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Alcuni organi di stampa del 10 maggio 2005: il manifesto - Il Gazzettino - Metro - La Stampa - Aprile on line ANSA - Il Messaggero |
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«Su Pasolini una fatwa del Palazzo», di Sara Menafra, il manifesto 10 maggio «Ricordo che il giorno della morte feci una intervista con il Tg1 in cui, così a caldo, molto emozionato per quello che era successo, avevo detto che a me sembrava un delitto di stato». Accetta subito di parlare, il regista Bernardo Bertolucci, nel giorno in cui la procura di Roma annuncia che l'inchiesta sulla morte di Pasolini sarà aperta di nuovo. Cosa pensò quando
seppe della morte del regista con cui aveva iniziato a lavorare nel cinema?
Quando l'ha visto l'ultima
volta?
Alcune persone a lui vicine,
tra cui il regista Sergio Citti, sostengono che Pasolini stesse cercando
di recuperare le pizze del film Salò e le 120 giornate di Sodoma,
quando fu ucciso...
Ma perché trent'anni
dopo uno come Pelosi decide di parlare e lo fa in questi termini?
In una intervista al Corriere
ha spiegato che queste mille ricostruzioni «non fanno che allontanarci
dalla verità».
Voluta da chi?
Era coinvolto qualche
partito?
Morte di Pasolini, nuova inchiesta sul giallo, Il Gazzettino 10 maggio Si farà la nuova inchiesta,
e sarà la terza, sull'omicidio di Pier Paolo Pasolini. Per due giorni,
dalla procura di Roma, sono arrivate indicazioni che facevano ritenere
insufficienti i presupposti per riaprire il caso, ma dopo una serie di
valutazioni e, soprattutto, dopo l'annunciata iniziativa dell'avvocato
Nino Marazzita, legale dei familiari dello scrittore-regista, di presentare
una formale richiesta, c'è stato il cambio di rotta.
Sette le richieste chiave dell'avvocato Marazzita per la riapertura del procedimento, Metro 10 maggio Il procuratore Giovanni Ferrara
in persona, coadiuvato dal procuratore aggiunto Italo Ormanni e dal sostituto
Diana De Martino seguirà personalmente lo sviluppo della nuova indagine
aperta ufficialmente da oggi sulla morte di Pier Paolo Pasolini. Il fascicolo
per il momento porta ancora l’intestazione di atti relativi, anche se l’avvocato
Nino Marazzita con la sua denuncia ha chiesto alla Procura di Roma di ipotizzare
il reato di omicidio volontario premeditato facendo riferimento all’eventualità
che la morte dello scrittore non sia dovuta unicamente a Pino Pelosi ma
ad altre persone che lo avrebbero usato come esca. In tempi brevi la Procura
avvierà gli interrogatori sollecitati da Marazzita e poi, quando
ci sarà un quadro preciso dei fatti, deciderà per quale reato
procedere o se il fascicolo appena aperto debba finire in archivio.
Pasolini, imbarazzo anche per la sinistra dei giorni nostri. «È attuale il suo modo drammatico di intendere la modernizzazione», Di Gianni Vattimo, La Stampa 10 maggio Si riapre il caso Pasolini; o meglio, ritorna d'attualità - dopo la nuova «confessione» di Pino Pelosi ormai quasi cinquantenne, e le dichiarazioni di Sergio Citti - senza essersi mai davvero chiuso, nonostante la condanna di Pelosi come unico autore dell'omicidio. In molti sensi, il caso e la sua riapertura sono un fatto emblematico della società italiana, forse la più carica di casi criminali e giudiziari mai davvero chiusi, che ci hanno segnato e continuano a pesare sulla coscienza collettiva. Pensiamo a piazza Fontana, alle stragi degli Anni Settanta, a Pinelli, Feltrinelli, Calabresi. Nonostante gli sforzi di collocare l'assassinio di Pasolini in una categoria più «tranquillizzante» per la coscienza comune - un delitto nel solito «torbido ambiente delle amicizie particolari» - con la volonterosa (ora apprendiamo che forse era estorta con minacce e ricatto) collaborazione di Pino Pelosi, il caso non si lascia né isolare né dimenticare. Se davvero - come sembra molto verosimile, più verosimile della versione ufficiale - Pelosi non era solo, o forse non c'era addirittura, chi sono gli ignoti assassini? E soprattutto, come ci si è domandati in tanti altri casi di depistaggio favorito da qualche servizio deviato, perché le indagini sono state così frettolose e si sono orientate esclusivamente sulla pista della comune criminalità (omo)sessuale? Si va qui ben oltre il limite del caso giudiziario. Pasolini era un personaggio imbarazzante. Chi lo avesse voluto togliere di mezzo con la quasi sicurezza di farla franca - salvo il modesto prezzo di una condanna per un povero ragazzo di vita - doveva solo costruire, o utilizzare, una delle situazioni in cui lo scrittore spesso si era collocato lui stesso, con il suo amore per le borgate e per quella sorta di innocenza selvaggia che non trovava più negli ambienti più «regolari» che frequentava a Roma. E dire che, facendo del cinema, non avrebbe avuto difficoltà a incontrare sia persone dei suoi stessi gusti, sia giovanotti «in carriera» disponibili ad assecondarlo (pensiero irriguardoso per il mondo dello spettacolo? Ma è così che ce lo immaginiamo, e lo mitizziamo, noi piccolo borghesi impiegati..). Viene in mente qui Wittgenstein che, a quanto ne sappiamo, preferiva andarsi a cercare gli amici occasionali nei pub di Londra piuttosto che nei college di Cambridge. Una ulteriore «perversione» del suo desiderio, dunque? In qualche modo riparare alla colpa del suo peccato compiendolo in condizioni pericolose, difficili, piene di minacce. Ma non riusciamo a non domandarci se anche questa ulteriore perversione, ammesso che sia tale, non fosse prodotta dalle condizioni ambientali in cui Pasolini era cresciuto e viveva, e che sono le stesse per le quali, se pure non c'è stata una congiura più vasta, la polizia dell'epoca si è orientata nel senso che abbiamo visto. Se ancora oggi nel «torbido ambiente» molti delitti restano impuniti o passano sotto silenzio, è perché ci sono ancora quei tabù. Il ribelle Pasolini si rivoltava anche, probabilmente, contro l'acquiescenza un po' ipocrita con cui la società dell'epoca guardava al «vizio contro natura», stigmatizzandolo nei poveri e nelle classi basse, e concedendolo come una innocente irregolarità a certi membri un po' marginali dell'establishment: artisti, parrucchieri, antiquari, attori e registi, di rado operai metalmeccanici o tranvieri… Ma questi sono solo i primi pensieri che vengono in mente quando si ripensa al mai chiuso caso Pasolini. Giacché se davvero qualcuno - ma non poteva essere il solo Pelosi, con la sua tavoletta di compensato e il bastone, e soprattutto con i suoi esili muscoli di adolescente appena uscito dall'infanzia - ha pianificato il delitto e ucciso lo scrittore, questo è perché, nonostante la sua vita scandalosa, era diventato una vera voce della coscienza nazionale, che gridava contro i privilegi e la persistente divisione di classe, fino a prender le parti, nel sessantotto, dei poliziotti contro gli studenti di Valle Giulia: giovanotti borghesi che rivendicavano una libertà orientata soprattutto al consumo illimitato, contro i veri proletari che vestivano la divisa per ragioni di sopravvivenza elementare. Ma ancora: solo questo? A parte la giusta volontà di raggiungere la verità giudiziaria sul caso, per non lasciare impuniti gli eventuali veri assassini, che ragioni ci sono di ritornare su una storia di trent'anni fa, che in tanti sensi non ci riguarda più? Gli omosessuali continuano a non essere proprio amati dal pubblico di mamme e babbi d'Italia, ma sono largamente accettati; quando fanno outing rischiano addirittura di diventare deputati, ministri, sindaci… Persino l'espressione «torbido ambiente» è quasi sparita dai giornali; e il dramma dell'Aids, che all'inizio sembrava riservato (e meritato) a questa categoria di cittadini, ha contribuito a farli riconoscere come partecipi delle stesse preoccupazioni di tutti i «normali», e ora persino capaci di accollarsi una famiglia e dei figli. Sebbene non del tutto separato dalla sua esperienza di omosessuale stigmatizzato (persino espulso dal Pci per indegnità politica e morale), ciò che ancora ci interpella in Pasolini è il suo modo drammatico di vivere la modernizzazione. Non dobbiamo dimenticare che proprio quella sinistra che lo aveva espulso e che poi sempre più ha ripreso a coltivare il suo ricordo, si presenta spesso in Italia come la promotrice della modernizzazione, con questo argomento anche respingendo le critiche di chi le rimprovera un eccesso di apertura verso la società neocapitalistica e i suoi (pretesi) valori. Ma non avrebbe dovuto Pasolini riconoscere che la modernizzazione che egli considerava così distruttiva era anche la condizione perché lui stesso potesse vivere la propria omosessualità in maniera più umana e amichevole? Dal punto di vista di una «sana» visione riformista, dovremmo credere proprio questo, perdonandogli i suoi eccessi di drammatizzazione come un aspetto, per noi inessenziale, della sua poetica. Ma, per l'appunto, non sappiamo (più) bene se Pasolini non avesse ragione, più di quanto oggi siamo invitati a credere, contro ogni tranquillizzante concezione della positività della modernizzazione. Del resto, era anche uno spirito intensamente religioso. Per il quale la condizione di una vita davvero umana non poteva che essere una sempre rinnovata inquietudine: il Messia, quando tornerà, verrà come il ladro nella notte, non deve trovarci addormentati negli agi un poco ottundenti della «vita moderna». Non sappiamo che cosa egli