La saggistica
 


Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998 
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"Pagine corsare"
Saggistica

L'ultima profezia di Pasolini:
"Al Circeo l'eclisse del sacro"
Di Pasquale Voza, Liberazione 13 maggio 2005

E DUE ARTICOLI RECENTI SUL DELITTO DEL CIRCEO:
Circeo: la lezione di Pasolini e Calvino e le stupidaggini di oggi,
di Elisabetta Mondello, Liberazione 4 maggio 2005
Morta Donatella Colasanti: sopravvisse alla strage del Circeo,
di red. l'Unità, 4 gennaio 2006

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Nella Lettera luterana a Italo Calvino (30 ottobre 1975), Pasolini, replicando alle «certezze laiche, razionali, democratiche, progressiste», sulla base delle quali, a suo avviso, l'autore delle Cosmicomiche aveva individuato o creato, a proposito della carneficina del Circeo, dei capri espiatori («parte della borghesia», «Roma», i «neofascisti»), osservava con polemica amarezza che i «giovani del popolo possono fare e fanno effettivamente (come dicono con spaventosa chiarezza le cronache) le stesse cose che hanno fatto i giovani del Parioli: e con lo stesso identico spirito…». 

Per Pasolini non era vero che la "cancrena" si diffondesse da alcuni strati della borghesia (magari romana, magari neo-fascista) e contagiasse il paese e quindi il popolo: c'era invece «una fonte di corruzione ben più lontana e totale» (che certo sfuggiva del tutto a chi, come Sofri, proponeva allora come esclusiva una lettura di "classe" degli autori di quella carneficina, pariolini, borghesi e fascistoidi). 

Tale fonte di corruzione era legata ad una vera e propria «crisi cosmica», consistente nel «passaggio dal "Ciclo" naturale delle stagioni al "Ciclo" industriale della produzione e del consumo». Derivavano di qui, per Pasolini, «il nuovo fascismo», il potere consumistico e colonizzatore del nuovo Capitale, la «scomparsa delle lucciole», vale a dire la sconvolgente mutazione antropologica, che aveva prodotto come esito estremo la scomparsa del corpo, della corporalità popolare, «l'ultimo luogo in cui abitava la realtà». 

Nella sua scrittura saggistica di quegli anni, soprattutto in quella «corsara» e «luterana», l'autore delle Ceneri di Gramsci polemizzava tenacemente, pur nei termini perentori della sua visione apocalittica, con lo "sviluppismo" proprio delle culture e delle politiche della sinistra e con il "progressismo", privo di sospetto, dell'intellettualità democratica. A suo modo, egli invitava a guardare all'invisibilità ramificata del Potere, inteso non solo come Palazzo, separato e cinicamente corruttore, ma anche, e soprattutto, come primato formidabile della mercificazione, come vera e propria «catastrofe del valore d'uso», come manipolazione estrema: insomma quello che oggi, attraverso varie mediazioni, in primis la mediazione di Foucault, si chiama biopotere. 
Sicché in generale uno dei nodi fondamentali, che contrassegnano in profondità l'intera opera pasoliniana, si può considerare senza dubbio la polarità corpo-storia («l'abisso tra corpo e storia», come è detto nella Religione del mio tempo), e più in particolare, da un certo momento in poi, la polarità corpo-potere. 

«Il corpo (ogni corpo), coperto di croste ed eternamente crocifisso, / (non c'è niente da fare!) è preso per scherzo; / è una cosa privata su cui è bene sorvolare, tacere / - o, appunto, solo scherzarci su, nelle more»: il pathos polemico di questi versi del 1971 era indirizzato per implicito alle culture, alle ideologie e al senso comune imperanti, anche a sinistra, che ignoravano e insieme rendevano invisibile e reprimevano quella che per Pasolini era la crucialità-sacralità, la realtà del corpo. 

