"Pagine
corsare"
Pasolini nei blog
PPP
Dal
blog di Luigi De Magistris
2 novembre 2011

Mi piace ricordare il Pasolini
che sapeva stare tra la gente, il documentarista curioso di Comizi d'amore,
l'intellettuale libero che aveva intuito, prima di tutti, le dinamiche
deleterie di un potere autoreferenziale e il rischio della sua devianza
populista. Pasolini aveva il coraggio di assumere posizioni scomode, di
rottura sofferta, anche rispetto all'ambienta culturale e politico a cui
si sentiva legato. L'osservatore lucido capace di prevedere, bruciando
i tempi, le degenerazioni di un paese solo mediatico e conformista.
Cos'è questo golpe? Io so
di Pier Paolo Pasolini
Io so. Io so i nomi dei responsabili
di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di
"golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili
della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili
delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice"
che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia
i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti"
autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito
le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista
(Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo
di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli
greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo)
una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con
l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità
antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".
Io so i nomi di coloro che,
tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione
politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione
di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti
(per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni,
fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva
tensione antifascista).
Io so i nomi delle persone
serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel
generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città
Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi
e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone
serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto
le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che
si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi
e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono
resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove.
Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale,
uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere
tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che
si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati
e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la
logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del
mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che
il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza
con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano
inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano
ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione
della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68
non è poi così difficile. Tale verità - lo si sente con assoluta precisione
- sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici:
cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio.
Ultimo esempio: è chiaro
che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del
"Corriere della Sera", del 1° novembre 1974. Probabilmente i giornalisti
e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi. Ora il problema
è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente
degli indizi, non fanno i nomi. A chi dunque compete fare questi nomi?
Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non
è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione,
niente da perdere: cioè un intellettuale. Un intellettuale dunque potrebbe
benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici
col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in
cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare
che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei
entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al
potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere,
con una certa alta probabilità, prove ed indizi. Ma a tale obiezione io
risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza
ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale
coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi. Il coraggio
intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili
in Italia.
All'intellettuale - profondamente
e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce
un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere
i problemi morali e ideologici. Se egli vien meno a questo mandato viene
considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse
altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione
per i politici e per i servi del potere. Ma non esiste solo il potere:
esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è
così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente
al Partito comunista italiano. È certo che in questo momento la presenza
di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano
è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano
è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto,
un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante,
un Paese umanistico in un Paese consumistico.
In questi ultimi anni tra
il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario
- in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia,
si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto
appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso
può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto,
inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione
a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella
loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste
basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe
l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà
una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno
nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che
di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche
il momento relativamente negativo. La divisione del Paese in due Paesi,
uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro
intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente,
cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro
potere: che tuttavia è sempre potere. Di conseguenza gli uomini politici
di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di
potere. Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente
ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito
da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente
morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un
traditore.
Ora, perché neanche gli
uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno -
prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici,
dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice:
essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto
farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi,
naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale
non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data
l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare
ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare
il proprio modo codificato di intervento. Lo so bene che non è il caso
- in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente
una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico,
non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità
politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale
è tenuto a servire. Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei
responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto
di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro
l'intera classe politica italiana.
E lo faccio in quanto io
credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo
nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare
ottica che è quella di un comunista. Sono pronto a ritirare la mia mozione
di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico
- non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto
per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei
responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli
sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere
americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere
a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a
proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli
saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili
contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano,
che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.
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