il vero ruolo del Sifar.
Gli italiani vogliono consapevolmente
sapere quale sia stato il vero ruolo del Sid.
Gli italiani vogliono consapevolmente
sapere quale sia stato il vero ruolo della Cia.
Gli italiani vogliono consapevolmente
sapere fino a che punto la Mafia abbia partecipato alle decisioni del governo
di Roma o collaborato con esso.
Gli italiani vogliono consapevolmente
sapere quale sia la realtà dei cosiddetti golpe fascisti.
Gli italiani vogliono consapevolmente
sapere da quali menti e in quale sede sia stato varato il progetto della
«strategia della tensione» (prima anticomunista e poi antifascista,
indifferentemente).
Gli italiani vogliono consapevolmente
sapere chi ha creato il caso Valpreda.
Gli italiani vogliono consapevolmente
sapere chi sono gli esecutori materiali e i mandanti, connazionali, delle
stragi di Milano, di Brescia, di Bologna.
Ma gli italiani - e questo
è il nodo della questione - vogliono sapere tutte queste cose insieme:
e insieme agli altri potenziali reati col cui elenco ho esordito. Fin che
non si sapranno tutte queste cose insieme - e la logica che le connette
e le lega in un tutto unico non sarà lasciata alla sola fantasia
dei moralisti - la coscienza politica degli italiani non potrà produrre
nuova coscienza. Cioè l’Italia non potrà essere governata.
[…]
Gli italiani vogliono dunque
sapere ancora cos’è con precisione la «condizione» umana
- politica e sociale - in cui sono stati e sono costretti a vivere quasi
come da un cataclisma naturale: prima, dalle illusioni nefaste e degradanti
del benessere e poi dalle illusioni frustranti, no, non del ritorno della
povertà, ma del rientro del benessere.
Gli italiani vogliono ancora
sapere che cos’è, che limiti ha, che futuro prevede, la «nuova
cultura» - in senso antropologico - in cui essi vivono come in sogno:
una cultura livellatrice, degradante, volgare (specie nell’ultima generazione).
Gli italiani vogliono ancora
sapere che cos’è, e come si definisce veramente, il «nuovo
tipo di potere» da cui tale cultura si è prodotta: visto che
il potere clerico-fascista è tramontato, e ormai esso ad altro non
costringe che a «lotte ritardate» (la condanna a morte degli
antifranchisti, i rapporti tra la vecchia e la nuova generazione mafiosa
nel Mezzogiorno ecc.).
Gli italiani vogliono ancora
sapere, soprattutto, che cos’è e come si definisce il «nuovo
modo di produzione» (da cui sono nati quel «nuovo potere»
e, quindi, quella «nuova cultura»): se per caso tale «nuovo
modo di produzione» - introducendo una nuova qualità di merce
e perciò una nuova qualità di umanità - non produca,
per la prima volta nella storia, «rapporti sociali immodificabili»:
ossia sottratti e negati, una volta per sempre, a ogni possibile forma
di «alterità» […]”.
[Perché il Processo?,
“Corriere della sera”, 28 settembre 1975; poi in Lettere luterane]
Da allora la situazione in Italia
non soltanto non è mutata (salvo l’attualizzazione naturalmente
dei nomi che appaiono nei brani pasoliniani), ma ha aggiunto ulteriori
terribili e tragici elementi a “ciò che gli italiani vogliono sapere”.
Il degrado culturale è sotto gli occhi di tutti, oggi più
di ieri. Pasolini parlava con cenni accorati della “forma della città”
e ora ci ritroviamo sotto gli occhi paesaggi e città inguardabili, disarmonici, sconvolti nelle
loro stesse strutture dalla cementificazione selvaggia, quando non dal cattivo gusto;
parlava di mafia, e ora ci siamo sentiti dire da
un ministro in carica che “bisogna conviverci”...
