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Commenti e notizie Torna il "Vangelo secondo
Matteo"
"Il Vangelo secondo Matteo": il racconto poetico di Pasolini, la sua rigorosa fotografia in bianco e nero, il dolore straziante eppure senza parole di quella Madonna anziana che lui volle fosse interpretata da sua madre, quel volto antico di Cristo che si richiama più alle icone che alle immagini catechistiche e pittoriche della tradizione, da oggi valgono ancora di più. Il film, infatti, è stato appena restaurato per la collaborazione di Mediaset e del Centro sperimentale di Cinematografia. E restaurato tornerà nelle sale (per il momento a Roma, Milano e Bologna) giusto in tempo per "gareggiare" con l'attesissimo kolossal destinato, almeno sembra, a diventare il campione di incassi di tutti i tempi: "The Passion of the Christ"" di Mel Gibson, nelle sale italiane dal 7 aprile. Il restauro del "Vangelo secondo Matteo", una delle opere più ispirate ed emozionanti del poeta-regista, arriva esattamente quarant'anni dopo l'uscita del film nel 1964, ed è stato presentato dal presidente di Mediaset Fedele Confalonieri, dall'amministratore delegato di Medusa Film, Giampaolo Letta e dal presidente del Centro sperimentale di cinematografia, Francesco Alberoni. Presente anche il produttore del film, Alfredo Bini. Costato 100 mila euro (50 mila a carico di Mediaset e 50 mila del Centro sperimentale) il "Vangelo" è il ventunesimo restauro realizzato da Mediaset nell'ambito del progetto Cinema Forever, dedicato a Carlo Bernasconi, il manager cinematografico e televisivo scomparso nel 2001. * * * La passione di Pasolini, Alberto Papuzzi, La Stampa 18 marzo 2004 La notizia è di quelle
che allargano il cuore e rendono più lieve attraversare la vita
quotidiana: Il Vangelo secondo Matteo, opera cinematografica di
Pier Paolo Pasolini che vinse il premio speciale della giuria alla Mostra
del cinema di Venezia del 1964 (e che si prese anche gli insulti dei neofascisti),
è stato restaurato - grazie a un progetto del Centro sperimentale
di Cinematografia di Roma, con la collaborazione di Mediaset - e quarant’anni
dopo la realizzazione sarà presentato, nella versione restaurata,
all’Auditorium di Roma la sera del 30 marzo. Dopodiché entrerà
nella normale programmazione. Ciò significa che nella settimana
santa The Passion di Mel Gibson, che com’è noto uscirà
sugli schermi italiani il 7 aprile, non avrà il monopolio della
rappresentazione filmica del processo e della morte di Gesù Cristo,
che i credenti compendiano nell’immagine del sacrificio, compiuto dal Dio
che si è fatto Uomo. La pellicola hollywoodiana, dall’impianto spettacolare,
di cui si parla dall’inizio dell’anno sulla stampa internazionale e nei
programmi televisivi, sia per gli effetti granguignoleschi sia per l’ispirazione
fondamentalista, dovrà fare i conti con un’opera scabra, se non
povera, girata con attori non professionisti in mezzo ai Sassi di Matera,
con la madre del regista nei panni della Madonna anziana e Natalia Ginzburg
nelle vesti di Maria di Betania.
