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Il
Corriere della Sera, 7 maggio 2005
Delitto Pasolini:
la nuova confessione di Pelosi, Corriere della Sera 7 maggio
«Non
sono io l'assassino di Pier Paolo Pasolini» sostiene l'ex «ragazzo
di vita» che oggi ribalta completamente la sua versione, rilanciando
la nuova pista che gli inquirenti non hanno mai battuto ma che molti all'epoca
dei fatti ipotizzarono. Come Oriana Fallaci, che sulle pagine dell'Europeo,
a 12 giorni dal delitto scrisse: «Esiste un'altra versione della
morte di Pasolini; una versione di cui probabilmente le forze di polizia
sono già a conoscenza, ma di cui non parlano per poter condurre
più comodamente le indagini...».
Pelosi, detto anche Pino
«la Rana», spiega alla Leosini che ha atteso tanto per parlare
perché «sono solo, non ho più famiglia, i miei sono
morti. Ho 46 anni e pago sempre per quell'omicidio... E poi perché
queste persone saranno morte probabilmente». L'uomo dice ancora che
«credo volessero dargli una bella lezione. Una cosa tipo tre mesi
di ospedale. Se volevano ucciderlo gli avrebbero sparato e avrebbero sparato
anche a me. Gente come quella non si mette paura». Paura la misero
a Pelosi che temendo conseguenze per i propri famigliari confessò
di essere l'autore dell'omicidio, venne condannato a nove anni di carcere
ed uscì in semilibertà dopo sette. Malgrado gli anni trascorsi
non rivela però alcun nome.
Anche se qualcuno all'epoca
dei fatti nomi li aveva fatti: l'avvocato Nino Marazzita, che difendeva
Pelosi e che nonostante la sua confessione, chiese la riapertura del caso
citando come teste chiave l'ex appuntato dei carabinieri Renzo Sansone,
che aveva condotto le indagini. Sansone nel 1975 disse: «Pelosi non
era solo. Con lui c'erano anche i fratelli Borsellino di Catania, furono
loro stessi a dirmi che quella notte si trovavano lì». Ma
Pelosi insistette: «No, ero solo quella notte. Sono dei bugiardi,
vogliono farsi pubblicità alle mie spalle, prenderò provvedimenti».
A questo punto il prossimo
passo spetta alla Procura di Roma. È difficile che i magistrati
che si occuparono dell'omicidio Pasolini riaprano le indagini sulla base
di un'intervista, ma l'avvocato Marazzita ha già annunciato
che chiederà che la giustizia torni ad accuparsi della vicenda.
A non credere alla versione di Pelosi, trent'anni fa, Gianni Borgna, che
negli anni Settanta era segretario della Fgci romana: «Sono sempre
stato convinto che Pelosi non c'entrasse nulla: è stato costretto
con le minacce ad assumersi la responsabilità del delitto che fu
commesso da altri. E non penso ad un movente strettamente politico»,
ha detto Borgna, che pronunciò la commemorazione solenne ai funerali
dello scrittore.
La nuova confessione di
Pelosi non meraviglia il regista Marco Tullio Giordana, autore di un libro
sulla vicenda e del film «Pasolini, un delitto italiano», che
nel 1995 fece tanto discutere e riapire l'inchiesta, poi chiusa senza nulla
di nuovo. «Penso che Pelosi - ha detto il regista - sia stato un
semplice spettatore del delitto: i veri esecutori lo costrinsero ad assumersi
la responsabilità perché all'epoca era minorenne e avrebbe
avuto una condanna meno severa». Il regista afferma, inoltre, di
avere avuto le confessioni di alcuni testimoni che però non furono
disposti a ripeterle in tribunale e che per evitare polveroni e polemiche
non inserì nel sul film.
* * *
l’Unità,
7 maggio 2005
Pasolini, 30 anni
dopo l'omicida rivela: «Lo uccisero tre fascisti», di red,
l'Unità 7 maggio
Fu
un “omicidio politico”: Pier Paolo Pasolini il 2 novembre 1975 fu massacrato
all’idroscalo di Ostia da tre fascisti. A trent’anni dalla morte dell’intellettuale,
Pino Pelosi, che confessò quell’omicidio e per cui scontò
9 anni di reclusione, ha ritrattato. Il riscontro è tutto però
ancora da chiarire perché Pelosi fa le dichiarazioni durante una
trasmissione televisiva.