E, a proposito di Pasolini,
dei paesaggi inguardabili e dello scempio edilizio che si consuma quotidianamente,
e in tutti i sensi - compreso quello del lavoro nero e degli incidenti mortali
nei cantieri e nelle fabbriche di cui il libro parla ampiamente -, vi propongo il seguente brano
tratto da Gomorra. Penso
sia il modo migliore non solo e non tanto per dichiarare a Roberto Saviano solidarietà
per la vicenda che lo vede coinvolto, ma per esprimergli stima, ammirazione e affetto.
Recita la quarta di copertina di Gomorra che "Si tratta di «un libro anomalo e potente,
appassionato e brutale,
al tempo stesso oggettivo e visionario, di indagine e di letteratura, pieno
di orrori come di fascino inquietante, un libro in cui il giovanissimo
autore, nato e cresciuto nelle terre della più efferata camorra,
è sempre coinvolto in prima persona". L’Io so cui Saviano
si ispira è Il romanzo
delle stragi di Pier Paolo Pasolini [dal "Corriere della sera"
del 14 novembre 1974 col titolo Che cos'è questo golpe?].
L’Io so di Saviano è qui nella stesura definitiva contenuta
nel libro che ha scatenato intorno all’autore le minacce dei camorristi
di Casal di Principe. Una versione non definitiva, ripresa anche in "Pagine corsare",
era stata pubblicata nel numero di ottobre-dicembre 2005 di “Nuovi
argomenti”. Infine, l’Io so di Saviano è preceduto dalla narrazione
del viaggio a Casarsa, che l'autore ha avvertito come una imprescindibile necessità
del suo animo. Un saggio di grande letteratura, agile e incalzante, che dà la misura
della qualità della scrittura di Roberto Saviano.
«A me ha colpito moltissimo
ogni pagina, ogni riga di Gomorra per quello che dice e per COME
lo dice e per il dono che ha di acchiappare un briciolo di realtà
e ridarcelo (dono rarissimo). In questi giorni seguo un po' il dibattito
su Saviano, nei vari blog. [...] Sono quasi basita, ho appena letto (su Lipperatura)
uno che dice che le cose di Saviano le potrebbe dire anche lui se solo
avesse il megafono (ho capito benissimo il tono di solidarietà con
cui lo dice, ma mi stupisce lo stesso), tutti parlano parlano come se Saviano
fosse solo un giornalista coraggioso. Mentre Saviano (oltre ad essere indubbiamente
un bravo giornalista e pure coraggioso) è SOPRATTUTTO
un grande scrittore, e i grandi scrittori, quando lo sono, devono scrivere
quello che scrivono, non è questione di coraggio, è che non
possono farne a meno, e quindi NESSUNO
di noi avrebbe potuto dire le stesse cose e avere l'effetto prorompente
che ha avuto. Tutti GLI SCRITTORI
della rete, o pseudo tali, poi mi sembra che cerchino tramite Saviano di
farsi pubblicità e magari manco hanno letto il libro con attenzione.
Che mondo stupido viviamo… Mi scuso per lo sfogo un po' cattivello perchè
sono un po' fumina quando vedo che vogliono minimizzare la forza
della scrittura, come se fosse una merce qualsiasi e pure in svendita.
(Georgia)»
A.M.
* * *
Da Roberto Saviano, Gomorra. Viaggio
nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra, Mondadori,
Milano 2006
334 pagine, € 15,50
- [pp.231-240]
Il potere dei clan rimaneva il potere del cemento. Era sui cantieri che
sentivo fisicamente, nelle budella, tutta la loro potenza. Per diverse
estati ero andato a lavorare nei cantieri, per farmi impastare cemento
non mi bastava altro che comunicare al capomastro la mia origine e nessuno
mi rifiutava il lavoro. La Campania forniva i migliori edili d’Italia,
i più bravi, i più veloci, i più economici, i meno
rompicoglioni. Un lavoro bestiale che non sono mai riuscito a imparare
particolarmente bene, un mestiere che ti può fruttare un gruzzolo
cospicuo solo se sei disposto a giocarti ogni forza, ogni muscolo, ogni
energia. Lavorare in ogni condizione climatica, con il passamontagna in
viso così come in mutande. Avvicinarmi al cemento, con le mani e
col naso, è stato l’unico modo per capire su cosa si fondava il
potere, quello vero.