* * * I vip di fronte alla Passione «Non so' romani, so' laziali». Il trash non è sul Golgota, Il Riformista 23 marzo 2004
Si va a vedere La Passione di Cristo vagamente rassegnati, sazi di copertine, disquisizioni teologiche e pregiudizi, pensando di sapere già tutto. E invece no. Il film di Mel Gibson risulta più forte della canea mediatica, dell'urgenza di schierarsi, del sospetto antisemita, del veniale piacere intellettuale di «scoprirlo» prima che esca in 500 copie il 7 aprile: mercoledì santo. Alla fine di uno dei tanti, miratissimi focus group organizzati da Saverio Ferragina per lanciare il film (quella sera, tra i convocati, c'erano Vespa e Muccino, Mazza e D'Agostino, Minoli e Bernabei…), qualcuno se n'è uscito con una spiritosaggine, tanto per allentare la tensione dopo due ore e un quarto di tormenti: «Non so' romani, so' laziali». Neanche troppo offensiva, la battuta è caduta nel vuoto. Nessuno aveva voglia di sorridere. Se ne deduce che La Passione di Cristo è un'esperienza visiva unica, a suo modo «sacrale». Poco importa sapere come abbiano fatto a rendere così «vero» il patimento delle carni, l'ingiuria della flagellazione, la fatica del morire. E poco importa chiedersi se il film contribuirà a riaccendere la spiritualità sopita del credente o confermerà lo scetticismo del laico. Certo, Gibson, questo «strano cristiano» venuto dall'Australia, tradizionalista preconciliare, padre di sei figli, assertore della Messa in latino, picchia duro. Ma equiparare il suo film, per irridente provocazione, al genere «splatter» o liquidarlo come un «Golgota Trash» (l'Unità), non servirà a molto. Per il semplice motivo che La Passione di Cristo è già leggenda. Con tempismo, la Medusa presenta giovedì alla stampa il restauro di quel Vangelo secondo Matteo che Pier Paolo Pasolini confezionò in tempi lontani, accostandosi, lui intellettuale di sinistra, cattolico e maledetto, a temi religiosi che sembravano estranei alle sue corde. Capolavoro che resta nella memoria di molti: per il rovesciamento di una certa iconografia classica, per lo sguardo lirico-intimista, per il fulgore del bianco e nero. Ma, effettivamente, La Passione di Cristo è un'altra cosa. Inutile stabilire se sia migliore o peggiore. Sarà comunque una bomba emozionale di proporzioni inaudite. Benché frutto purissimo del cattolicesimo radicale e militante dell'attore-regista, La Passione di Cristo non sembra affatto propugnare, in un clima da nuova Crociata, l'identità religiosa come differenza assoluta, arma da brandire, monito alla rilassatezza dei costumi. Se Gibson irrora di sangue il corpo straziato del suo Nazareno, fino a una soglia visiva a un passo dall'insostenibilità, il suo non è gusto sadico o furbizia commerciale. La Passione che inscena, certo sfruttando i prodigi tecnologici a disposizione (dalla pelle sintetica che s'arrossa sotto le staffilate, al robottino con le sembianze di Cristo sulla croce), rinnova e reinventa anche linguisticamente le stazioni di una Via Crucis antichissima, di cui forse s'è perso il significato. Che c'entra parlare di horror? Il film, semmai, è il riflesso di un tormento interiore, di un misticismo intinto nel pragmatismo, di una visione tutta «eucaristica» della fede, di una espiazione cercata. Poi, naturalmente, si possono fare le pulci a questa o quella sequenza: al diavolo-femmina con il vermetto che sguscia fuori dalla narice, allo sconquasso celeste che manda in frantumi il tempio, a quel Cristo risorto dalla mano esageratamente bucata. Ma il film vero non è lì. * * * Pasqua, cinema di passione. Gesù secondo Gibson e Pasolini. Torna nelle sale, restaurato, Il Vangelo secondo Matteo. Semplicità e poesia contro sangue ed effetti speciali, Alessandra Vitali, la Repubblica 26 marzo 2004 ROMA - Il chiodo di ferro
attraversa la carne, spezza le ossa, trapassa il legno robusto della croce,
spunta dall'altra parte. Gocciola sangue. E' il sangue di Jesus, che sgorga
copioso per quasi tutti i 126 minuti di The Passion - La passione di
Cristo, le ultime dodici ore di vita di Gesù come le racconta
Mel Gibson. Il Getsemani, le tentazioni, le accuse, il processo, la condanna.
Dopo il clamore sollevato nel resto del mondo, arriva in Italia (dal 7
aprile, oltre 500 copie distribuite da Eagle Pictures) uno dei film più
discussi dei tempi recenti.
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