«Pasolini non l'ho
ucciso io», dice Pino Pelosi, confidandosi alla giornalista Franca
Leosini, conduttrice del programma televisivo Ombre sul Giallo,
in onda sabato sera su Raitre. Il delitto Pasolini avvenne nel 1975, due
mesi dopo il tragico massacro del Circeo, tornato sull'onda della cronaca
proprio in questi giorni. E quello su Izzo, uno dei massacratori del Circeo,
fu l’ultimo editoriale di Pasolini.
«Non sono io l'assassino
di Pier Paolo Pasolini», ripete l’ex ragazzo di vita che dopo 30
anni ribalta completamente la sua versione, rilanciando una pista che gli
inquirenti non hanno mai battuto ma che molti all'epoca dei fatti ipotizzarono.
Pelosi, detto anche Pino “la Rana”, spiega alla Leosini che ha atteso tanto
per parlare perché «sono solo, non ho più famiglia,
i miei sono morti. Ho 46 anni e pago sempre per quell’omicidio... E poi
perché queste persone saranno morte probabilmente». L’uomo
spiega ancora che crede volessero «dargli una bella lezione. Una
cosa tipo tre mesi di ospedale. Se volevano ucciderlo gli avrebbero sparato
e avrebbero sparato anche a me. Gente come quella non si mette paura».
Paura però la misero a Pelosi che confessò, venne condannato
a nove anni di carcere ed uscì in semilibertà dopo sette,
e malgrado gli anni trascorsi non rivela alcun nome.
La Procura di Roma non sembra
intenzionata, secondo quanto si è appreso, a riaprire le indagini
poiché le dichiarazioni di Pelosi vengono ritenute «generiche».
Nei prossimi giorni gli inquirenti valuteranno l’intera intervista a Pino
“La Rana”.
Un invito alla cautela giunge
soprattutto da chi era vicino a Pasolini. «Spero che la procura di
Roma non perda tempo sulle dichiarazioni di Pelosi e non faccia perdere
soldi al contribuente - Nico Naldini, cugino dello scrittore assassinato,
che quel giorno aveva pranzato con Pasolini -. La figura di Pelosi va commisurata
come valore morale alla sua fedina penale. Se messe a confronto con quest’ultima,
le sue parole hanno o non hanno credibilità».
«Pelosi non sa più
cosa inventarsi. Sono passati 30 anni dall' uccisione di Pasolini e lui
solo ora si decide a dire la verità?», ha detto Massimo Consoli,
amico di Pier Paolo Pasolini e uno tra i fondatori del movimento gay in
Italia. «Qual è la verità? – ha continuato Consoli
- Pelosi dice che sono stati altri a uccidere Pier Paolo, ma non dice chi.
Si sta inventando una nuova storia per dimostrare che esiste ancora, che
non è una persona inutile».
In molti invece si pronunciano
per una riapertura dell’inchiesta sull’omicidio di Pasolini. Guido Calvi,
avvocato e senatore dei Ds, che all’epoca dell’omicidio dello scrittore
curò la parte civile per conto dei familiari, è convinto
che «la versione di Pelosi, che peraltro ricostruisce ciò
che sostenni nell’arringa difensiva, contiene un’aggiunta importante. Stavolta
emerge che i tre, nel trucidare Pier Paolo, avrebbero detto: “sporco comunista”».
«Una nuova definizione che – ha chiarito ancora Calvi - conferma
il mio sospetto».
«Ho sempre detto che
sapevo come era stato ucciso Pasolini e da chi. Le mie parole sono state
pubblicate ma non mi hanno mai chiamato a testimoniare», ha detto
il regista Sergio Citti, amico e collaboratore di Pasolini, che ha aggiunto:
«Vorrei che si riaprisse il caso, e che io fossi chiamato a testimoniare,
so chi l'ha ucciso, come e perché è stato ucciso, mi è
stato raccontato da chi stava lì. Io so la verità».
Citti dice anche che a Pelosi piace la pubblicità, «la sola
cosa utile sarebbe riaprire il processo, mi piacerebbe essere messo a confronto
con Pelosi.».
Citti, 72 anni, a lungo
stretto collaboratore di Pasolini, grazie al quale esordì nel mondo
del cinema, ricorda che «Pasolini sparì per 35 minuti con
Pelosi, poi si rifecero vedere e poi andarono a Ostia. Perché a
Ostia e non sulla Tiburtina? Se Pasolini doveva fare l'amore con Pelosi
perché andare fino a Ostia, più o meno 120 chilometri tra
andata e ritorno, mentre i prati della Tiburtina, zona che Pasolini conosceva
bene, erano molto più vicini? E poi come hanno fatto a sapere dove
andavano quelli che aggredirono Pasolini? Dopo la scoperta dell'omicidio
ho filmato tutto in quel posto, tutte le uscite possibili, dove è
stata trovata la sua camicia e il resto. Tutto mi è stato raccontato
per filo e per segno da chi era li, io so la verità ma - ha concluso
Citti - non mi hanno mai chiamato a testimoniare. Perché?».