Fu quando morì Francesco Iacomino però che compresi sino
in fondo i meccanismi dell’edilizia. Aveva trentatré anni quando
lo trovarono con la tuta da lavoro sul selciato, all’incrocio tra via Quattro
Orologi e via Gabriele D’Annunzio a Ercolano. Era caduto da un’impalcatura.
Dopo l’incidente erano scappati tutti, geometra compreso. Nessuno ha chiamato
l’autoambulanza, temendo potesse arrivare prima della loro fuga. Allora,
mentre scappavano, avevano lasciato il corpo a metà strada, ancora
vivo, mentre sputava sangue dai polmoni. Quest’ennesima notizia di morte,
uno dei trecento edili che crepavano ogni anno nei cantieri in Italia si
era come ficcata in qualche parte del mio corpo. Con la morte di Iacomino
mi si innescò una rabbia di quelle che somigliano più a un
attacco d’asma piuttosto che a una smania nervosa. Avrei voluto fare come
il protagonista de La vita agra di Luciano Bianciardi che arriva
a Milano con la volontà di far saltare in aria il Pìrellone
per vendicare i quarantotto minatori di Ribolla, massacrati da un’esplosione
in miniera, nel maggio 1954, nel pozzo Camorra. Chiamato così per
le infami condizioni di lavoro. Dovevo forse anch’io scegliermi un palazzo,
il Palazzo, da far saltare in aria, ma ancor prima di infilarmi
nella schizofrenia dell’attentatore, appena entrai nella crisi asmatica
di rabbia mi rìmbombò nelle orecchie l’lo so di Pasolini
come un jingle musicale che si ripeteva sino all’assillo. E così
invece di setacciare palazzi da far saltare in aria, sono andato a Casarsa,
sulla tomba di Pasolini. Ci sono andato da solo, anche se queste cose per
renderle meno patetiche bisognerebbe farle in compagnia. In banda. Un gruppo
di fedeli lettori, una fidanzata. Ma io ostinatamente sono andato da solo.
Casarsa è un bel posto, uno di quei posti dove ti viene facile pensare
a qualcuno che voglia campare di scrittura, e invece ti è difficile
pensare a qualcuno che se ne va dal paese per scendere più giù,
oltre la linea dell’inferno. Andai sulla tomba di Pasolini non per un omaggio,
neanche per una celebrazione. Pier Paolo Pasolini. Il nome uno e trino,
come diceva Caproni, non è il mio santino laico, né un Cristo
letterario. Mi andava di trovare un posto. Un posto dove fosse ancora possibile
riflettere senza vergogna sulla possibilità della parola. La possibilità
di scrivere dei meccanismi del potere, al di là delle storie, oltre
i dettagli. Riflettere se era ancora possibile fare i nomi, a uno a uno,
indicare i visi, spogliare i corpi dei reati e renderli elementi dell’architettura
dell’autorità. Se era ancora possibile inseguire come porci da tartufo
le dinamiche del reale, l’affermazione dei poteri, senza metafore, senza
mediazioni, con la sola lama della scrittura.
Presi il treno da Napoli per Pordenone, un treno lentissimo dal nome assai
eloquente sulla distanza che doveva percorrere: Marco Polo. Una distanza
enorme sembra separare il Friuli dalla Campania. Partito alle otto meno
dieci arrivai in Friuli alle sette e venti del giorno dopo, attraversando
una notte freddissima che non mi diede tregua per dormire neanche un po’.
Da Pordenone con un bus arrivai a Casarsa e scesi camminando a testa bassa
come chi sa già dove andare e la strada può anche riconoscerla
guardandosi la punta delle scarpe. Mi persi, ovviamente. Ma dopo aver vagato
inutilmente riuscii a raggiungere via Valvasone, il cimitero dove è
sepolto Pasolini e tutta la sua famiglia. Sulla sinistra, poco dopo l’ingresso,
c’era un’aiuola di terra nuda. Mi avvicinai a questo quadrato con al centro
due lastre di marmo bianco, piccole, e vidi la tomba. “Pier Paolo Pasolini
(1922-1975).” Al fianco, poco più in là, quella della madre.
