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Un articolo storico
In corso a Venezia le trattative per una mostra più libera e democratica
Mario Passi, l'Unità 27 agosto 1968

Agosto 1968, la contestazione alla Mostra del Cinema di Venezia.
Nella foto, Citto Maselli, Ugo Gregoretti e Pier Paolo Pasolini

Quando, a notte inoltrata, Ugo Gregoretti annunciava che alle 16 di oggi il Palazzo del Cinema sarebbe stato aperto agli autori, alle forze politiche democratiche e alla cultura cinematografica, nel piazzale ancora gremito di giovani che premevano contro i cordoni della polizia scoppiava un grande applauso. Si concludeva così, con questa «prima importante vittoria», come l’ha definita Gregoretti, la lunga, convulsa, incredibile, domenica del Lido. La mostra sospesa da Chiarini, l’apertura rinviata a martedì dal sindaco ing. Favaretto-Fisca, presidente della Biennale. Il direttore praticamente esautorato, la direzione assunta in prima persona dal Consiglio comunale di Venezia. Il principio della gestione culturale da parte dell’assemblea delle forze del cinema che riesce a far breccia tanto da profilarsi come l’unica soluzione valida e possibile.

Tutto ciò è avvenuto fra ieri e stanotte, in un accavallarsi tempestoso di avvenimenti, di comunicati, di incontri, di dichiarazioni, di smentite. Nella cornice - non va dimenticato - di un apparato poliziesco gigantesco e intimidatorio, mobilitato con l’intento di reprimere con estrema violenza qualsiasi tentativo di protesta, in grottesca contrapposizione con la scenografia «contestataria» che il prof. Chiarini aveva fatto allestire dentro al Palazzo del Cinema.

La soluzione
Ma se il convulso e contraddittorio snodarsi della cronaca può dare una sensazione di caos, di confusione (e su ciò difatti insistono stamane i giornali borghesi) va subito detto che la soluzione cui sembra approdare la Mostra è esattamente quella che le forze della «contestazione», il Comitato di coordinamento per il boicottaggio, avevano indicato sin dall’inizio e sempre sostenuto con implacabile fermezza e coerenza. Le convulsioni e i ripensamenti sono stati tutti dall’altra parte, dalla parte di chi contrapponeva - a una piattaforma politica che rivendica un rinnovamento in senso democratico della Mostra di Venezia e delle strutture del nostro cinema - da un lato il rinvio dei problemi dall’altro la minaccia della repressione poliziesca, unico argomento della classe dirigente italiana quando le cose si pongono in modo acuto e le false mediazioni che insabbiano tutto si rivelano impossibili.

Chi, se non il prof. Chiarini, aveva dichiarato a Parigi e a Londra: «Se i contestatori useranno la forza risponderò con la forza»? Chi, se non il presidente della Biennale nonché sindaco di Venezia assicurava ai «benpensanti»: «La Mostra si svolgerà regolarmente, come gli altri anni della riforma dello statuto parleremo a ottobre»? Ebbene, il caos e la confusione sono venuti ieri da questa parte.

Sabato sera, il Comitato di coordinamento per il boicottaggio ha tenuto una affollata manifestazione a Ca’ Giustinian. C’erano con Zavattini e Gregoretti, molti altri autori noti e meno noti dell’Anac, da Pontecorvo, Ferreri, Maselli, Samperi, Faenza a Solinas, Pirro, Del Fra, Ferrara, Angeli.

C’erano le forze politiche della sinistra, i dirigenti dei circoli e delle riviste di cinema, i tedeschi della Sds, i francesi dell’Unef e degli «Stati generali del cinema». Unità e chiarezza politica: queste le caratteristiche della manifestazione.

Dall’altra parte, dalla parte della Mostra, l’iniziativa era ormai nelle mani delle forze repressive. Chi dirigeva le operazioni era il questore di Venezia, a disposizione del quale erano stati posti la Celere di Padova e un battaglione mobile di carabinieri. Nella notte fra sabato e domenica, Pasolini e Pontecorvo riuscivano a incontrare il direttore prof. Chiarini, e porlo dinanzi alle gravi responsabilità che si andava assumendo. Tra l’altro il direttore si trovava tra le mani un numero di film ben minore di quello che aveva programmato. A questo punto iniziava la «fuga dalle responsabilità».

Chiarini infatti, l’uomo che si era vantato ancora l’altro giorno di essersi sempre messo sotto i piedi lo statuto della Mostra, di averla riformata e trasformata tenendo testa a tutti, dai produttori agli uomini di governo, decideva all’improvviso di scaricare sul sindaco-presidente il peso che l’opprimeva.

Avrebbe potuto accogliere le richieste degli uomini del cinema, presiedere una Mostra gestita in forma assembleare. Non ha voluto. Ha tentato di rovesciare sui «contestatori» la «dichiarata volontà di creare gravi incidenti», quando il pericolo di incidenti stava tutto nella ottusa chiusura ad ogni dialogo e nella determinazione della polizia. Ma a questo punto: cosa è accaduto? È apparso chiaro come il prof. Chiarini non fosse ormai che uno strumento, la testa di turco delle forze politiche conservatrici che gli stavano dietro e che - dopo averlo tanto avversato - lo sostenevano in questo suo malinconico tramonto di direttore progressista della Mostra del cinema. Il sindaco di Venezia, trovatosi improvvisamente allo scoperto, costretto a ricevere senza più coperture nelle proprie mani questa cosa bollente che era diventata la mostra, non se la sentiva più di fare il duro, di tenere l’atteggiamento intransigente cui aveva spronato fino a ieri il direttore e il Consiglio d’amministrazione. Decideva di discutere, di trattare. Convocava al Palazzo del Cinema i capigruppo di tutti i partiti del Consiglio comunale per trovare una soluzione di compromesso, per offrire una qualche apertura ai «contestatori» in modo di poter aprire la Mostra
senza esporsi personalmente (ma a Chiarini l’avrebbe lasciato fare) come protagonista della repressione.

