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L'ideologia «Sbagliavamo
a chiamarlo semplicemente poeta»
Eppure un filo invisibile continua a tenere legato Pasolini al Pci, un sentimento politico che lo spingerà sempre «a votare per loro». «Il mio atteggiamento è di adesione al Pci, perché voto comunista da quando ero ragazzo - spiegava in un'intervista a Enzo Biagi - dal tempo dei partigiani, sono stato dalla loro parte, benché non iscritto, sono un indipendente di sinistra e la mia posizione adesso è una posizione abbastanza personale, devo dire, perché non sono decisamente nel Partito comunista, benché lo appoggi nei momenti, insomma, di lotta, di emergenza sia sempre con loro. Non sono nemmeno con gli estremisti, benché invece con alcuni estremisti vada molto d'accordo, ma non potrei dirmi un estremista, non sono un extraparlamentare, per me il parlamento, insomma, è sacrosanto». La storia di questo incontro è costellata anche di incomprensioni e «forse ingiustamente il pensiero di Pasolini è stato troppo in fretta liquidato come semplice poetica. Questo ci ha impedito di cogliere il carattere profetico di tante sue intuizioni». È un giudizio che conta, che viene dall'interno di quel partito, da uno dei dirigenti storici del Pci. Aldo Tortorella, al momento dell'uccisione di Pasolini, è responsabile della politica culturale. A lui è affidato il compito di organizzare i funerali dello scrittore e di pronunciare l'orazione funebre.
Una figura di tutto rispetto come Carlo Salinari reagì all'uscita del romanzo "Ragazzi di vita" dicendo che al di là del mondo del sottoproletariato romano, il vero interesse di Pasolini fosse «il gusto morboso dello sporco, dell'abbietto, dello scomposto e del torbido. E Giovanni Berlinguer aggiunse: «Tutto trasuda disprezzo e disamore per gli uomini, conoscenza superficiale e deformata della realtà, morboso compiacimento degli aspetti più torbidi di una verità complessa e multiforme». La pensavano tutti così?
Pasolini si richiamava a un marxismo molto personale, intessuto di tonalità poetiche. Questo rendeva più difficile il rapporto con il Pci? Pasolini non pretendeva d'essere un teorico né un politico. Gli si rimproverava di concepire le classi sociali come entità poetiche. Questo non è totalmente vero, significa sminuire troppo l'acume di Pasolini. La sua stessa produzione letteraria e filmica testimonia il contrario. Ha avuto intuizioni profetiche che a torto sono state definite soltanto poetiche o soltanto letterarie o, ancora, dettate soltanto da una visione populistica. Egli stesso, forse, non sarà in grado di formularle in modo teoricamente compiuto. Ma, del resto, chi può dire d'aver indovinato tutto? Seppe scorgere i tarli nella società italiana. Certi vizi culturali non potevano non colpire la sua forte sensibilità etica. Tanto da essere indotto a esaltare, per contrasto, il buono che c'era nel Pci e nel mondo che questo rappresentava. Un paese nel paese, una società pulita in un mondo sporco. Era forse un'esagerazione, ma testimoniava un'ambizione, un'aspirazione. Il Pasolini più profetico è quello che descrive e inventa nuovi termini per definire questo tarlo della società. È il Pasolini che parla degli effetti negativi del consumismo, della mutazione antropologica, dello svuotamento degli individui, della fine delle culture operaie e contadine, della colonizzazione del mondo ad opera della borghesia. Quest'analisi del capitalismo poteva convincere il Pci? Coglie il limite della critica al capitalismo che allora portava avanti il Pci, basata più sulla quantità che sulla qualità. È anche logico che una grande organizzazione popolare dovesse rispondere in primo luogo ai bisogni materiali di grandi masse affamate e che l'attenzione ricadesse sullo sviluppo quantitativo, sulla produzione, sul cibo, il vestiario, la casa. Man mano che le rivendicazioni materiali venivano in qualche modo soddisfatte - anche se la società restava, come oggi, ingiusta - sorgevano anche istanze diverse, qualitative. È un problema permanente, ancora oggi aperto. La sinistra alternativa oscilla sempre tra una prospettiva quantitativa - più consumi e più sviluppo delle forze produttive - e la domanda sulla qualità, sul modello di sviluppo e di civiltà. È un problema che non ammette facili soluzioni. Si fa presto a dire "meno consumismo", ma si rischia di non vedere che sono i consumi popolari a ridursi. Le classi popolari fanno ancora fatica ad arrivare alla fine del mese e i loro bisogni materiali sono ancora lontani dall'essere soddisfatti in maniera dignitosa, dalla casa fino ai consumi culturali di libri. Pasolini, ad ogni modo, avverte questa contraddizione tra quantità e qualità. Si rende conto che non tutto può ridursi a quantità. Qui va riconosciuto un ritardo del Pci nell'acquisire come propria la battaglia per certi diritti elementari, per i diritti civili della persona, per la libertà della donna di decidere del proprio corpo. I recenti referendum sulla procreazione assistita dimostrano che questi diritti non possono essere considerati acquisiti neppure oggi. Il mondo cerca di andare indietro. Pasolini - forse proprio per la sua condizione, come allora si diceva, di "diverso", per le sue scelte sessuali difformi da quelle della maggioranza - sentiva più acutamente il bisogno di un'altra mentalità, di un altro modo di pensare, di altri rapporti tra le persone, di un altro modo d'amare e così via. Nonostante Pasolini abbia posto problemi moderni come il controllo sui corpi e sulle culture, non ha mai avuto rapporti idilliaci con il movimento studentesco del '68. Come mai? Fa fatica. Nonostante tutto i suoi paradigmi culturali erano datati, relativamente parlando. Nella sua cultura gioca un ruolo importante la formazione cattolica, vissuta con profondità di sentimenti e con grandi risultati. C'era una distanza rispetto alla cultura che ispirava le rivolte giovanili e studentesche. Era una rivolta anti-autoritaria, libertaria, ma non coincideva con la libertà che aveva in mente Pasolini, una libertà dominata da istanze etiche che gli derivavano dalla sua formazione cristiana. Ecco perché giudicava gli studenti dei «piccoli borghesi», «figli di papà», a differenza dei poliziotti manganellatori figli poveri del Sud. Naturalmente il problema è complesso. Le motivazioni di fondo degli studenti non erano poca cosa, nessuno oggi ricorda cosa era il baronaggio nelle università, quale cappa oppressiva rappresentasse. Forse da parte del Pci e dello stesso Berlinguer c'è stato un limite di comprensione, ma si può dire altrettanto dei movimenti studenteschi. Criticarono aspramente l'organizzazione del partito comunista, accusandolo di gerarchismo, ma a loro volta non crearono forme nuove di organizzazione politica, anzi hanno talora generato dei rivoli disastrosi. Pasolini aveva intravisto che i movimenti studenteschi non erano di per sé creatori di un nuovo mondo. C'era chi ti chiedeva di fare il socialdemocratico di destra e chi, invece, di fare la rivoluzione, tutta e subito.
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