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l'Unità,
8 maggio 2005
Un Altro Mistero
Italiano, di Roberto Cotroneo, l'Unità 8 maggio 2005
1. Trent'anni. Il 2 novembre
del 2005 saranno trent'anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini. Una morte
violenta. Un assassinio, mai chiarito del tutto. Il 2 novembre, il giorno
in cui si commemorano i morti. Nella storia della Repubblica, nella storia
sociale e culturale di questo paese, quella data è cruciale. Ferma
i ricordi di tutti. La radio, con la voce neutra dell'annunciatore diceva
che era stato trovato il corpo senza vita dello scrittore Pier Paolo Pasolini.
In una località isolata, vicino Ostia. L'assassino verrà
identificato il giorno dopo. Attraverso una serie di incongruenze e di
incertezze che non verranno mai risolte. Ma in quella data si è
rotto qualcosa. Da quel giorno c'era poco da tornare indietro. Certo tre
anni dopo ci sarebbe stato il 16 marzo del rapimento di Aldo Moro e dell'uccisione
dei suoi uomini di scorta, ancora due anni e il 2 di agosto, a Bologna,
le macerie della stazione avrebbero ferito a morte tutto il paese, nello
scempio di una strage che rende inutile qualsiasi parola.
Ma quel 2 novembre c'era
lo scrittore Pasolini. E c'era un paese che si svegliava strano, con una
tremenda inquietudine.
2. Eppure di violenza se
n'era già vista troppa. Ragazzi morti alle manifestazioni. Scontri
di piazza, violenza politica, terrorismo che muoveva i primi passi. Poliziotti
e carabinieri uccisi. Per non dire delle bombe, a cominciare da piazza
Fontana, per continuare con l'Italicus nel 1974. Non si era ancora all'apice,
ma la strada della violenza era tutta in discesa. Eppure le
parole del radiocronista quella mattina erano asettiche. Il corpo dello
scrittore Pasolini. In quella frase c'era tutto quello che si doveva sapere.
Il corpo, il corpo di uno scrittore e di un poeta, massacrato. Quel corpo
scandaloso era stato una delle provocazioni più forti e più
intollerabili dentro quella società borghese. Come si diceva allora.
Pasolini era colpevole di scrivere per il Corriere della sera. Pasolini
era colpevole di essere un uomo che voleva processare
la Dc e di volerlo fare dalla tribuna più forte, più
alta, e più rispettabile del paese. Dal giornale che fu di Albertini,
e poi di Spadolini. Dal giornale della borghesia milanese. E voleva processare
la Dc uno che non era cattolico, non era liberale, non era nemmeno comunista:
ovvero un avversario istituzionale.
Lo scrittore Pasolini. Uno
scrittore dei tempi in cui si diceva «lo scrittore»: lo scrittore
Bassani, lo scrittore Moravia, la scrittrice Elsa Morante. Alle signore
si aggiungeva il nome proprio. Lo scrittore Pasolini, appunto. Oggi non
si usa più. Non si dice lo scrittore Baricco, lo scrittore Faletti,
la scrittrice Margaret Mazzantini. Ancora si usa per Alberto Arbasino.
Per Umberto Eco. Per quelli lì, che fanno gli scrittori oggi e li
facevano anche allora. Senza star troppo a sottilizzare se le s devono
essere maiuscole o minuscole.
Era un mondo, una categoria
dello spirito, una riconoscibilità per tutti. Il macellaio sotto
casa mia, lo ricordo, disse a mia madre, un po' a bassa voce, quasi bisbigliando.
«È stato ammazzato lo scrittore Pasolini». E mia madre
annuì, perché lo aveva sentito alla radio, anche lei. Lo
scrittore Pasolini era scrittore per tutti, anche se poi magari i suoi
articoli non erano per tutti, e neppure le sue poesie o i suoi film. Così
quando l'appuntato Cuzzupè pesca un sanguinante Pino Pelosi, detto
la Rana, alla guida di una Alfa GT dalle parti del Policlinico a Roma,
e lo arresta per furto di auto. Gli dice partecipe, anche lui: «Hai
rubato a uno scrittore famoso». Cuzzupè non sa che lo scrittore
famoso giace in un mare di sangue all'idroscalo di Ostia, pensa che gli
è solo capitata la sventura di un furto d'auto, e per mano di un
diciassettenne. Questo lo scopriranno dopo. Quando Maria Teresa Lollobrigida
scende dalla macchina, alle 6.30 del mattino pronta a passare una domenica
di festa, nella baracca abusiva sul grigiastro mare di Ostia, assieme al
marito e al figlio. E vede una specie di sacco, o così a lei sembra
in quella luce incerta. Pensa alla spazzatura, si avvicina e scopre che
di spazzatura non si tratta. Ma purtroppo è il corpo di un uomo
morto.
3. Hai rubato a uno scrittore
famoso. Dice il milite Cuzzupè. Un milite di oggi avrebbe detto:
hai rubato a uno famoso. Oggi si è famosi per essere famosi. Allora
si era famosi per qualcosa. Pasolini, in particolare, era famoso per essere
uno scrittore. E a bassa voce per essere uno scrittore che non aveva mai
fatto alcun mistero, tutt'altro, della sua omosessualità. Le due
cose, in quella morte vanno assieme. Assassinio in ambiente omosessuale.
L'ambiente era lo sterrato di quel campo di calcio. In un posto dimenticato
da dio, senza un lampione, con una strada piena di buche. È inutile
ripetere oggi che tutto quello che accadde quella notte, e poi dopo, e
anche prima, non è mai stato chiarito. Sono stati scritti libri,
sono stati girati film, sono state fatte inchieste giornalistiche. Solo
che la versione di quel paese, la storia raccontata dopo, aveva qualcosa
di terribilmente datato già allora. Come se una brutta letteratura,
che faceva malamente il verso alla cosiddetta letteratura pasoliniana (che
di fatto, però, non è mai esistita) si fosse impossessata
anche della dinamica della morte di Pasolini. Qualcuno ci ha voluto far
credere che Pasolini si sia scritto da solo le pagine della sua morte,
ed è stato fatto con uno stile, con un modo che aveva qualcosa di
verosimile, e al tempo stesso suonava esageratamente didascalico.
4. Pensate a quella Roma,
Pasolini era un uomo forte, un buon calciatore, un pugile dilettante, con
una voce sottile. Quel giorno era in maglietta, aveva un paio di jeans.
Va a cena con il suo amico Ninetto Davoli, i due figli e la moglie di Davoli
da «Pomodorino» una trattoria di San Lorenzo, quartiere popolare
di Roma. Ancora oggi, popolato di localini e studenti universitari. Non
è di buon umore. Nel pomeriggio ha passato qualche ora dando un'intervista
a Furio Colombo, per «La Stampa». Sarà l'ultima
intervista di Pasolini che uscirà il successivo 8 novembre. Il titolo
è profetico: «Siamo tutti in pericolo». Pasolini dice
che per arrivare alla trattoria non ha guardato in faccia nessuno. che
la gente sta diventando violenta. Sembra persino che abbia paura. Dopo
aver cenato con la famiglia Davoli prende la sua Alfa GT, gli piacciono
le auto veloci, le Alfa Romeo, e si dirige dalle parti della stazione Termini.
Sta cercando qualcuno. E qualcuno trova. Nella versione di Pelosi, Pasolini
accosta vicino a un gruppo di ragazzi, con la sua macchina color argento.
E Pelosi dirà: «l'ho riconosciuto subito, era quel Pasolini».