Si profilava la possibilità di una gestione della Mostra assunta dal Consiglio comunale, dal momento che il sindaco prospettava le sue dimissioni da presidente della Biennale. Pci e Psiup proponevano
che la direzione culturale fosse dal Consiglio comunale affidata agli autori di cinema. La Dc resisteva. A questo punto, il prof. Chiarini con un colpo di testa, in un estremo tentativo di mostrare che non era ancora tagliato fuori, ordinava la sospensione della mostra, accusando di sopraffazione, di occupazione degli uffici, il sindaco e i capigruppo consiliari. Il palazzo era sbarrato. Tutti gli ingressi presidiati dalla polizia.

Il corteo
Si muovevano immediatamente gli autori e i giovani della contestazione. Un rumoroso corteo gridava «Questa è una serrata. La Mostra agli uomini del cinema». L’Anac ribadiva di voler procedere a una «pacifica occupazione di lavoro». Una delegazione composta da Zavattini, Gregoretti, Pasolini, Massobrio, Maselli, Ferreri, Pirro e Solinas saliva a discutere. L’Ufficio stampa della Biennale comunicava che l’ingegner Favaretto-Fisca, vista la situazione, aveva deciso il rinvio dell’apertura
a martedì 27. Ormai appariva chiaro che la situazione non aveva vie d’uscita: o riconoscere il completo fallimento della Mostra, o aprire la strada alla formula nuova rivendicata fin dall’inizio dal movimento di contestazione, la sua gestione culturale affidata all’assemblea degli uomini del cinema. Trascorrevano ore di tensione mentre la delegazione era negli uffici, a discutere con la polizia schierata davanti alle serrande abbassate del Palazzo e il piazzale occupato dai giovani che vociavano instancabilmente. Facevano la loro grottesca apparizione qualche signora in abito lungo e uomini in smoking: evidentemente avevano creduto ai giornali borghesi i quali ancora ieri mattina assicuravano che la «pagliacciata» della «contestazione» si sarebbe risolta come una bolla di
sapone e il Festival avrebbe avuto regolarmente inizio. A notte, Gregoretti annunciava la «prima vittoria». Oggi alle 16, il Palazzo si è riaperto per l’assemblea degli uomini del cinema.

Ma una controffensiva è già iniziata. Chiarini punta adesso, in una ricerca cieca di riaffermare un suo prestigio personale, di affossare definitivamente la Mostra. E questo risulta essere anche l’orientamento degli organismi ministeriali (predominanti nel Consiglio d’amministrazione della Biennale) che si propongono di sconfessare i primi accordi raggiunti dal sindaco. L’Anac, a nome del Comitato di coordinamento, ha prontamente reagito, prendendo posizione per il proseguimento delle trattative in corso per giungere rapidamente a una gestione culturale della Mostra e la sua
reale democratizzazione. Aprire subito la Mostra con una divisione delle responsabilità (l’aspetto tecnico-burocratico affidato al Consiglio comunale, quello culturale ad autori, registi, operatori culturali), è la richiesta precisa del comitato di coordinamento. Il rispetto delle opere di tutti gli autori,
del diritto di informazione dei critici e giornalisti di una autentica democrazia, non può ammettere ulteriori imposizioni autoritarie.

Un primo segno del nuovo clima che gli orientamenti del governo tendono a creare lo si è avuto questa sera, quando gruppetti organizzati di provocatori hanno tentato di creare delle risse nei confronti degli uomini del cinema, riuniti in assemblea nella Sala Volpi del Palazzo del Cinema e
all’esterno di essa. Mentre il Consiglio di amministrazione della Biennale, riunitosi nella sua sede di Venezia, manifestava l’orientamento di ignorare quanto era avvenuto tra ieri e oggi, sconfessando così anche le decisioni
del sindaco, per riaffermare l’orientamento di tenere la Mostra a ogni costo, estromettendo la «contestazione», i provocatori passavano a vie di fatto picchiando brutalmente Pier Paolo Pasolini, Francesco Maselli e altri autori cinematografici. Questo avveniva mentre nella Sala Maggiore
del Palazzo del Cinema i giornalisti italiani e stranieri accreditati alla Mostra, riuniti anch’essi in assemblea, avevano approvato una mozione in cui si proponeva di aprire un dialogo con l’Anac e il comitato di coordinamento.

Alle 23.30 si aveva un piccolo colpo di scena: il direttore, prof. Chiarini, faceva il suo ingresso nell’assemblea dei giornalisti e iniziava una esposizione autodifensiva in cui sosteneva la validità del proprio operato.
A questo punto veniva portata in sala la notizia che all’esterno era in corso l’aggressione contro i cineasti. I giornalisti abbandonavano immediatamente la sala e uscivano per esprimere la loro protesta contro l’inaudita provocazione. Subito dopo, in Sala Grande, faceva il suo ingresso Zavattini. Il quale, estremamente emozionato, denunciava l’aggressione subita dai cineasti e l’atteggiamento del tutto tollerante mantenuto dalla polizia nei confronti degli aggressori.

 


Notizie: Un articolo storico (1968)
 

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