Le
parole che ritornano
di Roberto Chiesi
Per
Laura Betti, l’omicidio di Pasolini non era avvenuto in un passato remoto
di quasi trent’anni prima, ma continuava ad appartenere sempre e inesorabilmente
al presente. Ne parlava ancora pochi giorni prima di morire, nel luglio
2004, ma mai direttamente e sempre per allusioni, come se fosse un segreto
aperto. Senza lamenti e senza compianti. Parlava dell’Idroscalo, lei che
era chiusa in un ospedale, con la dignità del dolore di chi non
si è mai pacificato, di chi non ha mai accettato.
Per molti che hanno letto
i libri di Pasolini e visto i suoi film anni e anni dopo la morte, come
per tanti suoi contemporanei, rimane semplicemente impossibile credere
alla versione secondo cui, tra l’altro, un uomo forte e vigoroso corse
per settanta metri, inseguito da un ragazzetto armato di un bastone friabile.
Un ragazzetto che rimane completamente illeso e coi vestiti quasi immacolati
mentre il corpo di Pasolini era diventato una cosa irriconoscibile. Ma
è onestamente difficile respingere i dubbi che suscita la sicurezza
con cui il cugino Nico Naldini e pochi altri intimi di Pasolini, hanno
fatto rientrare la sua morte in un tragico, spietato e ferale “incidente”
della sua vita privata. Il senso di quella morte è sospeso a quei
due estremi: l’agguato (con tutte le sue possibili spiegazioni) o un’assurda,
atrocemente inevitabile tragedia privata.
Ecco che le parole della
“rivelazione” di questi giorni, provenienti da un reo confesso che non
vuole più essere marchiato come tale e che rovescia completamente
quanto ha giurato per trent’anni, aumentano l’ansia di arrivare ad una
verità che ora viene probabilmente confusa alle nuove bugie, alle
nuove speculazioni di uno sbandato, ex assassino, ex rapinatore, ex galeotto.
Un’ansia che forse dovremo tenerci senza rimedio.
Forse si può anche
non credere alle parole di Sergio Citti, alla storia che descrive, ma non
penso si possa rimanere indifferenti alla sincerità della sua disperazione:
la disperazione di un amico dello scrittore che non vuole morire senza
avere tentato di definire la verità di quella morte rubata.
Qualunque idea si abbia
sull’omicidio di Pasolini, non credo che si possa accettare di seppellire
il suo assassinio sotto la frase di Giulio Andreotti che Naldini
vorrebbe iscrivere sulla tomba del cugino: “se l’è cercata”.
Quella frase discende dalla
stessa scuola di pensiero che cercò di soffocare il Neorealismo
sotto il controriformismo censorio dei “panni sporchi si lavano in famiglia”.
Quelle parole sprezzanti e abiette nel voler giudicare lo strazio che ha
subito un uomo come Pasolini - “se l’è cercata” - coincidono perfettamente
con le parole che il presunto assassino ha ripetuto per trent’anni e con
lui la massa del peggior giornalismo e del più infimo qualunquismo
italiota. Emanano un vecchio fetore: il fetore di quel cinismo imbellettato
di moralismo che Pasolini ha combattuto tutta la vita e che oggi possiamo
riconoscere come uno dei lineamenti del degrado italiano.
.
Roberto
Chiesi (che ha scritto Il brano sopra riportato a titolo personale
e non in qualità di curatore - insieme a Loris Lepri - del Centro
Studi-Archivio Pier Paolo Pasolini), è studioso, critico cinematografico,
giornalista. Collabora con diverse testate specializzate.
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