Il resto della storia è
una ricostruzione posticcia, e piena di incongruenze, ma rientra perfettamente
nel luogo comune della vicenda e della messa in scena. Pelosi ha 17 anni
e 4 mesi. Otto mesi ancora e rischiava 30 anni di carcere. Quegli otto
mesi gli rendono la pena più tollerabile. Pasolini voleva avere
un rapporto sessuale. Pelosi si rifiuta. Pasolini lo rincorre, Pelosi lo
colpisce, poi non capisce più nulla, continua a colpirlo. Finché
non prende la macchina e passa sopra il corpo dello scrittore fuggendo
verso la città. Un atto sessuale richiesto, non voluto, che ha generato
una reazione. Nell'Italia di quegli anni lo scrittore Pasolini finisce
per rendere pubblica, tragicamente, una vita che ha tenuto sotto traccia.
E quella fine è come se invalidasse un po' tutto. Gli scritti corsari,
quell'etica straordinaria che ha fatto dello scrittore e poeta friulano
la voce più intensa e più suggestiva di tutto il dopoguerra.
In questo senso Pasolini è stato ucciso due volte. E probabilmente
è stato ucciso in questo modo perché era importante che si
inficiasse profondamente l'altro Pasolini. Quello della prima pagina del
«Corriere della sera». Quello che parlava in quel modo. E si
badi bene, non era l'unico a farlo in quella maniera, anche se lui era
forse il più lucido: ma era l'unico a farlo rivolgendosi a un mondo
che da quelle cose, che da quel metodo, che da quel rigore, non doveva
essere trascinato, un mondo di moderati che non doveva percorrere i sentieri
del dubbio.
5. Le ultime parole pubbliche
di Pasolini sono quelle dette a Furio Colombo il 1° novembre 1975.
E pubblicate postume sulla «Stampa». «Quello che impedisce
un vero dialogo con Moravia, ma soprattutto con Firpo, per esempio, è
che sembriamo persone che non vedono la stessa scena, che non conoscono
la stessa gente, che non ascoltano le stesse voci. Per voi una cosa accade
quando è cronaca, bella, fatta, impaginata, tagliata e intitolata.
Ma cosa c'è sotto? Qui manca il chirurgo che ha il coraggio di esaminare
il tessuto e di dire: signori, questo è cancro, non è un
fatterello benigno. Cos'è il cancro? È una cosa che cambia
tutte le cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco, fuori da qualsiasi
logica precedente. È un nostalgico il malato che sogna la salute
che aveva prima? (...) Io ascolto i politici con le loro formulette, tutti
i politici e divento pazzo. Non sanno di che Paese stanno parlando, sono
lontani come la Luna. E i letterati. E i sociologi. E gli esperti di tutti
i generi».
Perché pensi che
per
te certe cose siano talmente più chiare? «Non vorrei parlare
più di me, forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie
esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film.
Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo».
6. Sarebbe facile dire che
furono parole profetiche. Ma invece non lo furono affatto. Era semplicemente
la capacità di capire il carico di violenza che stava scatenandosi
nel paese. Non c'è profezia in Pasolini, mai. C'è consapevolezza.
Una lettura più attenta del presente, non l'intuizione del futuro.
Di questa consapevolezza del presente lui ne avrebbe fatto le spese per
primo. Il 14 novembre 1975, Oriana Fallaci, sull'«Europeo»,
riferirà di testimoni che giuravano di aver visto due motociclisti
con catene che colpivano Pasolini. Non era più in quel caso l'atto
di un ragazzino indignato e spaventato per profferte sessuali, ma un complotto.
Perché se erano in
tre, e Pelosi diceva, come riferivano anonimi testimoni: «E mo' mi
lasciate qui, e mo' che fate...» fu complotto. Se Pelosi mentiva
e copriva qualcuno, fu complotto. Se mentiva e si attribuiva tra l'altro
un omicidio non commesso, era anche più di un complotto. Per la
verità processuale cambia molto. E per le coscienze individuali
un po' meno. Per la storia del nostro paese, probabilmente poco.
7. La morte di Pasolini è
stata come la morte di Gramsci. Più che un assassinio, e più
che un assassinio politico, come molti hanno sostenuto, la fine di una
possibilità, lo spegnersi violento e vile di un'intelligenza da
cui non si poteva prescindere. E che doveva suscitare rabbia. Sono stati
molti gli intellettuali importanti in questo dopoguerra. Abbiamo guardato
l'Italia degli anni Cinquanta e Sessanta con gli occhi di Moravia, della
Morante, dei fratelli d'Italia di Arbasino, dietro le nebbie della Ferrara
di Bassani, attraverso la lente vivida e nitida di Volponi, con il sarcasmo
amaro di Ottieri, e con la volteriana sicilianità di Leonardo Sciascia.
Abbiamo imparato a leggere i segni del mondo da Umberto Eco e ci siamo
mossi con rispetto e attenzione nei sentieri che si biforcano di Calvino.
Ma Pasolini era altro. Moderno in una maniera strana. Con squarci improvvisi
di futuro, e allo stesso tempo passaggi desueti. Uomo di letteratura, uomo
di versi, e uomo di cinema.
8. Questi trent'anni cosa
sono stati? Sono stati un nodo irrisolto. La morte di Pasolini è
una delle tragedie che fanno di questo paese un paese incompiuto. Assieme
alla morte di Moro, soprattutto. Qualcuno ci ha chiuso una finestra che
si era miracolosamente aperta. Gli anni Sessanta in Italia, il '68, il
terrorismo, sono stati letti da Pasolini in un modo che andrebbe meditato
ancora oggi.
Con la sua morte si è
spezzata una corda. Tesa al massimo. «Siamo tutti in pericolo»,
ha detto nelle sue ultime parole, e ha aggiunto: «ho sempre pagato
di persona». In troppi hanno approfittato della sua morte credendo
che tutto sarebbe tornato normale, nei binari di un paese oscuro e ingiusto.
E sembrava dovesse accadere come in quella scena di Salò,
il suo ultimo film, dove, dopo tutti gli orrori della guerra civile, i
due giovani repubblichini provano a imparare a ballare al suono di un grammofono.
9. Ma i nodi sono ancora
tutti lì, tutti aperti. Come se quell'assassinio, quella «messa
in scena pasoliniana» sia servita solo a insegnarci che non vanno
raccontate solo le cose che si vedono. Ma vanno prima di tutto raccontate
le cose che ci sono. Ora Pelosi dice che non è stato lui. Che c'erano
altri tre e dicevano: «sporco comunista, fetuso e fetente».
Dice che era «gente del sud». E dice che parla adesso perché
i suoi genitori sono morti. È un mistero continuo in questo paese,
non abbastanza marginale perché non ci sia arrogantemente il bisogno
di negare persino i misteri, né sufficientemente civile perché
i misteri vengano assolutamente chiariti. Pochi giorni fa piazza Fontana,
nessun colpevole, il macigno Moro, la strage di Bologna, la strage dell'Italicus,
quella di piazza della Loggia a Brescia... le trame nere, la strategia
della tensione, l'omicidio Pecorelli... rimane tutto lì a dispetto
di tutto, a dispetto dell'oblio che farebbe comodo a troppi. In fondo c'è
forse una forma di verità incancellabile, che esce uguale anche
se la schiacci in fondo in tutti i modi.
