Saggistica
 


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"Pagine corsare"
Saggistica

Pasolini:
l'omicidio di un poeta necessario
Flavio Santi
Liberazione 9 ottobre 2005

"L’eresia di Pasolini" di Gianni D’Elia.
Una riflessione sui versi del grande intellettuale
e la ricostruzione della sua morte

Ci hanno abituati a chiedere alla poesia la purezza del cristallo. Ci hanno abituati a pensarla come una selezionatrice misericordiosa del meglio. La Dame du temps jadis, colei che trasceglie e lenisce. Ma la vita non è questo. E di riflesso la vera poesia non può essere questo. La poesia di Pasolini non è né bella né brutta, rifugge da queste opache categorie: la poesia di Pasolini è necessaria. Come la vita. Questo è lo spirito del libro del poeta Gianni D'Elia, L'eresia di Pasolini.

L'eresia di Pasolini sta nell'aver riconosciuto alla poesia un doppio valore contraddittorio e antitetico: logico e prelogico, sacro e osceno al tempo stesso. Ed è la vita a microfono aperto, caso unico di decriptazione ininterrotta di tutto l'esistente, un fiume che fa cadere le barriere fra lettore e critico: il critico deve comportarsi da lettore, cioè da essere desiderante e non castrante, solo così potrà capire (e sentire) quei nodi che altrimenti portano a terribili equivoci, uno su tutti l'accusa di essere Pasolini "poeta senza poesia". Come Pasolini stesso raccomandava, «la vera critica si legge come un romanzo»: la critica, cioè, si fa in un certo senso coautrice e corresponsabile.

Un assalto così audace al fortino della letteratura mancava dai tempi della "poesia sentimentale" di Leopardi, ci ricorda D'Elia. E infatti il sottotitolo del saggio è provocatorio, L'avanguardia della tradizione dopo Leopardi, e si ispira a un'idea incarnata magistralmente in una massima di Osip Mandel'stam: «La poesia classica è poesia della rivoluzione». Pasolini riesce a compiere, dall'interno di una tradizione consolidata come quella italiana, una rivoluzione a 360 gradi, e come Rimbaud «perde l'io piccolo e micragnoso dei letterati, per riacquistare sé come "oggetto", "non soggetto", "inquieto fenomeno"». È la fine della lirica come canto consolatorio. È l'inizio della poesia come azione, come azzardo vitale e politico, profezia e utopia per le generazioni future - laddove, forse, quelle del '68 e del '77 non ne hanno saputo cogliere fino in fondo le potenzialità.

Ma oltre ai meriti di saggistica letteraria, il libro, nel migliore stile pasoliniano d'indagine, apre nel capitolo dedicato a Petrolio una faglia che ha già fatto discutere: D'Elia accenna al misterioso libro di un tale Giorgio Steimetz, Questo è Cefis. L'altra faccia dell'onorato presidente, pubblicato nel 1972 da un'ignota agenzia giornalistica (AMI), e immediatamente ritirato dal mercato. Il volume parla della controversa figura del successore di Mattei all'Eni, Eugenio Cefis. Pasolini utilizza quel libro, lo cita e lo parafrasa ampiamente. E attraverso quell'opera e altro materiale strettamente riservato (ciclostilati di conferenze di Cefis, addirittura un originale con note dello stesso Cefis, come risulta dalle carte custodite al Gabinetto Vieusseux di Firenze), il poeta friulano sarebbe giunto a delineare il mandante dell'omicidio Mattei. Si badi bene: non a immaginare su basi puramente fantastiche, ma a ipotizzare, su basi documentarie. Il tutto starebbe nel capitolo di Petrolio, "Lampi sull'Eni". Ma il capitolo è scomparso e si è arrivati anche a pensare a un trafugamento dopo la morte del poeta. Sta di fatto che pare Pasolini fosse arrivato a conclusioni analoghe a quelle del giornalista Mauro De Mauro, ucciso proprio mentre indagava sul caso Mattei. Quello che D'Elia non dice, perché pasolinianamente "non ne ha le prove", il sagace lettore lo può però dedurre fra le righe. Si delineerebbe, cioè, un collegamento tra l'omicidio Mattei e l'omicidio Pasolini. Magari attraverso una pista "siciliana".

A Catania venne manomesso il bimotore di Mattei. Siciliani pare fossero gli uomini spuntati la notte del 2 novembre 1975 a massacrare il poeta, secondo la recente testimonianza di Pelosi. Responsabile per l'Eni in Sicilia, nonché segretario regionale Dc, era Graziano Verzotto, dietro cui c'è la fantomatica casa editrice del libro nero su Cefis. Insomma due omicidi politici legati da inquietanti fili in comune. Fantastoria? L'adagio pasoliniano "Io so. Ma non ho le prove" non è ancora spento e riserverà sorprese per il futuro.
 
 


Pasolini: l'omicidio di un poeta necessario, di Flavio Santi
 

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