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Alcuni organi di stampa dell'11 maggio 2005: La Stampa - L'Arena di Verona - Il Tempo - Il Gazzettino - Il Messaggero |
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Pasolini, la denuncia della famiglia. Il legale: è stato omicidio volontario e premeditato, di g.ru., La Stampa 11 maggio Quattro pagine, il carburante
che dovrebbe riavviare il motore delle indagini dopo trent’anni. Ieri mattina,
a nome dei familiari di Pier Paolo Pasolini, l’avvocato Nino Marazzita
ha depositato la denuncia annunciata nella quale viene ipotizzato il reato
di «omicidio volontario commesso con l’aggravante della premeditazione»,
un reato non prescrittibile. E ieri mattina, il comune di Roma ha annunciato
che si costituirà parte offesa riservandosi nei prossimi giorni
di depositare una sua memoria.
* * * Nel film che era pronto a girare l’ultima apocalittica profezia, La Stampa 11 maggio Tra le tante rievocazioni
Pasoliniane che in questi giorni affannano le cronache dopo le rivelazioni
tardo televisive di Pino Pelosi, è interessante ricordare un poco
conosciuto soggetto di film che, Pasolini aveva studiato e macinato per
nove anni e, se quella notte fosse andata diversamente, avrebbe iniziato
a concretizzare il giorno dopo quel 2 novembre del 75. Pasolini la sera
stessa della sua morte incontrò l’attore Ninetto Davoli per discutere
con lui del ruolo che avrebbe dovuto interpretare nel suo nuovo film. E’
noto il titolo: «Porno-Teo-Kolossal», anche se poco se ne è
parlato. E’ tutto rimasto in un progetto di quella che sarebbe dovuta essere
la sua ultima opera, poi nelle sue intenzioni, l’artista avrebbe lasciato
il cinema per dedicarsi totalmente alla letteratura.
Pasolini, il Campidoglio sarà parte offesa, L'Arena di Verona 11 maggio Roma. Il Comune di Roma si
inserisce nella nuova puntata della vicenda Pasolini. L’ assessore alla
Cultura Gianni Borgna ha annunciato che il Campidoglio diventerà
parte offesa e che nelle prossime ore per questo motivo depositerà
una memoria alla procura della Repubblica di Roma.
L’avvocato Marazzita «È necessario sapere se la Rai ha pagato per le parole di Pelosi», di A.P., Il Tempo 11 maggio Diventeranno due le memorie
che finiranno nel nuovo fascicolo d’inchiesta sull’omicidio di Pier Paolo
Pasolini: una è stata già presentata dell’avvocato della
madre del poeta, il penalista Nino Marazzita, e la seconda invece, quella
del Comune di Roma che ha annunciato che si costituirà parte offesa,
è in arrivo. La procura di Roma comunque continua a rimanere scettica,
tanto da aver aperto per ora un procedimento «atti relativi a..»,
cioè senza ipotesi di reato e senza indagati. La magistratura romana
quindi ha intenzione di valutare le posizioni delle parti con molta attenzione,
soprattutto quelle contenute nelle quattro pagine del difensore Marazzita
che chiede di indagare per omicidio volontario commesso con l’aggravante
della premeditazione, reato non prescrivibile.
Il Comune di Roma sarà parte offesa. Marazzita: c'è la pista, Il Gazzettino 11 maggio Il Comune di Roma entra nel
caso Pasolini. L'assessore Gianni Borgna ha annunciato che sarà
parte offesa nel nuovo procedimento penale per i meriti che ebbe il regista
friulano nel «creare una coscienza collettiva sulle borgate»
e assicura «aiuto alla magistratura nell'accertare quella verità
che per 30 anni non è stata cercata».