* * *
Liberazione,
8 maggio 2005
Si riapre il caso
Pasolini: Pelosi innocente? di Antonella Marrone, Liberazione 8 maggio
«Non sono io l'assassino
di Pasolini», dopo trent'anni la confessione di Pelosi. Potrebbe
riaprire il caso, certo. Furono altri tre a pestarlo, racconta davanti
alle telecamere di "Ombre sul Giallo", in onda ieri sera su Raitre. Poi,
dice ancora, come disse allora, scappando, per il panico, lui travolse
il corpo e lo uccise. Una verità nuova che suscita non poca soddisazione:
chissà, forse c'è la possibilità di togliere quel
velo di dubbi che si agita intorno alla notte del 2 novembre nonostante
il "reo confesso". La morte di Pier Paolo Pasolini ucciso all'Idroscalo
di Ostia dal solo Pino Pelosi, non ha mai convinto fino in fondo. Pino,
detto "la rana", era all'epoca un diciassettenne che lavorava in panetteria,
moro e riccioluto, aria da "scampanato" (lo diceva lui stesso), ma era
anche un "ragazzo di vita". Incontrò Pasolini vicino la stazione
Termini e con lui, dopo una sosta alla pizzeria "Biondo Tevere", si appartò
in macchina, all'Idroscalo. Quello che accadde dopo è questione
di attimi e di paure.
Nel processo di primo grado
Pelosi fu condannato per l'omicidio "in concorso con ignoti". Poi, sia
in Appello che in Cassazione, la condanna fu confermata, ma senza il "concorso".
Pelosi sconta 9 anni ed esce di prigione nel 1984. Ora ha deciso di dire
la verità su quella notte. Perché oggi, a trent'anni di distanza?
Perché ho 46 anni, perché i miei sono morti e quegli uomini
probabilmente lo sono anche loro. Probabimente. In ogni caso la minaccia
che fecero quella notte al ragazzo, impaurito e confuso, la minaccia di
fare del male alla sua famiglia, funzionò, secondo questa nuova
verità. Il panettiere-ragazzo di vita negò sempre la presenza
di altri, anche quando si fece il nome dei fratelli Borsellino di Catania,
negò.
La confessione durante l'intervista
a Franca Leosini, ideatrice e conduttrice del programma, è puntuale,
con molti particolari. Un racconto che cambia radicalmente rispetto al
passato: «Sono stato picchiato, minacciato da una persona con la
barba, i capelli ricci, che mi ha preso per il collo, mi diceva "fatti
i c... tuoi"
Pasolini è stato
tirato fuori dalla macchina e hanno cominciato a picchiarlo in modo inaudito.
Io ho cercato di reagire, per difendere il signor Pasolini, e ho preso
una mazzata al naso. Questo poveraccio urlava, mentre loro lo massacravano».
I nomi comunque non li dice. Sui volti dei tre, al di là dell'aggressore
con la barba, Pelosi non fornisce ulteriori dettagli, se non che potevano
avere "sui 45, 46 anni". Però «avevano un accento del sud,
calabrese o siciliano. Gli dicevano 'fetuso, arruso, sporco comunista».
Dice di non averli mai visti prima, mentre il ricordo del delitto è
agghiacciante: «Si aggrappava al tettuccio, non voleva uscire, ma
l'hanno letteralmente tirato fuori. Poi lo hanno picchiato selvaggiamente,
finché lui rantolava». Mistero su come la macchina dei presunti
assassini li avesse raggiunti, mistero sul perché il corpo di Pasolini
è stato rinvenuto a distanza dal luogo della prima aggressione:
qui Pelosi non spiega. Si avvicina per un momento al corpo massacrato e
poi «ho "sbiellato", come diciamo noi, ho preso e sono partito con
la sua macchina». Restano molti punti oscuri ed è forse questo
il motivo per cui la procura di Roma si dimostra scettica sulla possibilità
di riaprire il caso. «Pelosi, nella sua intervista alla Rai - dicono
da Piazzale Clodio Clodio - si limita a dire di non essere stato l'autore
del delitto e chiama in causa altre persone. Di queste, però, non
rivela i nomi e non fornisce elementi utili alla loro identificazione.
A trenta anni dai fatti, insomma, l'unico condannato di questa vicenda
decide di tornare allo scoperto aggiungendo che forse i veri responsabili
dell'omicidio sono morti. L'intervista, da sola, dunque, non basta per
riaprire il fascicolo». Diverso il parere dei due legali di parte
civile dell'epoca, Nino Marazzita e Guido Calvi: «In questa confessione
- sostiene Marazzita - c'è l'elemento preciso della "notizia criminis"
per la riapertura delle indagini. La prima cosa che l'autorità giudiziaria
dovrà fare sarà quella di sentire Pelosi». Secondo
Calvi «è doveroso che la magistratura accerti la fondatezza
di quanto dichiarato da Pelosi e, se possibile, identifichi gli assassini
che uccisero barbaramente Pier Paolo Pasolini».
* * *
la
Repubblica, 8 maggio 2005
"So io chi ammazzò
Pier Paolo, non mi hanno mai voluto sentire"
di Anna Maria
Liguori, la Repubblica 8 maggio
"Pino
Pelosi ha detto tante bugie, bisogna riaprire l'inchiesta. Per fargli dire
la verità, tutta fino in fondo, dovrebbe rispondere alle mie domande.
Vorrei un confronto con lui. Io so, con esattezza, come sono andati i fatti".
Sergio Citti, 72 anni, amico fraterno e stretto collaboratore di Pier Paolo
Pasolini, è da anni molto malato. La sua mente però è
lucida e al telefono si commuove più volte mentre racconta la sua
versione dei fatti "quella che - dice - doveva venir fuori trent'anni fa".
Perché è
così sicuro che Pelosi mente?
"Ho parlato con Pier Paolo
l'ultima sera, prima che uscisse. Mi disse che andava alla stazione Termini
perché aveva appuntamento con un gruppo di ragazzi, non con tre
com'è stato detto, ma con cinque come ho appurato dopo. Non mi nominò
mai Pelosi, non disse "vedo un amico" come sempre faceva. Non c'erano segreti
tra noi. Queste cose avrei voluto dirle ai giudici ma non sono stato mai
chiamato a testimoniare. A quel tempo la cosa che si temeva di più
era fare chiarezza..."
La colpa secondo lei è
di chi ha fatto le indagini?
"I giudici hanno fatto un
processo disonesto. Nessuno ha voluto cercare la verità. Io ho filmato
i posti dove dicono sia avvenuto il delitto, ho ricostruito minuto per
minuto quello che è successo in quelle ore. Avevo una "gola profonda".
Parlavo con una persona che mi ha raccontato di quella sera. Una testimonianza
di prima mano, vera, attendibile. Lui ha visto. Io a Pelosi direi solo
un nome, quello di questa persona, e lui sarebbe costretto a dire finalmente
quel che sa".
Qual è la verità
che secondo lei non è mai stata svelata?
"Pino Pelosi era solo un
ragazzo. Ha fatto da esca a quei cinque. Non erano amici suoi, questo è
da sottolineare. Lui non conosceva neppure i loro nomi. L'hanno solo usato,
serviva qualcuno a cui accollare il delitto. Pelosi è dovuto stare
al gioco di questa gente, gente 'rispettabile' che aveva ordinato l'omicidio.
Il ragazzo non aveva nessuna possibilità di ribellarsi, anche se
avesse voluto. Pier Paolo è stato ammazzato sulla Tiburtina e poi
è stato portato a Ostia dove lo ha trovato la polizia. Sono stati
gli altri a metterlo in macchina e a trasportarlo fin lì".