Mi sembrò d’essere meno solo, e li iniziai a biascicare la mia rabbia,
con i pugni stretti sino a far entrare le unghie nella carne del palmo.
Iniziai a articolare il mio io so, l’io so del mio tempo.
Io so e ho le prove. Io so come hanno origine le economie e dove prendono
l’odore. L’odore dell’affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda
il profitto. Io so. E la verità della parola non fa prigionieri
perché tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove
e imbastire istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna
in nessun gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente. Io so
e ho le prove. Io so dove le pagine dei manuali d’economia si dileguano
mutando i loro frattali in materia, cose, ferro, tempo e contratti. Io
so. Le prove non sono nascoste in nessuna pen-drive celata in buche
sotto terra. Non ho video compromettenti in garage nascosti in inaccessibili
paesi di montagna. Né possiedo documenti ciclostilati dei servizi
segreti. Le prove sono inconfutabili perché parziali, riprese con
le iridi, raccontate con le parole e temprate con le emozioni rimbalzate
su ferri e legni. Io vedo, trasento, guardo, parlo, e così testimonio,
brutta parola che ancora può valere quando sussurra: «È
falso» all’orecchio di chi ascolta le cantilene a rima baciata dei
meccanismi di potere. La verità è parziale, in fondo se fosse
riducibile a formula oggettiva sarebbe chimica. Io so e ho le prove. E
quindi racconto. Di queste verità.
Cerco sempre di calmare quest’ansia che mi prende ogni volta che cammino,
ogni volta che salgo scale, prendo ascensori, quando struscio le suole
su zerbini e supero soglie. Non posso fermare un rimuginio d’anima perenne
su come sono stati costruiti palazzi e case. E se poi ho qualcuno a portata
di parola riesco con difficoltà a trattenermi dal raccontare come
si tirano su piani e balconi sino al tetto. Non è un senso di colpa
universale che mi pervade, né un riscatto morale verso chi è
stato cassato dalla memoria storica. Piuttosto cerco di dismettere quel
meccanismo brechtiano che invece ho connaturato, di pensare alle mani e
ai piedi della storia. Insomma più alle ciotole perennemente vuote
che portarono alla presa della Bastiglia che ai proclami della Gironda
e dei Giacobini. Non riesco a non pensarci. Ho sempre questo vizio. Come
qualcuno che guardando Vermeer pensasse a chi ha mescolato i colori, tirato
la tela coi legni, assemblato gli orecchini di perle, piuttosto che contemplare
il ritratto. Una vera perversione. Non riesco proprio a scordarmi come
funziona il ciclo del cemento quando vedo una rampa di scale, e non mi
distrae da come si mettono in torre le impalcature il vedere una verticale
di finestre. Non riesco a far finta di nulla. Non riesco proprio a vedere
solo il parato e penso alla malta e alla cazzuola. Sarà forse che
chi nasce in certi meridiani ha rapporto con alcune sostanze in modo singolare,
unico. Non tutta la materia viene recepita allo stesso modo in ogni luogo.
