
|
|
![]()
|
.. |
Notizie Quel corsaro di PPP
Stasera che sono trent’anni da una notte di buio e di fango e di pneumatici passati sulla schiena. Quella notte di trent’anni fa in cui l’Italia perse Pier Paolo Pasolini. Assassinato. "Se oggi fosse tra noi...", chissà. Ma Pasolini oggi non è tra noi, Pasolini è morto, Pasolini non può più parlare. E la morte non è nel non essere più compresi, nel non riuscire a sintonizzarsi con le onde del proprio tempo, ma è nel non esserci proprio più, nel non poter dire e osservare più niente. A rivederlo oggi in tv, tra i vecchi reperti usciti da un mondo in bianco e nero, la sua ombra appare ancora così ingombrante che vorrei solo starmene zitto a pensare. «Come se quello sguardo, quella faccia, ancora ci imponessero di essere, per una volta, all’altezza di noi stessi», scrive oggi Michele Serra, che aveva vent’anni quando gli arrivò la notizia e fu colto da un dolore che pensava di aver dimenticato. «Esisteva, allora, un’Italia ottusa e bigotta, "quel paese di gendarmi" che era capace di linciare e tormentare un suo poeta, di trattarlo come uno scandalo che non si ha il coraggio di guardare negli occhi, quel paese di fascisti che odiava il frocio comunista, quel paese di moralisti che odiava l’oltraggio al pubblico decoro. Poi, come una pianta cresciuta troppo in fretta, arrivò quell’altra Italia di cui Pasolini fece appena in tempo a farsi ascoltato profeta, il paese consumista ed edonista, dove se guardi una piazza dall’alto non riconoscerai nulla e nessuno, quell’Italia che dei poeti più o meno scomodi semplicemente ha imparato a fregarsene. Pasolini rivendicava di guardarlo in faccia quel mondo che cambiava, saltava e si agitava sotto gli occhi di tutti, o almeno di chi voleva vederlo. Viveva quello di cui gli altri si limitavano a parlare. Gettava il suo corpo sul terreno della vita, finché quel corpo non ci restò lì, martoriato, tra le monnezze di una periferia che si espandeva feroce alle spalle della metropoli. Intanto cresceva, e cresce ancora attorno a noi, un paese non più capace di amare, fatto di uomini grigi che hanno chiuso i loro pensieri in una valigia e le loro speranze in una scatola elettrica. Lo si può riconoscere vivendo le proprie cose, senza concedergli molto di sé, senza ostinarsi ancora a voler fare la rivoluzione, senza nemmeno il bisogno di fissare appuntamento ogni notte e ogni giorno coi propri carnefici. Inutile oggi fermarsi a chiedere troppi perché. Come Ninetto Davoli in quella scena di "Che cosa sono le nuvole", davanti a un Totò con la faccia dipinta di verde a interrogarsi su "che cos’è la verità? È quello che penso io di me, è quello che pensa la gente, o è quello che pensa quello là dentro?». Forse in mezzo al buio di una notte dove le cose non hanno più colore bisognerebbe davvero prendersi un lumicino e andare a rileggersi le parole di Pasolini, riannodare qualche filo su ciò che siamo e ciò che vorremmo diventare, riscoprire le ultime parole profetiche sentite in questo Paese scassato.
|
|
|