[…]
I
Sì, certo, era un
Dio... e altri meno pazzi
e stupendi ce n'è.
Coi loro sacerdoti,
e, vorrei anche dire, con
i loro santi.
Santi poveri, martoriati
dai ben noti
dolori, col terribile dovere
di arrivare, senza troppi
terremoti,
alla fine del mese, per riavere
in tasca le poche sospirate
lire:
impiegatucci, funzionari,
leve
di un Partito, per cui vivere
e morire.
Felici ti mostrano un paio
di scarpe
nuove, un quadruccio buono
all'appena civile
parete della casa, una bella
sciarpa
natalizia per la moglie:
ma dentro,
dietro quell'infantile palpito,
quello stento, ti misurano
col metro
della loro fede, del loro
sacrificio.
Sono inflessibili, sono
tetri,
nel loro giudicarti: chi
ha il cilicio
addosso non può perdonare.
Non puoi da loro aspettare
una briciola
di pietà: non perché
lo insegni Marx,
ma per quel loro dio d'amore,
elementare vittoria di bene
sul male,
ch'è nei loro atti.
Ma come nel biancore
dell'estetico dio del mare,
informe Forma,
mescolanza irrazionale di
gioia e dolore,
sbianca l'opacità
del gesso, la norma
che svaluta... così
arrossa nel rosso
dell'altro Dio - quello
che trasforma
il mondo, quello futuro ed
incorrotto -
il sangue dei giorni di
Stalin...
Non torna nulla. Nemmeno
il paradosso
esistenziale, in cui, fertili-aridi,
vivono quasi tutti coloro
che conosco:
borghesi colti, esperti
di essenziali
infrastrutture, spiriti del
bosco
della mondanità,
della cultura:
a popolare le pure sere
di Piazza del Popolo,
dei nuovi quartieri oltre
le vecchie mura,
del centro dove la città
s'infossa
in preziosi vicoli scintillanti
e luridi...
Genio arreso, con le sue
quattro ossa
sotto eleganti vesti, ognuno
porta intorno
una faccia intenta, dove
gli altri possano
sospettare qualcosa; nei
caffè, di giorno,
nei salotti, la sera: ma
ognuno cerca
nella faccia dell'altro
invano un ritorno
delle speranze antiche: e
se vi accerta
una speranza, è una
speranza inconfessabile,
nel cerchio della domanda
e dell'offerta,
il cui sguardo è come
per uno spasimo
di interna ferita: che rende
esanimi,
accidiosi, scontenti, spinge
a uno sciopero
dei sentimenti, a una colpevole
stasi
della coscienza, ad una
pace insana,
che vuole i nostri giorni
grigi e tragici.
Così, se guardo in
fondo alle anime
delle schiere di individui
vivi
nel mio tempo, a me vicini
o non lontani,
vedo che dei mille sacrilegi
possibili
che ogni religione naturale
può enumerare, quello
che rimane
sempre, in tutti, è
la viltà.
Un sentimento eterno - una
forma
del sentimento - fossile,
immutabile,
che lascia in ogni altro
sentimento
diretta o indiretta, la
sua orma.
È quella viltà
che fa l'uomo irreligioso.
È come un profondo
impedimento
che, all'uomo, toglie forza
al cuore,
calore al ragionamento,
che lo fa ragionare di bontà
come di un puro comportamento,
di pietà come di
una pura norma.
Può renderlo feroce,
qualche volta,
ma sempre lo rende prudente:
minaccia, giudica, ironizza,
ascolta,
ma è sempre, interiormente,
impaurito.
Non c'è nessuno che
sfugga a questa paura.
Nessuno perciò è
davvero amico o nemico.
Nessuno sa sentire vera passione:
ogni sua luce subito s'oscura
come per rassegnazione o
pentimento
in quell'antica viltà,
in quell'ormone
misterioso che si è
formato nei secoli.
Lo riconosco, sempre, in
ogni uomo.