In stretta connessione con il primo, v'è poi il nodo della scissione tra la politica e la vita: in termini assai peculiari, nei termini appunto di una «crisi cosmica», Pasolini vide come pochi l'avanzare dei processi, per così dire, di "colonizzazione" della vita e insieme l'avvitarsi di una politica-potere costitutivamente incapace, a suo avviso, di accostarsi, di guardare ai temi della vita, a temi, cioè, considerati tradizionalmente impolitici. Per suscitare l'attenzione più allarmata possibile su tale problema, Pasolini, che si definiva «misero e impotente Socrate / che sa pensare e non filosofare», volle affidarsi ad un'estrema metafora politica e parlò di «Destra divina che è dentro di noi, nel sonno». Il protagonista del dramma Bestia da stile la chiamava «destra sublime» e Pasolini, in Volgar' eloquio, si provò a spiegarla: «[…] una destra che coinvolga, inglobi una serie di problemi, amori, rimpianti; che in fondo valgono per tutti […] una destra utopistica, completamente idealizzata». 

Era un modo paradossale e "obliquo" di chiedere (o forse di non chiedere più) alla sinistra di farsi carico dei problemi terribili e radicali inerenti alla sussunzione della vita nell'universo orrendo della modernizzazione e della sua falsa tolleranza liberale: di farsi carico dell'eclissi del sacro, che, al di là della pronunzia pasoliniana, fu un tema assai circolante nella riflessione sociologica e culturale degli anni Sessanta, come per altro verso lo fu il motivo della "unidimensionalità" omologante di derivazione francofortese, in particolare marcusiana. 

L'altra faccia di questo processo era per Pasolini la nascita dell'italiano «come lingua nazionale», vale a dire il dispiegarsi egemonico della lingua comunicativa della «nuova borghesia» («una borghesia neocapitalistica», «una borghesia di tipo tecnocratico»: si tratta di un'egemonia che, se pur incipiente, appariva ai suoi occhi tale da minacciare socialmente la capacità più profonda ed intima della poesia, cioè quella di raffigurare il sacro «facendo ricorso ai più rimossi archetipi». Rispetto all'aforisma benjaminiano («la catastrofe è che tutto continui come prima»), si potrebbe dire che per Pasolini la catastrofe era che non ci fosse più un prima: «sto dimenticando com'erano prima le cose. […] Mi è davanti - pian piano senza più alternative - il presente». 

Facciamoci ora una domanda "impossibile" e, persino, conoscitivamente azzardata: che cosa avrebbe detto oggi Pasolini di fronte ad un ritorno del sacro, che Mario Tronti, in una recente intervista, riflettendo sul rapporto tra fede e secolarizzazione, propone di interpretare come «bisogno di umanizzazione del rapporto dell'essere uomo con il mondo che rischia di diventare un rapporto puramente tecnico-economico»? Egli forse avrebbe risposto che se la realtà non era più «ierofanica», cioè era stata sconsacrata dall'universo orrendo della modernità del bio-potere, ebbene il ritorno del sacro, per quanto distinto e separato dalla protervia "religiosa" dei fondamentalismi imperanti, non poteva costituire comunque un elemento alternativo, bensì un elemento tutto interno all'universo del presente (non rappresentava cioè il ritorno della sacralità del reale, ma l'accamparsi di una "nevrosi" ideologico-sentimentale). Così, certo, Pasolini avrebbe rinunziato ad una pur necessaria ed opportuna analisi critica dell'intreccio tra fede e secolarizzazione oggi, nel tempo del postfordismo e della crisi-ristrutturazione di una devastante egemonia neo-liberista: ma avrebbe anche rinunziato all'illusione "giacobina" di sostituire eventualmente ad una politica, che si ritenga tramontata e non rifondabile, l'idea-forza del sacro.


Circeo: la lezione di Pasolini e Calvino
e le stupidaggini di oggi
di Elisabetta Mondello, Liberazione 4 maggio 2005

Suscita emozione il ritorno nella cronaca nera di uno degli assassini del Circeo. L'incredulo stupore del pubblico è ancora forte, sebbene sia entrato subito in funzione il Gran Circo Massmediatico col suo sperimentato copione di interviste, paginoni, Porta a Porta, ecc. che in tempi rapidi "brucia" e consuma l'interesse. Ma una notizia (oggi è Izzo, ma il discorso vale per ogni accadimento, dall'elezione del Papa alle sorti di Carolina di Monaco) non è archiviata dai lettori/spettatori prima che l'Evento sia stato ridefinito e ricollocato nell'immaginario collettivo.

