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Torna il "Vangelo secondo Matteo"
e sfida Gibson
Liberazione  -  La Stampa  -  Il Riformista  -  la Repubblica


"Il Vangelo secondo Matteo": il racconto poetico di Pasolini, la sua rigorosa fotografia in bianco e nero, il dolore straziante eppure senza parole, Liberazione 25 marzo 2004


Manifesto del "Vangelo secondo Matteo" di Pier Paolo Pasolini
Il film è stato recentemente restaurato

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"Il Vangelo secondo Matteo": il racconto poetico di Pasolini, la sua rigorosa fotografia in bianco e nero, il dolore straziante eppure senza parole di quella Madonna anziana che lui volle fosse interpretata da sua madre, quel volto antico di Cristo che si richiama più alle icone che alle immagini catechistiche e pittoriche della tradizione, da oggi valgono ancora di più. Il film, infatti, è stato appena restaurato per la collaborazione di Mediaset e del Centro sperimentale di Cinematografia. E restaurato tornerà nelle sale (per il momento a Roma, Milano e Bologna) giusto in tempo per "gareggiare" con l'attesissimo kolossal destinato, almeno sembra, a diventare il campione di incassi di tutti i tempi: "The Passion of the Christ"" di Mel Gibson, nelle sale italiane dal 7 aprile. Il restauro del "Vangelo secondo Matteo", una delle opere più ispirate ed emozionanti del poeta-regista, arriva esattamente quarant'anni dopo l'uscita del film nel 1964, ed è stato presentato dal presidente di Mediaset Fedele Confalonieri, dall'amministratore delegato di Medusa Film, Giampaolo Letta e dal presidente del Centro sperimentale di cinematografia, Francesco Alberoni. Presente anche il produttore del film, Alfredo Bini. Costato 100 mila euro (50 mila a carico di Mediaset e 50 mila del Centro sperimentale) il "Vangelo" è il ventunesimo restauro realizzato da Mediaset nell'ambito del progetto Cinema Forever, dedicato a Carlo Bernasconi, il manager cinematografico e televisivo scomparso nel 2001.

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La passione di Pasolini, Alberto Papuzzi, 
La Stampa 18 marzo 2004

La notizia è di quelle che allargano il cuore e rendono più lieve attraversare la vita quotidiana: Il Vangelo secondo Matteo, opera cinematografica di Pier Paolo Pasolini che vinse il premio speciale della giuria alla Mostra del cinema di Venezia del 1964 (e che si prese anche gli insulti dei neofascisti), è stato restaurato - grazie a un progetto del Centro sperimentale di Cinematografia di Roma, con la collaborazione di Mediaset - e quarant’anni dopo la realizzazione sarà presentato, nella versione restaurata, all’Auditorium di Roma la sera del 30 marzo. Dopodiché entrerà nella normale programmazione. Ciò significa che nella settimana santa The Passion di Mel Gibson, che com’è noto uscirà sugli schermi italiani il 7 aprile, non avrà il monopolio della rappresentazione filmica del processo e della morte di Gesù Cristo, che i credenti compendiano nell’immagine del sacrificio, compiuto dal Dio che si è fatto Uomo. La pellicola hollywoodiana, dall’impianto spettacolare, di cui si parla dall’inizio dell’anno sulla stampa internazionale e nei programmi televisivi, sia per gli effetti granguignoleschi sia per l’ispirazione fondamentalista, dovrà fare i conti con un’opera scabra, se non povera, girata con attori non professionisti in mezzo ai Sassi di Matera, con la madre del regista nei panni della Madonna anziana e Natalia Ginzburg nelle vesti di Maria di Betania.
Perché il confronto allarga il cuore? Per la ragione che di fronte al film su Cristo girato da una star di Hollywood, si conferma l’impressione di essere in una società sempre più prigioniera dello spettacolo - anche senza tornare alle pagine di Guy Débord -; pazienza, tuttavia, se questa corrosione si chiama per esempio Grande Fratello o se la pervasività della comunicazione mediatica ci precipita in un Truman Show. Ma quando s’impadronisce degli aspetti più autentici della spiritualità, come il rapporto coi Vangeli e con Cristo, così per i credenti come per gli agnostici, nel quadro di astute operazioni di marketing (come uscire con The Passion il mercoledì santo, alla vigilia dei tre giorni che nelle chiese cattoliche si rispecchiano nella lettura del Passio), il monopolio spettacolare diventa una cappa. Perciò la soddisfazione che ci sia almeno un confronto e una competizione, con un’opera opposta nella concezione e nell’estetica, qual era il pasoliniano Vangelo secondo Matteo, il cui fine non è stupire o scioccare - ai bei tempi si sarebbe detto «épater le bourgeois» -, bensì riprodurre, con quanto di autenticità risulta possibile in un’opera d’arte, la testimonianza evangelica, cercando, soprattutto, di ricavare emozioni per il pubblico da un contrasto: fra una semplicità giovannea nello stile della narrazione e una fedeltà alla inesplicabilità del mistero religioso. 
In fondo che ci sia una possibilità di scelta, fra Gibson e Pasolini, è anch’essa una questione di mercato, senza dimenticare che lo stesso Gibson ha reso un omaggio, non sappiamo se consapevole, al maestro italiano girando una parte del suo film anche lui fra i Sassi di Matera. 

