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L'omicidio di Pier Paolo Pasolini
Alcuni organi di stampa del 17 maggio 2005:
Liberazione
Liberazione 17 maggio 2005

Un canto per Pier Paolo Pasolini, il poeta colpevole che non si è mai pentito, di Pippo Delbono, Liberazione 17 maggio

«La solitudine: bisogna essere molto forti per amare la solitudine, 
bisogna avere buone gambe
e una resistenza fuori dal comune... 
non si devono temere rapinatori o assassini... 
se tocca camminare bisogna saperlo fare senza accorgersene... 
col vento che tira sull'erba bagnata 
e coi pietroni tra l'immondizia umidi e fangosi... 
Il sesso è un pretesto. Per quanti siano gli incontri... 
per le strade abbandonate al vento, 
tra le distese d'immondizia contro i palazzi lontani... 
non sono che momenti della solitudine; 
più caldo e vivo è il corpo gentile
più freddo e mortale è intorno il diletto deserto; 
è esso che riempie di gioia, come un vento miracoloso... 
egli si porta dietro una giovinezza 
enormemente giovane; e in questo è disumano, 
perché non lascia tracce, o meglio, lascia una sola traccia
che è sempre la stessa in tutte le stagioni. 
Un ragazzo ai suoi primi amori
altro non è che la fecondità del mondo... 
Non c'è cena o pranzo o soddisfazione del mondo, 
che valga una camminata senza fine per le strade povere, 
dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani».
Parole tratte dai Versi del testamento di Pasolini. «Il mondo è santo, l'anima è santa, il naso è santo, la bocca, la lingua, il cazzo è santo, il buco del culo è santo, ogni cosa è santa, ogni uomo è santo...». Altre parole ispirate a Ginsberg che gridò nello spettacolo Urlo, spettacolo che parla del potere.
«Non ti voglio uccidere subito, perché vorrei poterti uccidere mille volte», diceva un carnefice ad una vittima nel film Salò di Pasolini, il film sacro che più di ogni altro racconta la malattia agghiacciante della macchina del potere. Parole che risuonano in questi giorni facendo riemergere torture nascoste in villette romane, stragi impunite, un omicidio velato per anni sotto le sembianze di devianze sessuali. 
«Io non so se la legge è giusta o se la legge è ingiusta, so soltanto che noi viviamo in un carcere 
circondati da mure troppo alte...», per vedere, per capire chi sono i colpevoli, chi sono gli innocenti, chi sono le vittime, chi sono i carnefici, chi sono i mandanti. 
Non ho ancora visto una piazza dedicata a Pasolini, una strada, una scuola, un ospedale, un teatro. Forse ne esistono ma non le ho ancora viste. Le ho viste dedicate ad attori famosi, forse prima o poi saranno dedicate a qualche personaggio della Tv e ancora a qualche politico o scienziato o poeta classico. 
«Ho visto le menti migliori della mia generazione che venivano espulsi dalle accademie come pazzi diversi negri, / ho visto le menti migliori della mia generazione che venivano trascinati per le strade sventolando genitali e sangue...». In quel luogo abbandonato ad Ostia vicino al mare, in quell'Idroscalo stanno le ferite profonde, nascoste, mai curate, della nostra generazione. 
Al poeta morto trucidato in quel terreno di periferia sono state atribuite le mediocrità, le falsità, le perversità nascoste sotto i matrimoni corretti, i figli istruiti, le mogli carine e sorridenti, sotto le tuniche dei prelati inquisitori, quelle malattie nascoste che non appartengono a chi scelse già negli anni ‘70 di manifestare chiaramente e senza paura i suoi amori, le sue passioni, la verità su se stessi e sul mondo. 
Pasolini che denunciava il fascismo dietro la democrazia, il perbenismo dietro il comunismo, la rigidità morale dietro l'apparente libertà. 
Pasolini il colpevole che non si è mai pentito. 
Pasolini il poeta che danzava contro il triste cammino di un mondo verso la normalità come accettazione della menzogna. 
«Prendi questo fardello e portalo tu. È meraviglioso... 
Io potrò così andare avanti... scegliendo per sempre la vita, la gioventù. 
E così io me ne starò qui, sulle rive del mare, 
dove ricomincia la vita». 
Ad Ostia, in quel cimitero solitario, a lungo abbandonato, da quel giorno di inizio inverno, riemergono di nuovo le scintille della necessità di un mondo nuovo.


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