È la tesi del complotto
che gli inquirenti hanno scartato.
"E hanno commesso un errore.
La sua morte è convenuta a tante persone. A chi aveva paura della
sua mente, del suo spirito e della sua capacità di essere libero.
L'Italia deve molto a Pasolini. Eppure per lui la maggior parte della gente,
ora come allora, non prova né odio né amore ma solo morbosità.
Nessuno lo conosce davvero. All'estero sì, lo studiano, sanno chi
è, ne ammirano la grandezza e ce lo invidiano. E io prima di morire
vorrei che si facesse luce sulla sua assurda morte".
* * *
Pasolini, nessuna
nuova inchiesta, ma la parte civile non ci sta, la Repubblica 8 maggio
La
Procura di Roma ha ribadito oggi di non voler riaprire le indagini sull'omicidio
Pasolini. Malgrado le ultime dichiarazioni di Pino Pelosi, che per la prima
volta ha detto di non essere lui il colpevole della morte dello scrittore,
che invece sarebbe stato vittima (secondo la sua nuova ricostruzione) di
una spedizione punitiva compiuta da tre persone. Secondo quanto è
trapelato da Palazzo di giustizia i magistrati riterrebbero insufficienti
i motivi per riprendere il mano l'indagine sull'omicidio, avvenuto il 2
novembre 1975. I legali della famiglia, però, non ci stanno: l'avvocato
di parte civile, l'avvocato Nino Marazzita, domani depositerà una
memoria contenente i nuovi elementi, come lui stesso ha annunciato oggi.
Un modo per spingere la Procura a indagare di nuovo.
Marazzita ha precisato che
l'iniziativa è stata decisa in seguito alle "nuove tracce investigative
fornite dalle dichiarazioni rilasciate da Pino Pelosi in tv e dal regista
Sergio Citti sulla stampa". Si tratterebbe, secondo il legale, di "tracce
che vanno solidificate da un punto di vista giudiziario: dovrà quindi
essere aperto un nuovo fascicolo".
Intanto anche Citti, amico
fraterno di Pasolini - e da sempre sostenitore della tesi che lo scrittore
fu vittima di una vera e propria esecuzione - oggi ha ribadito di voler
essere sentito dai magistrati, cosa che non avvenne ai tempi dell'omicidio.
Il regista, 72 anni, malato, da alcuni mesi costretto su una sedia a rotelle,
ha ricordato i giorni precedenti l'omicidio. Fornendo anche un possibile
movente.
"Fecero un furto della pellicola
del film Salò alla Technicolor - ha raccontato - il giorno
dopo venne uno da me, che conoscevo, e mi disse: 'Sergio, vogliamo parlare
con Pasolini per il materiale che hanno dei ragazzi, che vogliono dei soldi,
2 miliardi. Telefonai a Pasolini ed andammo dal produttore, Grimaldi, che
mi disse 'posso dare al massimo 50 milioni'. Quell'uomo tornò da
me e mi portò al bar dove si aggirava Pelosi. Io aspettai fuori,
lui andò dentro: qualcuno gli disse 'No, non accettiamo'".
Poi Citti ha proseguito
nel suo racconto: "Questi volevano il numero di Pasolini. La sera prima
di partire per Stoccolma Pier Paolo, io e la mia ex moglie abbiamo cenato
assieme a Pasolini e a Ninetto Davoli a Ostia. Pasolini mi disse che un
ragazzo gli aveva telefonato, che non volevano più una lira e che
gli volevano riconsegnare il materiale. Pier Paolo allora disse 'domani
vado a Stoccolma, quando torno li vedro', mi hanno detto 'Ci dispiace'
, vogliamo ridarti tutto'".
"Tanto è vero - prosegue
Citti - che quando tornò gli telefonai, dicendogli: Pier Pa', ci
vediamo? ma lui rispose: 'No, Sergio, stasera devo andare a mangiare con
Ninetto e poi devo andare da questi ragazzi'. Così fece, non dicendo
nulla a Ninetto, andando poi alla stazione Termini, dove c'era Pelosi,
e restandoci venticinque minuti. Qui Pelosi telefonò, non so a chi,
e qualcuno gli disse: 'A mezzanotte ed un quarto vieni e gli diamo la roba'.
Allora Pasolini ha aspettato, è andato lì ed invece, così
mi fu raccontato, lo hanno aggredito, è scappato, l'hanno ripreso
e bastonato, fece finta di essere svenuto. Qualcuno all'Idroscalo vide
ciò che accadeva, ma non ha mai testimoniato".
* * *
il
manifesto, 8 maggio 2005
Pasolini, la verità,
Di Gianfranco Capitta, il manifesto 8 maggio
Dunque,
trent’anni dopo il fattaccio, anche Pino Pelosi, detto allora «la
rana», si decide oggi a dirci «la verità»: non
era da solo a uccidere Pasolini quella notte, ma assieme a tre misteriosi
giovanotti che infierirono sul poeta, addirittura tenevano fermo lui mentre
ripassavano «il lavoro» fuori della famosa Giulietta. Lo dice
davanti a una giornalista che fruga nelle memoria impudica dei più
efferati delitti. Però quella tesi è stata sostenuta e vagliata
da persone di rango, una intellettuale come Laura Betti ci ha di fatto
dedicato una vita, c’è stata una indagine più complessa di
un processo. Potremmo sentirci tutti soddisfatti, chi ha sempre sostenuto
il complotto assassino e chi non si è mai accontentato di quella
tragedia vista come un’avventura notturna andata male, come hanno sancito
i tribunali. C’era chi arrivava a parlare di big della politica come mandanti,
chi di forze oscure che pure avevano una loro plausibilità momentanea
(Pasolini scriveva prima di morire sul Corriere, appena disinfettato da
Ottone dei liquami P2). Eppure, nonostante la soddisfazione che queste
parole tardive di Pelosi potrebbero avere per chi ne ha sempre intuito
la verità, e nel caso non automatico che possano avere un seguito
giudiziario, finisce per prevalere il dubbio.
Trent’anni sono tanti, e
non può bastare a giustificarli la paura delle minacce e l’incolumità
dei congiunti. Pelosi questa ipotesi se la è sentita rivolgere molte
volte, perfino in tribunale, ma si è sempre barricato nel regolamento
di conti privato, trasceso fino all’ingiuria automobilistica sul cadavere
del poeta. Neanche in una fiaba dei fratelli Grimm si devono aspettare
trent’anni per sciogliere un malefizio, tanto più se il danno commesso
si è rivelato incalcolabile, non rimarginabile, come l’assenza di
Pasolini.
Le parole di Pelosi sono
vaghe ma danno contorni umani (anzi meridionali, addirittura siciliani)
a quei carnefici, che sono stati identificati nel tempo con la mafia, la
P2, la banda della Magliana... Ma neppure la verità più desiderata
può essere accettata in quell’identikit. Perché il caso Pelosi
sembra l’ennesimo tassello del tormentone degli anni ‘70, di una stagione
di misteri che tanto più allarga i suoi orizzonti più rischia
di rimanere vaga e impunita. Come una cerbottana animata da un pendolo,
continuano a pioverci addosso brandelli drammatici degli anni '70, prima
il rogo di Primavalle, poi il ritorno del massacratore del Circeo, ora
la «confessione» tardiva di Pelosi. Il buco nero di quel decennio
continua a essere la stiva dei veleni.