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I vip di fronte alla Passione «Non so' romani, so' laziali». Il trash non è sul Golgota
Il Riformista 23 marzo 2004 


Una scena del film di Mel Gibson

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Si va a vedere La Passione di Cristo vagamente rassegnati, sazi di copertine, disquisizioni teologiche e pregiudizi, pensando di sapere già tutto. E invece no. Il film di Mel Gibson risulta più forte della canea mediatica, dell'urgenza di schierarsi, del sospetto antisemita, del veniale piacere intellettuale di «scoprirlo» prima che esca in 500 copie il 7 aprile: mercoledì santo. Alla fine di uno dei tanti, miratissimi focus group organizzati da Saverio Ferragina per lanciare il film (quella sera, tra i convocati, c'erano Vespa e Muccino, Mazza e D'Agostino, Minoli e Bernabei…), qualcuno se n'è uscito con una spiritosaggine, tanto per allentare la tensione dopo due ore e un quarto di tormenti: «Non so' romani, so' laziali». Neanche troppo offensiva, la battuta è caduta nel vuoto. Nessuno aveva voglia di sorridere. 
Se ne deduce che La Passione di Cristo è un'esperienza visiva unica, a suo modo «sacrale». Poco importa sapere come abbiano fatto a rendere così «vero» il patimento delle carni, l'ingiuria della flagellazione, la fatica del morire. E poco importa chiedersi se il film contribuirà a riaccendere la spiritualità sopita del credente o confermerà lo scetticismo del laico. Certo, Gibson, questo «strano cristiano» venuto dall'Australia, tradizionalista preconciliare, padre di sei figli, assertore della Messa in latino, picchia duro. Ma equiparare il suo film, per irridente provocazione, al genere «splatter» o liquidarlo come un «Golgota Trash» (l'Unità), non servirà a molto. Per il semplice motivo che La Passione di Cristo è già leggenda.
Con tempismo, la Medusa presenta giovedì alla stampa il restauro di quel Vangelo secondo Matteo che Pier Paolo Pasolini confezionò in tempi lontani, accostandosi, lui intellettuale di sinistra, cattolico e maledetto, a temi religiosi che sembravano estranei alle sue corde. Capolavoro che resta nella memoria di molti: per il rovesciamento di una certa iconografia classica, per lo sguardo lirico-intimista, per il fulgore del bianco e nero. Ma, effettivamente, La Passione di Cristo è un'altra cosa. Inutile stabilire se sia migliore o peggiore. Sarà comunque una bomba emozionale di proporzioni inaudite.
Benché frutto purissimo del cattolicesimo radicale e militante dell'attore-regista, La Passione di Cristo non sembra affatto propugnare, in un clima da nuova Crociata, l'identità religiosa come differenza assoluta, arma da brandire, monito alla rilassatezza dei costumi. Se Gibson irrora di sangue il corpo straziato del suo Nazareno, fino a una soglia visiva a un passo dall'insostenibilità, il suo non è gusto sadico o furbizia commerciale. La Passione che inscena, certo sfruttando i prodigi tecnologici a disposizione (dalla pelle sintetica che s'arrossa sotto le staffilate, al robottino con le sembianze di Cristo sulla croce), rinnova e reinventa anche linguisticamente le stazioni di una Via Crucis antichissima, di cui forse s'è perso il significato. Che c'entra parlare di horror? Il film, semmai, è il riflesso di un tormento interiore, di un misticismo intinto nel pragmatismo, di una visione tutta «eucaristica» della fede, di una espiazione cercata. Poi, naturalmente, si possono fare le pulci a questa o quella sequenza: al diavolo-femmina con il vermetto che sguscia fuori dalla narice, allo sconquasso celeste che manda in frantumi il tempio, a quel Cristo risorto dalla mano esageratamente bucata. Ma il film vero non è lì. 