L’ex appuntato Sansone, l’uomo chiave della terza inchiesta, Il Messaggero 11 maggio Due magistrati e un testimone. Riparte da qui la terza inchiesta della Procura di Roma sulla morte di Pier Paolo Pasolini, la notte del 2 novembre ’75. I due magistrati sono Italo Ormanni e Diana De Martino. E l’uomo chiave per risolvere un mistero che dura da trent’anni si chiama Renzo Sansone, è un ex appuntato dei Carabinieri e pochi mesi dopo il delitto di Pasolini riuscì ad infiltrarsi nel giro della piccola criminalità del Tiburtino, a Roma, raccogliendo le confidenze dei fratelli Giuseppe e Franco Borsellino, detti braciola e bracioletta , amici di Pelosi e di Giuseppe Mastini, che di lì a qualche anno diventerà tristemente celebre con il soprannome di Johnny lo Zingaro. Sull’ex appuntato Sansone punta tutto l’avvocato Nino Marazzita, che ieri ha presentato una dettagliata denuncia per onorare la procura speciale che la mamma di Pier Paolo Pasolini, la signora Susanna, gli aveva conferito molti anni fa. Il legale ha chiesto anche che vengano interrogati Pino Pelosi e il regista Sergio Citti; il primo, per le affermazioni fatte alla trasmissione ”Ombre sul Giallo”, di Franca Leosini; il secondo, per le dichiarazioni contenute in un’intervista pubblicata nei giorni scorsi. Pelosi ha dichiarato di non essere lui l’assassino; e di non sapere chi fossero i tre individui che quella notte sbucarono dal buio per ridurre Pasolini in fin di vita. Sergio Citti dice una cosa leggermente diversa: secondo lui, Pelosi era d’accordo con i tre e fu utilizzato come esca per portare Pasolini in un luogo appartato, per poterlo malmenare e derubare. L’appuntato Sansone, infine, racconta una terza versione, molto simile a quelle di Citti. E dice di averla appresa dai fratelli Borsellino, in un periodo in cui, fingendosi un ex detenuto, frequentava tutta la compagnia del Tiburtino. Nei prossimi giorni, i magistrati fisseranno le date dei primi interrogatori. E quasi certamente Pino Pelosi e Sergio Citti saranno messi a confronto. * * * Parla Pelosi: agguato di Stato? Fummo aggrediti come una coppietta qualsiasi, di Claudio Marincola, Il Messaggero 11 maggio «In tv ho detto quello che sapevo, quello che ho visto, quello che ricordo. Tutto il resto, compresa la storia di Johnny lo zingaro che ho letto da qualche parte sono chiacchiere. Non ci fu nessun agguato, fummo aggrediti come una coppietta qualsiasi». La chiave di tutto è lui, Pino Pelosi, che ora ha 46 anni. Che parla ma non apre molte porte, non svela il mistero. La Procura di Roma ha riaperto le indagini sul caso Pasolini. Il Comune si è dichiarato “parte offesa”. E si torna a parlare della pista politica rilanciata da quanti già la sostennero trent’anni fa. Pelosi ora vorrebbe staccare la spina. Parlare del lavoro che non trova. Di quel marchio che non riesce a staccarsi di dosso. Dice che non vorrebbe più «ripetere le stesse cose», che vorrebbe avere un vita normale. Ma non può fermarsi proprio ora. Ora che a rimettere in moto i ricordi è stato proprio lui. Il regista forse più legato a Pasolini, Sergio Citti, vuole incontrare Pelosi. Vuole guardarlo in faccia, parlargli «da borgataro a borgataro». «Se Citti dice certe cose, accusa lo Stato forse sa qualcosa che io non so, ma dobvrà dimostrarlo », prende le distanze l’ex ragazzo di vita. «Mi vuole incontrare? Strano, ai tempi dle processo mi accusava. Sosteneva che la verità sarebbe venuta fuori solo quando io sarei uscito dal carcere. Comunque, se vuole, sono disposto a vederlo. Non penso però che avremo molte cose da dirci». Dopo trent’anni Pino, la Rana , ha cambiato la sua versione. Ha dichiarato in tv che quel 2 novembre del ’75 ad uccidere Pier Paolo Pasolini non fu lui, che all’epoca aveva solo 17 anni, ma due quarantenni che minacciarono lui e suoi familiari per farlo stare zitto. Ha dato nuovamente credito a quella prima sentenza pronunciata il 26 aprile del 1976 dal Tribunale dei minorenni che lo condannò a nove anni, sette mesi, dieci giorni, e trentamila lire di multa per «atti osceni, furto aggravato e omicidio volontario». Che conteneva una postilla importante, quel «concorso con altre persone rimaste ignote». Pelosi insiste: «Questo ho detto e questo dirò al magistrato se mi chiamerà». La confessione tardiva ha riportato a galla altre piste fiutate e subito abbandonate. Ad esempio, quella della banda di balordi di cui facevano parte Johnny lo zingaro e i due fratelli Borsellino. Si è tornati a parlare anche del famoso anello d’oro. «Lo comprai da uno steward di cui ricordo ancora il