Perché parlare allora di un processo che sta alla base dei meccanismi di formazione della pubblica opinione? Perché nel caso del Circeo (con la sua negatività simbolica), ridefinire l'Evento comporta rileggere la Storia di alcuni anni: operazione legittima solo se non serve a mistificarla. E la tentazione di riscrivere gli anni Settanta è forte: non si contano le interviste a dirigenti politici di destra che si affannano ad affermare quanto i tre del Circeo non fossero fascisti ma balordi e quanto le loro organizzazioni avessero il problema di tenerli lontani. E gli altri? Tutti ceffi da tenere a bada? Ma gli anni Settanta qui a Roma ce li siamo sognati tutti? Le sprangate, gli assalti alle sezioni, i morti? E le denunce, i processi? Un'intera generazione ha costruito il proprio immaginario (e la propria vita) su un qualcosa che necessità di una ridefinizione?

Attenzione allora alle "riletture", perché sembra che in quel guado politico-economico-culturale rappresentato dalla fine del Novecento, abbiamo collettivamente perso un diritto, quello alla Storia intesa come passato certo e condiviso, di cui si ha esperienza e memoria. La Storia sembra essere divenuta un quid labile che può essere riscritto, ridefinito, riaggiornato. Sottoposto a distinguo e risemantizzato.

Interessante era la pagina del Corriere della Sera di ieri, dedicata agli anni Settanta con interviste a Buontempo, Gramazio, Thilgher e Paglia (sulla linea sintetizzata dal titolo "Camerati balordi e senza guinzaglio. L'ordine era di tenerli lontano da noi") e con un articolo di Pierluigi Battista sulla lettera che Pasolini scrisse a Calvino sul "Mondo" il 30 ottobre del 1975 in risposta ad un intervento calviniano sul delitto del Circeo, uscito sul Corriere il giorno 8.
Nulla da dire sul pezzo di Battista, giornalista attento e corretto: le citazioni sono ampie e consentono di cogliere (più di quanto non faccia il titolo "Circeo, Pasolini contro Calvino. È rituale chiamarli fascisti", che sembra spostare il problema sulla correttezza politico-semantica del termine "fascisti") il vero problema che dalla metà degli anni Sessanta stava a cuore allo scrittore di Ragazzi di vita. Quello della mutazione antropologica della società che aveva colpito soprattutto i giovani, prime vittime dei meccanismi di omologazione.

Vale la pena tornare a riflettere sulla questione, non per amore di un dibattito letterario che negli ultimi anni ha giocato anche troppo la carta un po' consunta dello stereotipo "Pasolini vs Calvino" (sono usciti il bel libro di Carla Benedetti, articoli, saggi: forse è tempo di voltar pagina), ma perché la riflessione che Calvino faceva, proprio nel 1975, sull'esigenza di adeguare gli strumenti di interpretazione della realtà è quanto mai attuale. Rileggiamo alcuni passi della risposta, Ultima lettera a Pier Paolo Pasolini del 4 novembre, in cui sottolineava proprio questo punto sebbene smorzando la vis polemica perché, tragicamente, era intervenuto un fatto nuovo che apriva (ironia del destino) un altro fronte alla questione: l'intellettuale Pasolini era stato ucciso da un giovane borgataro.

È lo stesso Calvino a ricordare nel suo articolo quanto aveva scritto Pasolini: «Parlare di una parte della borghesia come colpevole è un discorso antico e meccanico…Se a fare le stesse cose fossero stati dei poveri delle borgate romane oppure dei poveri immigrati a Milano o a Torino, non se ne sarebbe parlato tanto e a quel modo… Perché i poveri delle borgate o i poveri immigrati, cioè i giovani del popolo, possono fare e fanno effettivamente (come dicono con spaventosa chiarezza le cronache) le stesse cose che hanno fatto i giovani dei Parioli, e con lo stesso identico spirito… Cosa dedurre da tutto questo? Che c'è una fonte di corruzione ben più lontana e totale. Ed eccomi alla ripetizione della litania…».