Credo che in Qatar l’odore di petrolio e benzina rimandi a sensazioni e
sapori che sanno di residenze immense, occhiali da sole e limousine. Lo
stesso odore acido del carbonfossile, a Minsk, credo rimandi a facce scure,
fughe di gas, e città affumicate mentre in Belgio rimanda all’odore
d’aglio degli italiani e alla cipolla dei maghrebini. Lo stesso accade
col cemento per l’Italia, per il mezzogiorno. Il cemento. Petrolio del
sud. Tutto nasce dal cemento. Non esiste impero economico nato nel mezzogiorno
che non veda il passaggio nelle costruzioni: gare d’appalto, appalti, cave,
cemento, inerti, malta, mattoni, impalcature, operai. L’armamentario dell’imprenditore
italiano è questo. L’imprenditore italiano che non ha i piedi del
suo impero nel cemento non ha speranza alcuna. È il mestiere più
semplice per far soldi nel più breve tempo possibile, conquistare
fiducia, assumere persone nel tempo adatto di un’elezione, distribuire
salari, accaparrarsi finanziamenti, moltiplicare il proprio volto sulle
facciate dei palazzi che si edificano. Il talento del costruttore è
quello del mediatore e del rapace. Possiede la pazienza del certosino compilatore
di documentazioni burocratiche, di attese interminabili, di autorizzazioni
sedimentate come lente gocce di stalattiti. E poi il talento di rapace,
capace di planare su terreni insospettabili sottrarli per pochi quattrini
e poi serbarli sino a quando ogni loro centimetro e ogni buco divengono
rivendibili a prezzi esponenziali. L’imprenditore rapace sa come usare
becco e artigli. Le banche italiane sanno accordare ai costruttori il massimo
credito, diciamo che le banche italiane sembrano edificate per i costruttori.
E quando proprio non ha meriti e le case che costruirà non bastano
come garanzie, ci sarà sempre qualche buon amico che garantirà
per lui. La concretezza del cemento e dei mattoni è l’unica vera
materialità che le banche italiane conoscono. Ricerca, laboratorio,
agricoltura, artigianato, i direttori di banca li immaginano come territori
vaporosi, iperurani senza presenza di gravità. Stanze, piani, piastrelle,
prese del telefono e della corrente, queste le uniche concretezze che riconoscono.
Io so e ho le prove. So come è stata costruita mezz’Italia. E più
di mezza. Conosco le mani, le dita, i progetti. E la sabbia. La sabbia
che ha tirato su palazzi e grattacieli. Quartieri, parchi, ville. A Castelvolturno
nessuno dimentica le file infinite dei camion che depredavano il Volturno
della sua sabbia. Camion in fila, che attraversavano le terre costeggiate
da contadini che mai avevano visto questi mammut di ferro e gomma. Erano
riusciti a rimanere, a resistere senza emigrare e sotto i loro occhi gli
portavano via tutto. Ora quella sabbia è nelle pareti dei condomini
abruzzesi, nei palazzi di Varese, Asiago, Genova. Ora non è più
il fiume che va al mare, ma il mare che entra nel fiume. Ora nel Volturno
si pescano le spigole, e i contadini non ci sono più. Senza terra
hanno iniziato ad allevare le bufale, dopo le bufale hanno messo su piccole
imprese edili assumendo giovani nigeriani e sudafricani sottratti ai lavori
stagionali, e quando non si sono consorziati con le imprese dei clan hanno
incontrato la morte precoce. Io so e ho le prove. Le ditte d’estrazione
vengono autorizzate a sottrarre quantità minime, e in realtà
mordono e divorano intere montagne. Montagne e colline sbriciolate e impastate
nel cemento finiscono ovunque. Da Tenerife a Sassuolo. La deportazione
delle cose ha seguito quella degli uomini. In una trattoria di San Felice
a Cancello, ho incontrato don Salvatore, vecchio mastro. Una specie di
salma ambulante, non aveva più.di cinquant’anni, ma ne dimostrava
ottanta. Mi ha raccontato che per dieci anni ha avuto il compito di smistare
nelle impastatrici le polveri di smaltimento fumi. Con la mediazione delle
ditte dei clan lo smaltimento occultato nel cemento è divenuta la
forza che permette alle imprese di presentarsi alle gare d’appalto con
prezzi da manodopera cinese. Ora garage, pareti e pianerottoli hanno nel
loro petto i veleni. Non accadrà nulla sin quando qualche operaio,
magari maghrebino, inalerà le polveri crepando qualche anno dopo
e incolperà la malasorte per il suo cancro.
Io so e ho le prove. Gli imprenditori italiani vincenti provengono dal
cemento. Loro stessi sono parte del ciclo del cemento. Io so che prima
di trasformarsi in uomini di fotomodelle, in manager da barca, in assalitori
di gruppi finanziari, in acquirenti di quotidiani, prima di tutto questo
e dietro tutto questo c’è il cemento, le ditte in subappalto, la
sabbia, il pietrisco, i camioncini zeppi di operai che lavorano di notte
e scompaiono al mattino, le impalcature marce, le assicurazioni fasulle.