Forse bisogna farsene carico
per davvero fuori dal cicaleccio mediatico. Pasolini, proprio nell’articolo
uscito due giorni prima di morire, aveva capito, e lui solo, la violenta
trasformazione che si era messa in moto nel tessuto profondo dell’Italia.
Rispondendo a Calvino che dava dei «mostri» del Circeo una
spiegazione tutta politica, ripeteva con pazienza la sua «litania»:
i modelli si unificavano tragicamente, si scimmiottavano da una classe
all’altra. I fatti, dopo quella tragica notte gli danno ragione. Un paese
trasformato e abbrutito nel midollo, consumatore e consumato da una politica
di piazzisti mediatici, offre ogni giorno un orrore, una doppia verità
dietro un apparente perbenismo: solo in questi ultimi giorni sangue a fiumi,
e proprio nel sud povero, non per deviazioni ancestrali, ma per una «modernità»
sbrigativa e di superficie: ci sono nomi che ormai danno i brividi solo
a sentirli: da Giusy a Denise fino al ritorno di Izzo. Se piazza Fontana
richiude ermeticamente le sue verità che pure tutti sanno, se Pelosi
confessa ora quei fantasmi assassini che poi si sarebbero volatilizzati
per sempre, se le leggi fanno sfumare tempi e modi certi di pene e prescrizioni,
c’è poco da sperare: questo paese è sempre più «orribilmente
sporco», ma nessuno sembra davvero voler cercare la verità
intera.
Piuttosto che rallegrarsi
di mezze verità già ampiamente acquisite, toccherà
assumersi davvero il peso e la sgradevolezza di quegli anni che pesano
ancora come il piombo.
* * *
Pelosi: ferito
per difendere Pasolini, Di Alessandro Mantovani, il manifesto 8 maggio
Si
mangia le parole e gesticola. Agitato. «Il primo commento è
che sono innocente, non sono complice di nessuno». Davanti alla telecamera
Pino «la rana» comincia così, tutto d'un fiato, subito
dopo aver assistito alla ricostruzione «ufficiale» dell’omicidio
di Pier Paolo Pasolini, quella che ci hanno consegnato i processi e le
sue stesse confessioni. «Ha ucciso Pasolini?», gli chiede Franca
Leosini, conduttrice di «Le ombre del giallo». «No, non
sono stato io, ho vissuto trent’anni nel terrore», risponde adesso
Giuseppe Pelosi, condannato a nove anni da minorenne per l’omicidio dello
scrittore. «Ho 46 anni, ne ho fatti 22 di carcere, ero terrorizzato,
hanno minacciato mio padre e mia madre. Ma ora mia madre è morta
di tumore e mio padre l’ha seguita undici mesi dopo. E queste persone o
saranno morte o saranno anziane, o avranno ottant’anni... Non ho più
paura». Quella notte all'Idroscalo di Ostia, la notte del 2 novembre
1975, aveva diciassette anni e faceva il garzone da un fornaio. Su Raitre,
ieri sera, Pino «la Rana» ha ripercorso l’incontro con Pasolini
a piazza dei Cinquecento, «ventimila lire per una toccatina»,
e il viaggio in auto fino all’Idroscalo, dopo la trattoria. Ma stavolta
la storia cambia, trent’anni dopo non c'è più il tentativo
di abuso e la reazione. «Ha fatto quell’atto sessuale, quindi si
è tolto gli occhiali, mi pare ovvio», dice Pelosi. «Io
sono sceso dalla macchina perché dovevo urinare e sono stato aggredito
alle spalle da una persona, e lui da altre due. Questo mi ha minacciato,
mi ha picchiato, mi diceva: Fatti i cazzi tuoi. Pasolini l’hanno preso
nella macchina, hanno cominciato in macchina e poi l’hanno portato fuori».
«L’hanno picchiato
in modo inaudito prima lì vicino alla macchina - prosegue Pelosi
- poi si sono allontanati. Non ho visto più. Non so se c’era qualche
altro corpo contundente più pesante», oltre ai famosi «bastoncini»
che da soli non potevano bastare. «Reagiva?», gli chiede Leosini.
«E che reagiva? Lo stavano a massacrare... Urlava. Urlava lui e urlavo
io. Poi ho provato a scappa’». A quel punto ha preso la macchina
e secondo l’istruttoria è passato sul corpo di Pasolini, finendolo.
«Se è successo sono inconsapevole», dichiara adesso.
E. corso via e si è
fatto arrestare poco dopo. Lui ci tiene a raccontare di essersi fatto male
«per tentare di difendere il signor Pasolini», perché
«io di Pasolini - insiste - non ho mai parlato male e voglio che
si sappia».
I due aggressori Pelosi
dice di non conoscerli, di non averli conosciuti prima e di non averli
mai visti dopo quella notte all’Idroscalo. Quando gli dicevano: «Ti
devi scordare di noi, ti devi fare i cazzi tuoi». Non sa chi siano,
così racconta. Eppure sarebbero riusciti a terrorizzarlo per trent’anni
e a fargli confessare e scontare un omicidio. Ora sostiene di ricordare
soltanto che erano «adulti, sui 45-46 anni». Rammenta una «barba»,
«capelli un po’ ricci» e «un dialetto del sud, non so
se siciliano o calabrese... i dialetti li ho imparati dopo in carcere».
E soprattutto un particolare, un insulto politico che fa pensare all’estrema
destra o a una malavita molto vicina all’estrema destra. «A Pasolini
- dice Pelosi - gridavano arruso, fetuso, sporco comunista, sporco frocio».
I primi due termini, che stanno per bastardo e fetente, sono senz’altro
siciliani.
Era lo stesso corpo dello
scrittore, del quale «Le ombre del giallo» ha mostrato ieri
alcune immagini inedite, a raccontare fin dal primo giorno che Pelosi non
poteva aver fatto tutto da solo. Gracile com’era non poteva aver ridotto
Pasolini, ben più robusto, in quello stato, con ferite e fratture
in varie parti del corpo. Sulla base delle perizie dell’epoca, il processo
di primo grado lo condannò infatti per «omicidio volontario
in concorso con ignoti». La procura generale ricorse però
in appello contro quella motivazione - «prima ancora del deposito
della sentenza» ricorda l’avvocato Nino Marazzita che con Guido Calvi
fu legale di parte civile della madre di Pasolini - e alla fine la
cassazione ha confermato una condanna senza concorso di ignoti.
La nuova versione di Pelosi
metterebbe al loro posto alcuni elementi che proprio non quadravano nella
ricostruzione uscita dai processi. Si è già detto dell’aggressione
in sovrannumero, da parte di più persone che probabilmente bloccarono
a terra la loro vittima. Poi ci sono gli occhiali, che furono trovati nel
portaoggetti dell’Alfa Romeo: se Pasolini è stato strappato a forza
dall’auto gli occhiali sono rimasti lì, mentre li avrebbe senz’altro
presi - hanno sempre detto tutti coloro che lo conoscevano - se per
qualsiasi ragione fosse uscito volontariamente dalla macchina.
Pino «la rana»
ha cambiato versione ma sembra sempre lo stesso. Franca Leosini osserva
facilmente che «ha detto delle cose vere e ne ha taciute altre».