L'ex “ragazzo di vita” fu
condannato come unico autore dell'omicidio del poeta, ma ora afferma che
ad uccidere Pasolini furono tre persone, di cui non rivela i nomi, che
avevano accento meridionale. Anche se Pelosi non fa nomi, qualcuno all'epoca
dei fatti nomi li aveva fatti: un teste chiave della difesa era l’ex appuntato
dei carabinieri Renzo Sansone, che aveva condotto le indagini. Sansone
nel 1975 disse: «Pelosi non era solo. Con lui c’erano anche i fratelli
Borsellino di Catania, furono loro stessi a dirmi che quella notte si trovavano
lì». Ma Pelosi insistette: «No, ero solo quella notte.
Sono dei bugiardi, vogliono farsi pubblicità alle mie spalle, prenderò
provvedimenti».
Per gli avvocati Nino Marazzita
e, come detto, Guido Calvi, legali di parte civile nel processo, le dichiarazioni
del "Rana" giustificano la riapertura delle indagini. «In questa
confessione - ha detto Marazzita - c'è l'elemento preciso della
notizia criminis per la riapertura delle indagini. La procura di Roma ha
l'obbligo di riaprire un fascicolo contro ignoti sulla morte dello scrittore.
È vero: dopo trenta anni, se non impossibile, è altamente
improbabile che si faccia luce sul caso e si individuino altri responsabili.
Ma, intanto, la magistratura deve convocare e interrogare Pelosi».
Secondo il senatore Calvi «è doveroso che la magistratura
accerti la fondatezza di quanto dichiarato da Pelosi e, se possibile, identifichi
gli assassini che uccisero barbaramente Pier Paolo Pasolini».
* * *
Pasolini, l'ultima
"lettera luterana" dedicata a Izzo, il mostro del Circeo, di red, l'Unità
7 maggio
L’ultima
“lettera luterana” di Pier Paolo Pasolini, pubblicata sul Corriere
tre giorni prima della sua morte, fu dedicata al mostro del Circeo. Angelo
Izzo aveva seviziato due donne, ne aveva ammazzata una, le aveva nascoste
nel bagliaio di un’auto, abbandonandola. Era anni di terribili contrapposizioni,
tutto era politico, e questo fu a suo modo un omicidio “politico”.
Le
femministe si scatenarono: presidiarono tutte le sedute del processo, protestarono
violentemente, esultarono il giorno della condanna all’ergastolo del pariolino
fascista che andava in giro con occhiali a specchio e si vantava del delitto
come fosse una bravata. Chi in quegli anni lo frequentava racconta che
faceva parte di un giro di persone dedite all’alcol, le droghe, il sesso
e l’amore per l’ultra-violenza alla Antony Burgess, non che ne avesse necessariamente
cognizione. Nel ’71 era uscito “Arancia meccanica” di Kubrick.
Dalle
colonne del Corriere Italo Calvino intervenne sul caso. Troppo eclatante
era stato il fatto di cronaca e la simbologia che conteneva - giovani ricchi
pariolini approfittano di due donne proletarie, le seviziano, le ammazzano
- per non ricavarne un significato più ampio. Questo delitto efferato
è frutto della tracotanza classista della nostra borghesia, che
vive sicura della propria impunità. Izzo è figlio del senso
di onnipotenza della classe dominante, che pensa di potersi permettere
tutto e lo ottiene. Per lo scrittore ligure la situazione era chiara, la
spiegazione limpida e aderente in modo perfetto al suo ruolo di intellettuale
militante.
Pasolini
non era più militante, forse no lo era mai stato. Negli ultimi anni
aveva assunto posizioni anche diametralmente opposte rispetto al suo pubblico
di riferimento. Con i carabinieri figli di povera gente del sud emigrati
per fare un lavoro da schifo. Contro i sessantottini figli di buona famiglia
che possono permettersi di fare l’università, oltre che occuparla
e protestare. In anni non sospetti aveva dichiarato che la sua ripulsa
verso la classe borghese era tale da non permettergli di frequentarne gli
esponenti. Lui vedeva solo intellettuali e “ragazzi di vita” che aveva
imparato a conoscere dopo la fuga da Carsarsa in un appartamento dimesso
sulla Tiburtina.