penserebbe oggi degli sforzi di normalizzazione che una sinistra sempre più volonterosa e collaborativa compie in vista di rassicurare sia i nostri concittadini, sia i nostri alleati tradizionali. Non siamo tanto sicuri che non andrebbe incontro a una nuova espulsione. * * * I magistrati di Roma hanno ordinato altri accertamenti, La Stampa 10 maggio Sabato scorso il colpo di scena. A trent’anni dalla barbara uccisione di Pier Paolo Pasolini, Pino Pelosi, l’uomo che fu condannato per l’omicidio, ritratta tutto e ribalta la storia: «Non l’ho ammazzato io, erano in tre, io lo difesi». Ieri la Procura ha ufficialmente riaperto il caso e ordinato nuovi accertamenti. Dopo le dichiarazioni in tv di Pelosi e quelle del regista Sergio Citti che ha confermato che gli assassini erano più di uno, il procuratore capo di Roma Giovanni Ferrara ha aperto un fascicolo intitolato «K, atti relativi». Al momento nell’incartamento non sono riportati né indagati né notizie di reato e, a seguire gli sviluppi, sarà il procuratore aggiunto Italo Ormanni, che nei prossimi giorni ascolterà a piazzale Clodio sia Pelosi che Citti. Il fascicolo raccoglierà per il momento la nuova verità di Pelosi, gli ultimi risvolti, la memoria che l’avvocato Nino Marazzita, già parte civile nel processo contro Pino «la rana», presenta oggi alla procura e le rivelazioni di Sergio Citti ai giornali («So chi ha ucciso Pasolini, Pelosi fu l’esca»). Il percorso processuale della vicenda è relativamente veloce. La sentenza di primo grado è datata 26 aprile 1976, quella d’appello 4 dicembre 1976. La Corte di Cassazione si esprime in modo definitivo il 26 aprile 1979: Pelosi se la cava con una condanna a nove anni. Ne sconta soltanto sette, uscendo in semilibertà. E adesso muta radicalmente la versione dei fatti rilanciando una pista investigativa mai battuta fino in fondo ma ipotizzata più volte: la possibilità che Pasolini sia stato massacrato da un gruppo di picchiatori fascisti che volevano dargli una lezione. «Tre uomini scesi da una Fiat 1500 targata Catania lo picchiarono selvaggiamente gridando “Fetuso, arruso, sporco comunista - racconta ora Pelosi - poi minacciarono di uccidere i miei genitori se avessi raccontato l’accaduto». In effetti, sono tanti i punti oscuri che fanno pensare al coinvolgimento di più persone nel delitto, elementi tenuti in considerazione pure nella sentenza di primo grado contro Pelosi («concorso di ignoti nell’omicidio»). In particolare, tra i tasselli che non sono mai tornati a posto c’è il maglione verde rinvenuto sul sedile posteriore dell’auto di Pasolini durante l’ispezione e che non apparteneva né allo scrittore né a Pelosi. Altre zone d’ombra del delitto riguardano, poi, la scomparsa dalla vettura del pacchetto di sigarette e dell’accendino che, a detta di Pelosi, si trovavano nel portaoggetti. Suscitano molti dubbi, però, anche le macchie di sangue ritrovate sul tetto dell’auto dal lato del sedile del passeggero, una circostanza che contrasta con l’ipotesi che Pelosi fosse al volante. Oppure fa ritenere che qualcun altro fosse seduto al posto del passeggero. A contrastare con la versione ufficiale è, inoltre, il fatto che il sangue rinvenuto sul cadavere sia troppo rispetto a quello trovato addosso a Pelosi, che ha riportato nella colluttazione soltanto qualche piccola ferita mentre il regista ne è uscito massacrato: una circostanza che fa ipotizzare una lotta tra più persone. «Quella notte, Pelosi non era solo, c’erano altri arrivati lì per uccidere Pasolini - accusa Sergio Citti, amico del cuore dello scrittore - Pier Paolo era scomodo, non fu un incidente, una lite: fu giustiziato. Qualcuno aveva deciso che Pasolini dovesse morire». Citti cita l’episodio del furto delle pellicole originali di «Salò» e aggiunge di aver visto un paio di volte il ricattatore. La sera in cui fu ucciso, sostiene, Pasolini doveva incontrare chi le aveva rubate, ad Acilia. «Fu lì che lo sequestrarono, poi lo condussero a Ostia, all’idroscalo, dove avvenne il massacro - sostiene Citti - il ricatto delle pellicole del film Salò era una scusa. Picchiarono per uccidere, erano professionisti. Ho sempre pensato che non fossero balordi ma potessero essere pure poliziotti o agenti segreti. Pier Paolo era un grosso problema. Aveva attaccato frontalmente la Democrazia Cristiana». Le ceneri di Pasolini, Emiliano Sbaraglia, Aprile on line 10 maggio Proprio
a trent’anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, la sensazione che di quella
notte all’idroscalo di Ostia qualcosa continui a non convincere, torna
a farsi pressante dopo le ultime confessioni rivelate sabato scorso in
Tv da Pino “La rana” Pelosi, durante la trasmissione “Ombre sul giallo”.