Per l’omicidio Pasolini aveva preso nove anni, è uscito in semilibertà
dopo sette (nell’82) e da allora ha fatto dentro e fuori, in genere per
furto, nel 2000 l’ultimo arresto per rapina. «Mi arrangio in uno
sfascio abusivo», uno sfasciacarrozze, «distruggo le macchine,
le smonto...», questa l’occupazione dichiarata attuale. «Cerco
lavoro. Dovevo fare il camionista ma m’hanno tolto la patente. Quelli che
hanno fatto le stragi vanno in giro, quelli che hanno ammazzato la madre
e il padre vanno in giro... invece Pelosi è sempre il bieco assassino
di Pasolini». Invoca più volte: «Basta, pietà».
L’intervista l’hanno chiusa così.
Nello studio di «Le
ombre del giallo» c’erano anche gli avvocati Calvi, oggi senatore
Ds, e Marazzita. A quest’ultimo il racconto di Pelosi e il riferimento
ad aggressori siciliani ha ricordato il particolare di un’auto targata
Catania, una Fiat 1300 o 1500 di colore blu che sarebbe stata vista nei
pressi dell’Idroscalo. Entrambi i legali chiedono che la procura di Roma
riapra l’istruttoria per ascoltare Pelosi. «La procura deve impegnarsi
a indagare», insiste Calvi dopo che fonti di agenzia attribuiscono
un certo scettiscismo ai magistrati.
* * *
“Mezze verità,
un polverone”, di Silvana Silvestri, il manifesto 8 maggio
La
notizia che Pino Pelosi ha confessato in una trasmissione tv (Le ombre
del giallo di Franca Leosini) di non essere stato lui il diretto responsabile
della morte di Pasolini, ucciso invece a bastonate da tre picchiatori fascisti,
ci ha riportato alle immagini del film di Marco Tullio Giordana Pasolini
un delitto italiano. Proprio qualche giorno fa il regista ci aveva
raccontato, in occasione della presentazione del suo ultimo film che sarà
il 15 in concorso a Cannes (e il 13 nelle sale) di essersi allontanato
per la prima volta dall’elaborazione di tematiche legate agli anni ’70
dei misteri non risolti, i nostri anni più rischiosi, più
densi di delitti e stragi senza colpevoli. In effetti anche il suo ultimo
film parla di questo, di un popolo sotto anestesia, di come siamo diventati.
Abbiamo chiesto a Marco Tullio
Giordana un parere su queste rivelazioni in tv, lui che ha conosciuto bene
il personaggio.
Pino Pelosi era già
stato intervistato qualche anno fa in tv e già allora lasciava intendere
cose più grandi di lui... Ho visto quell’intervista fatta alcuni
anni fa dalla stessa Leosini, dove già si ribadiva la tesi che non
aveva agito da solo. Non posso fare commenti su questa nuova intervista
perché ancora non l’ho vista, ho solo letto quello che ha riportato
la stampa, non posso fare commenti su cose solo riportate. Però
posso dire due cose: la prima è che sono sempre stato convinto che
Pelosi non agì da solo, anche se non ho idea di chi fossero i suoi
complici. Pelosi ebbe il ruolo di comparsa utile a coprire complici maggiorenni
che sarebbero stati condannati e, poiché lui all’epoca era minorenne,
fu condannato a poco meno di dieci anni che poi furono ridotti a sette.
Sono anche convinto che abbia tenuto la bocca chiusa per paura che queste
persone si sarebbero potute vendicare se lui avesse parlato.
E la seconda?
La seconda cosa è
che trovo curioso che a distanza di trent’anni questo coperchio degli anni
settanta stia per scoppiare da tutte le parti e tutto in una volta: in
pochi giorni abbiamo avuto la sentenza su piazza Fontana, Izzo, l’assassino
del Circeo è tornato a uccidere, e questa dichiarazione sull’uccisione
di Pasolini. Ho un sospetto: improvvisamente questa materia indagata per
anni e di cui non si è mai venuti a capo, come mai viene in scadenza
tutta insieme oggi? Non mi do nessuna risposta, come non riesco a spiegare
perché questo improvviso impulso a confessare dopo trent’anni. A
parte il caso Izzo, che è un criminale mascalzone che è riuscito
ad abbindolare chi gli ha concesso la libertà, gli altri casi sono
più oscuri. Non sarà perché nella nostra storia in
alcuni momenti precisi si cerca di spostare l’attenzione dell’opinione
pubblica?
Tutta questa materia orribile,
mostruosa come un minestrone rancido esplode e la verità non si
sa mai. Potrebbe essere un fatto nuovo, una prova che non si tratta di
polverone se facessi nomi e cognomi. Se si dicono mezze verità si
confondono le cose ancora di più. Se si dicono le cose a metà
è un polverone. Non ho visto la trasmissione e penso che quando
la vedrò potrò farmi un’opinione diversa anche guardando
le facce, l’espressione degli occhi. Chi fa questo lavoro riesce a giudicare
anche attraverso i particolari della composizione dell’immagine. Dai miei
incontri con Pelosi ho sempre avuto la sensazione che mentisse e capito
che ha coperto i suoi complici. Però tu puoi avere un’opinione più
approfondita non solo per avergli parlato, ma anche per aver studiato
a lungo il caso.
Ho anche pubblicato un libro
quando uscì il film, un libro che l’editore farà uscire nuovamente
tra qualche mese (è un po’ restio a dirlo per non farsi pubblicità,
vogliamo segnalare che il libro Pasolini un delitto italiano, titolo
uguale al film, uscirà in autunno negli Oscar Mondadori, ndr).
Se uno legge il libro non sarà sorpreso delle parole dette oggi
da Pelosi. E ho dovuto togliere sia dal film che dal libro parecchie dichiarazioni
di altre persone perché non erano disposte a ripeterle di fronte
a un tribunale. Tutto l’insieme è inquietante e potrebbe avere una
spiegazione, a volerla trovare. Il problema è che non sono mai state
fatte indagini serie, altrimenti si sarebbero portati alla luce i fatti.
L’Italia è disinteressata a conoscere la propria storia. Solo alcuni
si ostinano, per pulizia intellettuale a voler sapere. Non c’è in
Italia come in altri paesi una spinta dell’opinione pubblica indignata
che vuole sapere la verità. Altrimenti le cose verrebbero a galla.
* * *
La
Stampa, 8 maggio 2005
Pasolini, torna
dopo 30 anni l’ipotesi del delitto politico, di Giacomo Galeazzi, La Stampa
8 maggio
«Non
sono io l’assassino di Pasolini ma tre uomini sui 45 anni, dal forte accento
siciliano, scesi da una 1500 Fiat targata Catania, che lo assalirono gridandogli
“Fetuso, arruso, sporco comunista” e minacciando di uccidere i miei genitori
se non avessi taciuto su ciò che avevo visto quella notte».
Nell’intervista a «Ombre sul giallo» trasmessa ieri sera da
Rai Tre, Pino Pelosi cambia versione, si dichiara innocente e il caso della
morte di Pierpaolo Pasolini si riapre a distanza di 30 anni.
Pelosi sostiene che a togliere
la vita in modo barbaro a una delle più importanti voci della cultura
italiana del ‘900 furono tre picchiatori che non conosceva e che volevano
dargli una lezione. L’ex «ragazzo di vita» vide tutto e poi
spaventato fuggì: Pasolini, già gravemente ferito, fu travolto
da un’auto e rimase ucciso. «Finora ho vissuto nel terrore, sono
stato minacciato io, mia madre, mio padre: adesso i miei genitori sono
morti, sono solo, non ho più paura». Dichiarazioni che fanno
riemergere la pista politica di estrema destra nell’assassinio di Pasolini,
una tesi che non ha avuto finora riscontri probatori e che non era mai
apparsa molto convincente. «Che un 17enne da solo non potesse uccidere
un uomo forte e in piena salute come Pasolini era cosa ovvia prima ancora
che nota - osserva il diessino Franco Grillini, presidente dell’Arcigay
- che l’omicidio sia stato commesso in “concorso con altri” lo dice la
prima sentenza che ha condannato Pelosi».