Sul
caso Izzo si sentì di dissentire da Calvino, con il quale si detestava
cordialmente. Da poco aveva esposto la sua teoria pessimista e forse terribilmente
premonitrice della massificazione prodotta dal consumismo. L’innocenza
popolare andrà persa nel tempo, così come non riusciremo
più a vedere lucciole nelle campagne perché le luci della
città le faranno scomparire. Non era condivisibile quindi la visione
manichea e obsoleta avanzata da Calvino, propria della cultura di sinistra.
Una divisione tra borghesia e proletariato superata di corsa dalla degenerazione
del benessere economico. Il genocidio del “sottroproletariato” è
avvenuto già da tempo, da quando nelle capanne sono state trasportate
le prime televisioni. L’appiattimento culturale è una realtà
e a metà strada si sono incontrate le nuove generazioni figlie dell’Italia
del boom economico, omologandosi. Non esiste che un ragazzo è ricco,
di destra e di conseguenza tracotante e violento. Non sapeva, Pasolini,
che la sua era una triste premonizione. Da lì a tre giorni sarebbe
stato rinvenuto morto, barbaramente sfregiato, sul lido di Ostia. Era la
notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975.
* * *
Romagna
oggi, 7 maggio 2005
Nico
Naldini: ''Spero che la procura di Roma non perda
tempo sulle dichiarazioni di Pelosi e non faccia perdere soldi al contribuente.
La figura di Pelosi va commisurata come valore morale alla sua fedina penale.
Se messe a confronto con quest'ultima, le sue parole hanno o non hanno
credibilita'''. L'opinione di Nico Naldini non vacilla di fronte alla nuova
versione di 'Pino la rana' a trent'anni dall'omicidio di Pier Paolo Pasolini.
Naldini, sentito dall'AdnKronos, è cugino dello scrittore assassinato
all'Idroscalo di Ostia il 2 novembre 1975. ''Quel giorno avevo pranzato
con lui. La sera ero a cena con Fellini e Laura Betti. Fu lei che mi avvertì
la mattina dopo''.
Naldini, il giorno successivo
all'omicidio, va a riconoscere il corpo maciullato di Pasolini: ''Sono
stato l'ultimo a vedere le sue forme'' afferma. ''Chi sferra un colpo ai
genitali di un uomo sa che la sua vittima diventa inoffensiva. Pasolini
a seguito di quel colpo stramazzò e si contorse in un dolore che
lo ha paralizzato. Non si può mettere a confronto la sua forza con
quella di un diciassettenne."
"Devo ammettere" afferma
ancora Nico Naldini, "che non ho dedicato la mia vita a rincorrere fantasmi.
Avevo tanti amici anche tra i magistrati. Figurarsi se non avrei fatto
la terza guerra mondiale per ottenere la verità".
Graziella Chiarcossi:
Anche volendo, da un punto di vista legale non ho la possibilità
di fare nulla per Pier Paolo;. Graziella Chiarcossi, cugina di Pier Paolo
Pasolini, a distanza di trent'anni dal delitto dello scrittore, appare
ancora scossa dalla vicenda. Perciò invitata dallAdnKronos ad una
riflessione sulle nuove dichiarazioni di Pino Pelosi che riaprono il caso,
glissa con un "non ne voglio sapere nulla".
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Ticino
on line, 7 maggio 2005
Italia: si riapre
il caso omicidio Pasolini, Ticino on line 7 maggio
Pino Pelosi, per trent'anni
considerato l'omicida di Pier Paolo Pasolini, e che per questo ha trascorso
nove anni in carcere, cambia il corso di una vicenda giudiziaria che a
molti era sembrata chiusa in modo frettoloso è dice: "Sono innocente,
non ho ucciso Pasolini".
Pelosi sceglie il piccolo
schermo per fare quella che può definirsi una rivelazione chock.
"Ho vissuto 30 anni nel terrore", spiega Pelosi in un'intervista di Franca
Leosini nel corso della trasmissione di Rai Tre "Ombre del giallo". Sul
perché solo adesso ha deciso di cambiare la sua versione dell'omicidio
accaduto nel 1975 all'Idroscalo di Ostia, risponde: "Ora non ho più
paura. Le persone che avevano minacciato me e la mia famiglia, saranno
anziane o morte". E aggiunge: "Questa è la verità, che devo
fare?".
Nonostante le rivelazioni
di Pelosi la Procura di Roma non sembra intenzionata, al momento a quanto
si apprende, a riaprire le indagini sull'omicidio del regista-poeta poiché
le dichiarazioni fatte da Pelosi, condannato a 9 anni per quel delitto,
vengono ritenute "generiche”.
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