E' questo il punto della questione, quale sia «la fonte di corruzione ben più lontana e totale» e non se usare la parola "fascisti" sia stato/sia una banalità linguistica. Calvino si dichiara d'accordo con Pasolini quando lo accusa di appoggiare le certezze laiche, razionali, democratiche, progressiste che ora sono superate dal divenire storico. Ma aggiunge: «Detto questo, constatato che il mondo che è venuto fuori è molto più complicato e peggiore di quanto le previsioni razionali annunciassero (…) non è più possibile idealizzare un mondo perduto che portava in sé tutti i germi della presente corruzione».

Dunque la soluzione non è guardare al proprio microcosmo, ma «a quanto sta avvenendo nel resto del mondo e pensare di più al nostro futuro, alle trasformazioni possibili del nostro presente», giocando la carta, di fronte all'aumento vertiginoso della violenza, di una trasformazione di energie dirette verso fini comuni. Altrimenti, e qui rileggere Calvino suscita l'idea di una lucida premonizione, «l'Italia può temere di diventare per almeno cinquant'anni una periferia coloniale, una enorme borgata disoccupata e violenta». 

Non sembra che la razionalità calviniana fosse ingabbiata nelle maglie di uno pseudo-pensiero forte che gli facesse parametrare il mondo secondo schemi ormai desueti e inattuali: semmai in lui era lucidamente presente il problema di una nuova prassi etica e politica. E con pessimismo concludeva: «Certo più di una generazione si romperà la testa, prima di costruire una nuova morale che valga per tutti, anche per chi ora ne è escluso».


Morta Donatella Colasanti:
sopravvisse alla strage del Circeo
di red., l'Unità 4 gennaio 2006

Donatella Colasanti, la vittima sopravvissuta del massacro del Circeo, è morta a soli 47 anni per un arresto cardiaco il 30 dicembre scorso in un ospedale romano. La notizia del decesso è stata confermata dal padre della donna, Mario. Alla fine di novembre Donatella era stata ricoverata all'ospedale oncologico Regina Elena di Roma per un tumore al seno con metastasi, che l'ha portata alla morte il 30 dicembre.

Nonostante la malattia, la donna non aveva mai smesso da 30 anni di chiedere giustizia nei confronti dei suoi tre aguzzini: Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira, che il 29 settembre del 1975 avevano invitato e poi sottoposto a violenze e sevizie di ogni tipo per una notte intera in una villetta al Circeo, lei e Maria Rosaria Lopez, che fu uccisa. Donatella Colasanti si finse morta e fu trovata, in fin di vita, il giorno dopo, nel bagagliaio di una Fiat 127, in via Pola a Roma.
Nelle scorse settimane la vicenda ritornò prepotentemente alla ribalta delle cronache per il ritrovamento, in un cimitero dell’enclave spagnola in Africa di Ceuta e Melilla, di una tomba che conteneva, sotto falso nome, il corpo di uno dei suoi massacratori Andrea Ghira, morto dopo essersi arruolato nella Legione straniera spagnola. Poco prima anche Angelo Izzo era riemerso dall’oblio in cui pareva essere precipitato, accusato dell’uccisione di due donne, madre e figlia 14enne, mentre si trovava in permesso dal carcere.

Donatella però non ha mai creduto che il corpo ritrovato fosse veramente quello di Andrea Ghira. A ribadirlo con forza è il suo avvocato, Mauro Cimino, che ha detto:« Al ritrovamento del corpo di Andrea Ghira lei non ha mai creduto». Donatella, anzi, era convinta che Ghira fose ancora vivo e che spesso tornasse a Roma. 

Anche dal letto di ospedale, Donatella, chiamava spesso il suo legale. E questo è accaduto anche il 30 dicembre, poche ore prima della sua morte intorno alle 21. Racconta Mauro Cimino: «Mi ha detto: avvocato, battiamoci per la verità. Appena uscirò faremo una conferenza stampa per dire come stanno le cose». Colasanti pensava di convocare i giornalisti a Campobasso, luogo dove Angelo Izzo era tornato a colpire. E Cimino ha aggiunto: «Si sarebbe vestita a lutto perché Donatella non ha mai creduto alle ultime novità sul caso Ghira. E avrebbe lottato fino all'ultimo per la verità. A costo di trovarla lei».

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Giallo e nero, a cura di Daniele Biacchessi


 
 

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