nome, Aldo. Lui viaggiava e ogni volta me ne portava una decina dall’estero e io me li rivendevo», smonta le tante ricostruzioni che sono state fatte. «In questi giorni sono state dette troppe cose non vere. Come si fa a dire che io quella notte non rimasi ferito quando venni portato subito all’ospedale di Ostia e mi misero due punti in testa e avevo il setto nasale rotto?». Tra ombre che si aggiungono ad ombre, una novità sostanziale è il passo deciso dal Comune di Roma che entra in qualità di parte offesa nella vicenda giudiziaria. Il coinvolgimento avverrà attraverso il deposito di una memoria alla procura della Repubblica. Come dire che archiviare questa volta non sarà così facile. * * * Il Comune: «Roma è parte offesa». Borgna: «Ha creato la coscienza collettiva delle borgate», di C. Mar., Il Messaggero 11 maggio Il Comune di Roma entra in qualità di “parte offesa” nel caso-Pasolini. Lo ha annunciato ieri l'assessore alla Cultura del Comune di Roma, Gianni Borgna. Un gesto che può apparire simbolico ma che in realtà consentirà agli «amici» dello scrittore e alla città che Pasolini aveva scelto di vivere e raccontare nei suoi libri e nei suoi film di avere un ruolo nell’inchiesta Roma è parte offesa per la morta dello scrittore e regista legato alla città. Pasolini, ha ricordato Borgna, che viveva a Ponte Mammolo, ebbe il merito «di creare una coscienza collettiva sulle borgate». La convinzione che muove la presa di posizione del Campidoglio è che dietro l’omicidio vi sia un movente più serio e più grave. Che non esistono misteri ma segreti da svelare. «Le speranze di accertare la verità sono molto esigue ma confido nella magistratura, anche se siamo pronti a criticarla duramente, e nell' intelligenza di questi magistrati che sono rigorosissimi», ha spiegato l’avvocato Guido Calvi, parte civile insieme a Nino Marazzita nell' omicidio Pasolini. Calvi ha parlato personalmente con il procuratore capo di Roma Giovanni Ferrara. «Mi ha assicurato - ha specificato - che seguirà personalmente questa vicenda». Il legale, senatore dei Ds, ha insistito sulla contestualizzazione storica dell' omicidio di Pier Paolo Pasolini: «Era un obiettivo naturale, dissenziente, isolato e dichiaratamente omosessuale». Erano gli anni «della strage di piazza Fontana, di Brescia, dell' Italicus, dei servizi deviati, della destra eversiva e di una sinistra eversiva agli inizi - ha proseguito l'avvocato - Erano gli anni in cui lo Stato non sapeva rispondere, per in parte era colluso con quella destra e in parte tollerante con quella sinistra». Calvi, che nella sua carriera ha difeso tra gli altri anche l’anarchico Pietro Valpreda, ha ricordato i tanti errori e le omissioni di una istruttoria «colpevolmente sommaria, sciatta e rozza». Le fotografie ignorate, l’autovettura che non fu protetta ma lasciata sotto la pioggia nei quattro giorni successivi alla morte dello scrittore, il maglione trovato nell’auto che non apparteneva nè a Pelosi nè a Pasolini. Ha ricordato il primo processo celebrato nell’aprile del 1976 davanti al Tribunale dei minorenni. La sentenza di condanna per omicidio volontari inflitta a Pelosi fu accompagnata dalla convinzione che vi fossero dei complici ignoti. Fu pronunciata da Carlo Alfredo Moro, fratello dello statista democristiano. «La Procura generale la impugnò ancora prima di conoscerne il dispositivo», ha ricordato Calvi. L’appello avrebbe successivamente disgregato quell’impianto giudiziario. Calvi e lo scrittore Enzo Siciliano, presente all'incontro, hanno sottolineato che l' aggressione subita dal regista non era il primo atto di violenza a suo carico. Entrambi hanno ricordato i frequenti episodi in occasione delle prime dei suoi film o delle presentazioni di suoi libri. «È stata aggredito di continuo - ha dichiarato Calvi - dalla magistratura, dagli inquirenti e dai fascisti». Pasolini «era un genio, un intellettuale tra i più prestigiosi del '900 italiano, come fu Garcia Lorca per la Spagna». Per Siciliano, lo scrittore friulano «non se l'è cercata, a meno che non si dica che nell' Italia codina, sessuofoba e regressiva di quegli anni non poteva accadere altro a chi scriveva». Sull'aspetto più artistico di Pasolini si è soffermato l' assessore alla Cultura del Comune di Roma, Gianni Borgna, che ha segnalato il merito che ebbe il regista nel «creare una coscienza collettiva sulle borgate». Roma «si ritiene offesa da quello che è accaduto - ha concluso - faremo di tutto per coadiuvare la magistratura nell'accertare la verità, quella verità che per trent'anni non è stata cercata». |