Il delitto Pasolini è
l’archetipo della violenza che da sempre colpisce gli omosessuali. Nella
sola città di Roma sono 150 gli omicidi ai danni di gay di ogni
classe sociale negli utili 15 anni. «Molti di questi delitti sono
stati risolti - aggiunge Grillini - di molti i colpevoli sono ancora in
libertà, come, probabilmente, gli autori di quell’omicidio».
La procura di Roma, comunque,
non sembra intenzionata a riaprire le indagini poiché la confessione
di Pelosi, condannato a 9 anni per quel delitto, è ritenuta «generica».
Nessun nome dei responsabili. «Saranno morti o anziani perché
all’epoca erano già grandi. Io non li conosco - ripete Pelosi -
credo che volessero dargli una bella lezione, qualche mese d’ospedale.
Se volevano ucciderlo gli avrebbero sparato e avrebbero sparato anche a
me. Gente come quella non si mette paura».
Paura la misero a Pelosi
che temendo conseguenze per i familiari confessò di essere l’autore
dell’omicidio: uscì in semilibertà dopo 5 anni. Malgrado
gli anni trascorsi non rivela però alcun nome. Anche se qualcuno
all’epoca nomi li aveva fatti: l’avvocato Nino Marazzita, difendeva Pelosi
e (nonostante la sua confessione) chiese la riapertura del caso citando
come teste l’ex appuntato dei carabinieri Renzo Sansone che aveva condotto
le indagini. Sansone nel ‘75 disse: «Pelosi non era solo, con lui
c’erano i fratelli Borsellino di Catania, furono loro a dirmi che quella
notte si trovavano lì».
* * *
Il
Giorno, 8 maggio 2005
Confessione choc
di Pelosi: "Non fui io a uccidere Pasolini", Il Giorno 8 maggio
«Io sono innocente,
non sono complice di nessuno». Trent’anni dopo Pino Pelosi, detto
‘Pino la rana’, fa marcia indietro.
Trent’anni dopo la certezza
di una responsabilità precisa per la morte di Pier Paolo Pasolini,
massacrato all’Idroscalo, finisce di essere tale. Nonostante una condanna
passata in giudicato contro lo stesso Pelosi che, all’epoca dei fatti minorenne,
fu considerato colpevole e costretto a nove anni di carcere dei quali,
in realtà, solo sette trascorsi dietro alle sbarre.
E poi il silenzio rotto,
ieri sera, nel corso di un’intervista nel programma ‘Ombre sul giallo’
di RaiTre. Lui, che aveva confessato fin dal primo momento, ora dice altro.
Tira in ballo tre persone, delle quali non fa nomi. I tre, racconta Pelosi,
avevano un forte accento del Sud. Si trattava di uomini a lui sconosciuti
ma che ha sempre coperto, per tutta la vita. Persone che «volevano
dare una lezione» a Pasolini.
Ma perché Pelosi
non ha mai parlato? «Ho vissuto trent’anni nel terrore - ha spiegato
- sono stato minacciato io, mia madre, mio padre. Adesso i miei sono morti,
sono solo e non ho più paura. Ho 46 anni». E, forse, aggiunge,
sono morti anche loro: quei tre.
Il racconto dell’incontro
con Pasolini è sostanzialmente uguale a quello conosciuto da tempo:
«Mi ha detto di andare a mangiare una cosa e farci qualche toccatina.
Avevo 17 anni, ero totalmente immaturo. Mi avrebbe dato ventimila lire.
Lui si è comportato normalmente, da persona civilissima, un perfetto
gentiluomo. All’Idroscalo, dopo un rapporto orale, Pelosi scende dalla
vettura del poeta «per urinare». E qui il racconto cambia radicalmente
rispetto al passato: irrompono tre persone, una aggredisce il ragazzo e
due Pasolini.
«Sono stato picchiato,
minacciato da una persona con la barba, i capelli ricci, che mi ha preso
per il collo, mi diceva «fatti i c... tuoi». Pasolini è
stato tirato fuori dalla macchina e hanno cominciato a picchiarlo in modo
inaudito. Io ho cercato di reagire, per difendere il signor Pasolini, e
ho preso una mazzata al naso. Questo poveraccio urlava, mentre loro lo
massacravano».
Sui volti dei tre, al di
là dell’aggressore con la barba, Pelosi non fornisce ulteriori dettagli,
se non che potevano avere «sui 45, 46 anni». Però «avevano
un accento del Sud, calabrese o siciliano. Gli dicevano «fetuso,
arruso, sporco comunista». Pelosi afferma di non aver mai visto prima
i tre aggressori e di avere l’impressione che neanche il regista li conoscesse.
Il racconto del delitto:
«Lui non reagiva, lo stavano massacrando, urlava. Si aggrappava al
tettuccio, non voleva uscire, ma l’hanno letteralmente tirato fuori. Lo
hanno picchiato selvaggiamente, finchè rantolava». Sul perché
il corpo di Pasolini è stato rinvenuto a distanza dal luogo della
prima aggressione, Pelosi è vago, dice di «non aver visto
perché non si vedeva a due metri, era buio».
Poi, l’auto guidata da ‘Pino
la rana’ travolge il corpo agonizzante, lui dice di non essersene accorto.
Molti i punti oscuri: le minacce fatte una sola volta e sufficienti a garantire
trent’anni di silenzio, la confessione resa ad un compagno di cella.
Immediate le reazioni: quelli
che furono i legali della famiglia Pasolini, Guido Calvi e Nino Marazzita,
parlano con una voce sola nel sollecitare i magistrati della Procura ad
avviare nuove indagini. Anche se da piazzale Clodio filtrano solo scetticismo
e prudenza: al momento non ci sono fatti nuovi ma solo nuove indicazioni
date dal «reo confesso».
Ma il grande lutto della
morte di Pasolini - trucidato nella notte tra l’1 e il 2 novembre del ’75
- non è mai stato elaborato e sono in molti a richiedere nuovi accertamenti.
E c’è anche chi come Sergio Citti, amico e collaboratore di Pasolini,
spiega: «Ho sempre detto che sapevo come era stato ucciso Pasolini
e da chi. Non mi hanno mai chiamato a testimoniare. Mi è stato raccontato
da chi stava lì».
* * *
Sergio Citti,
l'amico regista chiede di parlare con i giudici, Il Giorno 8 maggio
La
Procura di Roma ribadisce di non voler riaprire le indagini sull'omicidio
Pasolini. Secondo quanto si è appreso rimane invariata la posizione
della procura della capitale, come già era trapelato ieri, anche
dopo che è stata trasmessa in televisione l'intervista a Pino Pelosi
e pubblicate dalla stampa le dichiarazioni del regista Sergio Citti.
Seconto quanto è
stato possibile appurare, in Procura verrebbero ritenuti insufficienti
i motivi addotti per ottenere che nuove indagini vengano compiute sul caso
dell'omicidio del regista, avvenuto il 2 novembre 1975.
Nonostante ciò, in
qualche modo, in attesa di sviluppi, non è da escludere che a piazzale
Clodio domani la vicenda possa essere comunque esaminata. Soprattutto dopo
che il legale di parte civile, l'avvocato Nino Marazzita, avrà depositato
una memoria contenente i nuovi elementi, come lui stesso ha annunciato
oggi.