Lo spessore delle pareti è ciò su cui poggiano i trascinatori
dell’economia italiana. La costituzione dovrebbe mutare. Scrivere che si
fonda sul cemento e sui costruttori. Sono loro i padri. Non Ferruccio Parri,
non Luigi Einaudi, non Pietro Nenni, non il comandante Valerio. Furono
i palazzinari a tirare per lo scalpo l’Italia affossata dal crac Sindona
e dalla condanna senza appello del Fondo Monetario Internazionale. Cementifici,
appalti, palazzi e quotidiani.
Nell’edilizia finiscono gli affiliati al giro di boa. Dopo che si fa una
carriera da killer, da estorsore o da palo, si finisce nell’edilizia o
a raccogliere spazzatura. Piuttosto che filmati e conferenze a scuola,
potrebbe essere interessante prendere i nuovi affiliati e portarli a fare
un giro per cantieri mostrando il destino che li attende. Se galera e morte
dovessero risparmiarli staranno su un cantiere, invecchiando e scatarrando
sangue e calce. Mentre imprenditori e affaristi che i boss credevano di
gestire avranno committenze milionarie. Di lavoro si muore. In continuazione.
La velocità di costruzioni, la necessità di risparmiare su
ogni tipo di sicurezza e su ogni rispetto d’orario. Turni disumani nove-dodici
ore al giorno compreso sabato e domenica. Cento euro a settimana la paga
con lo straordinario notturno e domenicale di cinquanta euro ogni dieci
ore. I più giovani se ne fanno anche quindici. Magari tirando coca.
Quando si muore nei cantieri, si avvia un meccanismo collaudato. Il corpo
senza vita viene portato via e viene simulato un incidente stradale. Lo
mettono in un’auto che poi fanno cadere in scarpate o dirupi, non dimenticando
di incendiarla prima. La somma che l’assicurazione pagherà verrà
girata alla famiglia come liquidazione. Non è raro che per simulare
l’incidente si feriscano anche i simulatori in modo grave, soprattutto
quando c’è da ammaccare un’auto contro il muro, prima di darle fuoco
con il cadavere dentro. Quando il mastro è presente il meccanismo
funziona bene. Quando è assente spesso il panico attanaglia gli
operai. E allora si prende il ferito grave, il quasi cadavere e lo si lascia
quasi sempre vicino a una strada che porta all’ospedale. Si passa con la
macchina si adagia il corpo e si fugge. Quando proprio lo scrupolo è
all’eccesso si avverte un’autoambulanza. Chiunque prende parte alla scomparsa
o all’abbandono del corpo quasi cadavere sa che lo stesso faranno i colleghi
qualora dovesse accadere al suo corpo di sfracellarsi o infilzarsi. Sai
per certo che chi ti è a fianco in caso di pericolo ti soccorrerà
nell’immediato per sbarazzarsi di te, ti darà il colpo di grazia.
E così si ha una specie di diffidenza nei cantieri. Chi ti è
a fianco potrebbe essere il tuo boia, o tu il suo. Non ti farà soffrire,
ma sarà colui che ti lascerà crepare da solo su un marciapiede
o ti darà fuoco in un’auto. Tutti i costruttori sanno che funziona
in questo modo. E le ditte del sud danno garanzie migliori. Lavorano e
scompaiono e ogni guaio se lo risolvono senza clamore. Io so e ho le prove.
E le prove hanno un nome. In sette mesi nei cantieri a nord di Napoli sono
morti quindici operai edili. Caduti, finiti sotto pale meccaniche, o spiaccicati
da gru gestite da operai stremati dalle ore di lavoro. Bisogna far presto.