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Pasqua, cinema di passione. Gesù secondo Gibson e Pasolini. Torna nelle sale, restaurato, Il Vangelo secondo Matteo. Semplicità e poesia contro sangue ed effetti speciali, Alessandra Vitali, la Repubblica 26 marzo 2004
 

ROMA - Il chiodo di ferro attraversa la carne, spezza le ossa, trapassa il legno robusto della croce, spunta dall'altra parte. Gocciola sangue. E' il sangue di Jesus, che sgorga copioso per quasi tutti i 126 minuti di The Passion - La passione di Cristo, le ultime dodici ore di vita di Gesù come le racconta Mel Gibson. Il Getsemani, le tentazioni, le accuse, il processo, la condanna. Dopo il clamore sollevato nel resto del mondo, arriva in Italia (dal 7 aprile, oltre 500 copie distribuite da Eagle Pictures) uno dei film più discussi dei tempi recenti. 
Maxiproduzione hollywoodiana con cast molto italiano (il film è stato girato principalmente in Italia, fra Matera e Cinecittà): Jim Caviziel nei panni del Redentore, Maia Morgenstern in quelli di Maria, e poi Monica Bellucci (Maddalena), Mattia Sbragia (Caifa), Luca Lionello (Giuda), Claudia Gerini (Claudia Procula), Rosalinda Celentano (Satana), Sergio Rubini (il ladrone Disma). E una pioggia di sangue che nemmeno un B-movie splatter saprebbe elargire al pubblico con tanta generosità. Finora negli Usa il film ha incassato circa 300 milioni di dollari. 
Ma quello di Mel Gibson non è l'unico Cristo protagonista della Pasqua cinematografica italiana. Con una non casuale coincidenza torna nelle sale, dal 9 al 15 aprile, uno dei film più poetici di Pier Paolo Pasolini, Il Vangelo secondo Matteo, restaurato dopo quarant'anni da Mediaset e dal Centro sperimentale di cinematografia. Il film (con, fra gli altri, Enrique Irazoqui, Susanna Pasolini, Natalia Ginzburg, Enzo Siciliano, Ninetto Davoli) sarà presentato in anteprima mondiale il 30 marzo all'Auditorium di Roma. 
Grandi le differenze. In Pasolini c'è il tema, tutto umano, della morte, dell'umanità del Cristo, il suo portato rivoluzionario. "Nel momento storico in cui operava Cristo - disse Pasolini nel corso di un dibattito, nel 1964 -, dire 'porgi al nemico l'altra guancia' era di un anticonformismo che fa rabbrividire". 
Se il Cristo di Pasolini è un fustigatore che (come racconta Matteo) caccia i mercanti a frustate, quello di Gibson è vittima: essere cristiani significa essere flagellati. Pasolini è semplice e poetico, commuove per la violenza espressiva del montaggio, la povertà del paesaggio (i Sassi di Matera, set anche di Gibson). Il Cristo di Pasolini è letteratura che si affaccia al cinema, quello di Gibson è immagine cinematografica, c'è il rischio che i dodici apostoli richiamino alla mente più Quella sporca dozzina che non i Vangeli. 
The Passion è "il Vangelo secondo Mel", personale visione del regista, una fede robusta che non ha niente a che vedere, come hanno osservato illustri commentatori, con le istanze del Concilio Vaticano Secondo. Anzi, largo all'accusa implicita di "deicidio" rivolta al popolo ebraico. E a malincuore il regista ha tagliato la citazione "Il suo sangue ricadrà su di noi e sui nostri figli". E' una storia di sangue, Cristo lo versa per tutti noi. E' l'orrore degli uomini, il simbolo della loro follia. 
Ma The Passion è soprattutto un film, e nulla risparmia al pubblico della sofferenza del protagonista. Flagellazione e crocifissione, un'orgia di sangue che sfiora il grottesco, staranno pure fra Caravaggio e i mistici spagnoli ma sono insostenibili per gli stomaci deboli. E comunque in quei momenti è un robot a sopportare i colpi: si chiama Animatronic, respira, suda e sanguina. 
Belli i cristiani, bello Gesù, bellissima la Maddalena, bella Maria. Macchiettistico il popolo ebraico, con le vecchie sdentate che reclamano le viscere del ciarlatano. Un Satana da horror, con verme che spunta da una narice. Per tacere della malvagità dei romani, folli nel loro sadismo, ebbri di vino e di torture. Sappiano, infine, gli incauti spettatori che, per volere del regista, nel film si parlano (con sottotitoli) le lingue del tempo. Il che significa centoventisei minuti in aramaico e in latino "di strada". 
 


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