Omicidio Pasolini, scelti i due nuovi magistrati, Ansa 10 maggio Saranno il procuratore aggiunto Italo Ormanni e il sostituto Diana De Martino i due magistrati ad indagare nuovamente sull'omicidio Pasolini. L'incartamento conterrà la denuncia presentata dall'avvocato Marazzita, gli articoli pubblicati in questi giorni e l'intervista rilasciata da Pelosi sull'argomento. Intanto 30 parlamentari, con a capo Grillini (Ds), hanno presentato alla Camera un interrogazione per chiedere al Premier le iniziative al riguardo. Roma si costituirà parte offesa. «Con Pino lì c’erano Johnny lo zingaro e i due fratelli Borsellino», di M. Mart., Il Messaggero 10 maggio È la storia di un anziano appuntato della Polizia, di un giovane killer e del suo anello, quella che Nino Marazzita si prepara a raccontare ai pm romani che cercheranno di fare luce sulla morte di Pier Paolo Pasolini. L’appuntato si chiama Renzo Sansone; e già dieci anni fa conosceva una verità alternativa a quella che è scritta nelle carte processuali. Raccontava l’appuntato che sicuramente la sera dell'omicidio di Pasolini, Pino Pelosi non era solo. Con lui, secondo Sansone, «c'erano anche i fratelli Borsellino, Franco e Giuseppe; furono loro stessi a dirmi che quella notte si trovavano li». Gli dissero anche altro, raccontava Sansone: «Sapessi come strillava, era per terra, sembrava un' aquila». E insieme ai due Borsellino, secondo le ricostruzioni dell’avvocato Marazzita, con molta probabilità c’era anche Giuseppe Mastini, meglio conosciuto come Johnny lo Zingaro, il giovane che nel marzo ’87 tenne in scacco la polizia per venti ore, sequestrando una ragazza e uccidendo un agente di Ps. Il legale di Pasolini aveva scoperto che proprio Mastini aveva un forte legame con Pino Pelosi. I due erano detenuti entrambi nel carcere minorile di Casal del Marmo, fino a pochi giorni prima del delitto Pasolini; ed erano amici da molto tempo prima, da quando frequentavano insieme un bar in via Guido Angeli, al quartiere Tiburtino, e poi il Cral dell’Unione Monarchica, in via Donadoni. A legare Giuseppe Mastini al delitto dell’Idroscalo c’è un anello, ormai celebre, del quale Pelosi si preoccupò di rivendicare la proprietà non appena venne arrestato. Era d’oro, con una pietra rossa, con due aquile incise e la scritta ”United States Army”; Pelosi chiese agli agenti di cercarlo nell’Alfa Gt 2000 sulla quale era stato fermato, ma l’anello venne trovato all’Idroscalo, accanto al corpo senza vita di Pasolini, come se qualcuno lo avesse perduto mentre riduceva in fin di vita lo scrittore. Gli inquirenti chiesero a Pelosi come si fosse procurato quell’anello; e Pino la Rana disse di averlo acquistato da un amico steward che andava spesso negli States. Ma non gli credettero. E lui cambiò versione: ammise che era stato un suo amico, un certo Johnny, a regalarglielo. Questo dettaglio convinse gli investigatori che l’anello potesse essere di Mastini, che non lo aveva ragalato a Pelosi ma lo aveva smarrito lui stesso, nelle concitate fasi del delitto di Pier Paolo Pasolini. Johnny lo Zingaro ha sempre negato ogni complicità nel delitto, limitandosi ad ammettere di aver conosciuto Pelosi in carcere. Ed è da queste circostanze, che adesso partiranno i nuovi accertamenti della Procura di Roma. |