Anche se i cantieri durano anni, le ditte in subappalto devono lasciar
posto subito ad altre. Guadagnare, battere cassa e andare altrove. Oltre
il 40 per cento delle ditte che operano in Italia sono del sud. Agro aversano,
napoletano, salernitano. A sud possono ancora nascere gli imperi, le maglie
dell’economia si possono forzare e l’equilibrio dell’accumulazione originaria
non è stato ancora completato. A sud bisognerebbe appendere, dalla
Puglia alla Calabria, dei cartelloni con il BENVENUTO
per gli imprenditori che vogliono lanciarsi nell’agone del cemento e in
pochi anni entrare nei salotti romani e milanesi. Un BENVENUTO
che sa di buona fortuna dato che la ressa è molta e pochissimi galleggiano
sulle sabbie mobili. Io so. E ho le prove. E i nuovi costruttori, proprietari
di banche e di panfili, principi del gossip e maestà di nuove baldracche
celano il loro profitto. Forse hanno ancora un’anima. Hanno vergogna di
dichiarare da dove vengono i propri guadagni. Nel loro paese modello, negli
USA, quando un imprenditore
riesce a divenire riferimento finanziario, quando raggiunge fama e successo
accade che convoca analisti e giovani economisti per mostrare la propria
qualità economica, e svelare le strade battute per la vittoria sul
mercato. Qui silenzio. E il danaro è solo danaro. E gli imprenditori
vincenti che vengono dall’aversano, da una terra malata di camorra, rispondono
senza vergogna a chi li interroga sul loro successo: «Ho comprato
a dieci e venduto a trecento». Qualcuno ha detto che a sud si può
vivere come in un paradiso. Basta fissare il cielo e mai, mai osare guardare
in basso. Ma non è possibile. L’esproprio d’ogni prospettiva ha
sottratto anche gli spazi della vista. Ogni prospettiva si imbatte in balconi,
soffitte, mansarde, condomini, palazzi abbracciati, quartieri annodati.
Qui non pensi che qualcosa possa cascare dal cielo. Qui scendi giù.
Ti inabissi. Perché c’è sempre un abisso nell’abisso. Così
quando calpesto scale e stanze, quando salgo negli ascensori, non riesco
a non sentire. Perché io so. Ed è una perversione. E così
quando mi trovo tra i migliori e vincenti imprenditori non mi sento bene.
Anche se questi signori sono eleganti, parlano con toni pacati, e votano
a sinistra. Io sento l’odore della calce e del cemento, che esce dai calzini,
dai gemelli di Bulgari, dalle loro librerie. Io so. Io so chi ha costruito
il mio paese e chi lo costruisce anche adesso. So che stanotte parte un
treno da Reggio Calabria che si fermerà a Napoli a mezzanotte e
un quarto e sarà diretto a Milano. Sarà colmo. E alla stazione
i furgoncini e le Punto polverose preleveranno i ragazzi per nuovi cantieri.
Un’emigrazione senza residenza che nessuno studierà e valuterà
poiché rimarrà nelle orme della polvere di calce e solo lì.
Io so qual è la vera Costituzione del mio tempo, qual è la
ricchezza delle imprese. Io so in che misura ogni pilastro è il
sangue degli altri. Io so e ho le prove. Non faccio prigionieri.
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Roberto Saviano è
nato nel 1979 a Napoli, dove vive e lavora. Fa parte del gruppo di ricercatori
dell'Osservatorio sulla camorra e l'illegalità e collabora con "il
manifesto", "Il Corriere del Mezzogiorno", "L'Espresso". Suoi racconti
e reportage sono apparsi su "Nuovi
Argomenti", "Lo Straniero" e nazioneindiana.com e si trovano inclusi
in diverse antologie fra cui Best Off. Il meglio delle riviste letterarie
italiane (Minimum fax 2005) e Napoli comincia a Scampia (L'Ancora
del Mediterraneo 2005). Gomorra è il suo primo libro. Ha
ottenuto lo scorso luglio il Premio
nella sezione «Opera prima» della 77esima edizione del
Premio Viareggio.
VEDI ANCHE IL FILMATO-INTERVISTA DI ARCOIRIS A ROBERTO SAVIANO
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