Sergio Citti, amico fraterno
e collaboratore di Pier Paolo Pasolini, ha ribadito oggi di voler essere
sentito dai magistrati, cosa che non avvenne, ha ricordato, ai tempi dell'omicidio,
al fine di ''far emergere tutta la verità''. "Già allora
subito dopo il delitto, sui giornali, lo dissi: io so chi ha ucciso Pasolini
e come avvennero i fatti - ha ripetuto oggi nella sua casa in riva al mare
a Fiumicino - Non sono mai stato chiamato per testimoniare. Hanno chiamato
altri che non c'entravano niente''.
Citti, 72 anni, malato,
da alcuni mesi costretto su una sedia a rotelle, con accanto il fratello
Franco, protagonista di ''Mamma Roma'' ed altri film dello scrittore-regista
ucciso all'Idroscalo di Ostia, è tornato con forza a chiedere di
''poter essere chiamato per fornire una testimonianza'', convinto ''che
si debba riaprire l'inchiesta''. Poi Citti ricorda quei giorni.
''Fecero un furto della
pellicola del film 'Salò'' alla Technicolor - racconta - Il giorno
dopo venne uno da me, che conoscevo, e mi disse: 'Sergio, vogliamo parlare
con Pasolini per il materiale che hanno dei ragazzi, che vogliono dei soldi,
2 miliardi. Telefonai a Pasolini ed andammo dal produttore, Grimaldi, che
mi disse 'posso dare al massimo 50 milioni'. Quell'uomo tornò da
me e mi portò al bar dove si aggirava Pelosi. Io aspettai fuori,
lui andò dentro: qualcuno gli disse 'No, non accettiamo'''.
Citti prosegue il racconto:
''Questi volevano il numero di Pasolini. La sera prima di partire per Stoccolma
Pier Paolo, io e la mia ex moglie abbiamo cenato assieme a Pasolini e a
Ninetto Davoli ad Ostia. Pasolini mi disse che un ragazzo gli aveva telefonato,
che non volevano più una lira e che gli volevano riconsegnare il
materiale. Pier Paolo allora disse 'domani vado a Stoccolma, quando torno
li vedrò, mi hanno detto 'Ci dispiace, vogliamo ridarti tutto'.
Tanto è vero - prosegue Citti - che quando tornò gli telefonai,
dicendogli: Pier Pa', ci vediamo? ma lui rispose: 'No, Sergio, stasera
devo andare a mangiare con Ninetto e poi devo andare da questi ragazzi'.
Così fece, non dicendo nulla a Ninetto, andando poi alla stazione
Termini, dove c'era Pelosi, standoci venticinque minuti. Qui Pelosi telefonò,
non so a chi, e qualcuno gli disse: 'A mezzanotte e un quarto vieni e gli
diamo la roba'. Allora Pasolini ha aspettato, è andato lì
ed invece, così mi fu raccontato, lo hanno aggredito, è scappato,
l'hanno ripreso e bastonato, fece finta di essere svenuto. Qualcuno all'Idroscalo
vide ciò che accadeva, ma non ha mai testimoniato. Pelosi è
stato l'esca giusta, perché a Pasolini piaceva quel tipo di ragazzo.
Ad Ostia Pasolini ci è stato portato con l'inganno, perché
dovevano ridargli la pellicola''.
Citti racconta anche di
''aver girato un filmato nelle ore dopo il ritrovamento del cadavere. Ripresi
le scie delle gomme della macchina, con cui quelli, non Pelosi, buttando
giù un palo di cemento lo investirono, così come mi fu raccontato''.
''Vorrei essere faccia a faccia con Pelosi - conclude il regista di 'Casotto'
- La morte di Pasolini è convenuta a tante persone''.
* * *
Il
Messaggero, 8 maggio
Parla l’amico
regista oggi settantunenne, di Roberta Bottari, il Messaggero 8 maggio
«So chi ha ucciso Pasolini,
in quale modo e anche perché». Lo afferma Sergio Citti, amico
fidato e collaboratore del regista-scrittore ucciso all’Idroscalo di Ostia
nel 1975. E aggiunge: «È arrivata l’ora di riaprire l’inchiesta».
Sergio Citti, chi ha ucciso Pierpaolo Pasolini?
«Erano in cinque,
compreso Pelosi. Di più non posso dire». Perché?
«Non ho le prove».
Ne ha parlato con i giudici?
«No. E non a causa mia».
Cioè?
« Due giorni esatti
dopo la morte di Pier Paolo, rilasciai un’intervista proprio al Messaggero
, in cui affermavo la stessa cosa che dico oggi, cioè che so chi
ha ucciso Pasolini. Eppure, nessuno mi ha chiamato a testimoniare. Potevo
dare un contributo, se non molto di più: non le pare?».
E come mai non l’hanno cercata?
«Non ne ho idea, ma
mi sembra strano. È uno dei tanti, troppi misteri intorno a questo
caso».
Come fa a sapere chi è
l’assassino?
«Mi è stato
raccontato da due testimoni: a distanza di molto tempo mi hanno detto le
stesse, identiche cose. Uno, un pescatore, mi ha riferito che Pier Paolo
strillava tanto. Gli ho chiesto di venire con me a testimoniare, mi ha
risposto: “Io ci tengo alla vita”. In più, involontariamente, anche
Pasolini stesso mi ha fornito un versione che collima con quella dei testimioni».
Cosa vuole dire?
«Il giorno dell’omicidio
Pier Paolo mi aveva telefonato, dicendomi che si sarebbe incontrato con
quattro persone di cui diffidava: erano i suoi assassini».
Cosa pensa di quello che
ha dichiarato Pelosi?
«Gli credo: non è
stato lui a uccidere Pasolini. Quel ragazzo, c’era, ma era soltanto un’esca,
benché scelta bene. Probabilmente Pelosi in questo momento è
a caccia di pubblicità, ma va bene lo stesso, se può servire
a far riaprire il processo. Mi piacerebbe avere un confronto con lui».
Cosa vorrebbe dirgli?
«Siamo due borgatari,
ci riconosciamo, non mi mentirebbe facilmente. Vorrei domandargli per quale
motivo andarono a Ostia e non sulla Tiburtina dove i due si erano incontrati.
Se Pier Paolo voleva fare l’amore con Pelosi, perché percorrere
120 chilometri tra andata e ritorno, con tutti i prati che ci sono vicino
alla Tiburtina? E poi gli chiederei: chi altro se non Pelosi ha detto agli
assassini dove trovarlo? Dopo la scoperta dell’omicidio ho filmato tutto
in quel posto, le uscite possibili, dove è stata trovata la camicia
con il sangue e il resto: perché i giuduci non hanno mai voluto
vedere il mio video?».
Per quale motivo, secondo
lei, Pasolini è stato assassinato?
«Accusava la Democrazia
Cristiana, la Cia, parlava senza mezzi termini della strage di piazza Fontana
e non solo: non si sarebbe fatto corrompere e, per toglierlo di mezzo,
lo dovevano uccidere. Con la sua morte, ha fatto vivere tanta gente, persone
che
hanno scritto, filmato e lucrato su di lui. La sua perdita è più
grave di quello che sembra: non manca solo a me, manca ai giovani, anche
se non lo sanno. Per questo ho un appello da fare: mi rimane poco da vivere,
riaprite il processo, fate presto». |