Lo so bene che altro non
è che insicurezza
vitale, antica angoscia
economica:
che era regola della nostra
vita animale
ed è stata assimilata
ora in queste povere
nostre comunità:
che è difesa,
disperata, che si annida
là dove
c'è un minimo di pace:
nel possesso.
E ogni possesso è
uguale: dall'industria
al campicello, dalla nave
al carretto.
Perciò è uguale
in tutti la viltà:
com'è alle grige
origini o agli ultimi
grigi giorni di ogni civiltà...
Così la mia nazione
è ritornata al punto
di partenza, nel ricorso
dell'empietà.
E, chi non crede in nulla,
ne ha coscienza,
e la governa. Non ha certo
rimorso,
chi non crede in nulla,
ed è cattolico,
a saper d'essere spietatamente
in torto.
Usando nei ricatti e i disonori
quotidiani sicari provinciali,
volgari fin nel più
profondo del cuore,
vuole uccidere ogni forma
di religione,
nell'irreligioso pretesto
di difenderla:
vuole, in nome d'un Dio
morto, essere padrone.
Qui, tra le case, le piazze,
le strade piene
di bassezza, della città
in cui domina
ormai questo nuovo spirito
che offende
l'anima ad ogni istante,
- con i duomi,
le chiese, i monumenti muti
nel disuso
angoscioso che è
l'uso d'uomini
che non credono - io mi ricuso
ormai a vivere. Non c'è
più niente
oltre la natura - in cui
del resto è diffuso
solo il fascino della morte
- niente
di questo mondo umano che
io ami.
Tutto mi dà dolore:
questa gente
che segue supina ogni richiamo
da cui i suoi padroni la
vogliono chiamata,
adottando, sbadata, le più
infami
abitudini di vittima predestinata;
il grigio dei suoi vestiti
per le grigie strade;
i suoi grigi gesti in cui
sembra stampata
l'omertà del male
che l'invade;
il suo brulicare intorno
a un benessere
illusorio, come un gregge
intorno a poche biade;
la sua regolarità
di marea, per cui resse
e deserti si alternano per
le vie,
ordinati da flussi e da
riflussi ossessi
e anonimi di necessità
stantie;
i suoi sciami ai tetri bar,
ai tetri cinema,
il cuore tetramente arreso
al quia...
E intorno a questo interno
dominio
della volgarità,
la città che si sgretola
ammucchiandosi, brasiliana
o levantina,
come l'espressione di una
lebbra
che si bea ebbra di morte
sugli strati
dell'epoche umane, cristiane
o greche,
e allinea tempeste di caseggiati,
gore di lotti color bile
o vomito,
senza senso, né di
affanno né di pace;
sradica i riposanti muri,
i gomiti
poetici dei vicoli sui giardini
interni,
i superstiti casolari dalla
tinta di pomice
o topo, tra cui fichi, radicchi,
svernano
beati, i selciati striati
di una grama
erbetta, i rioni che parevano
eterni
nei loro lineamenti quasi
umani
di grigio mattone o smunto
cotto:
tutto distrugge la volgare
fiumana
dei pii possessori di lotti:
questi cuori di cani, questi
occhi profanatori,
questi turpi alunni di un
Gesù corrotto
nei salotti vaticani, negli
oratori,
nelle anticamere dei ministri,
nei pulpiti:
forti di un popolo di servitori.
Com'è giunto lontano
dai tumulti
puramente interiori del
suo cuore,
e da paesaggio di primule
e virgulti
del materno Friuli, l'Usignolo
dolceardente della Chiesa
Cattolica!
Il suo sacrilego, ma religioso
amore
non è più che
un ricordo, un'ars retorica:
ma è lui, che è
morto, non io, d'ira,
d'amore deluso, di ansia
spasmodica
per una tradizione che è
uccisa
ogni giorno da chi se ne
vuole difensore;
e con lui è morta
una terra arrisa
da religiosa luce, col suo
nitore
contadino dei campi e casolari;
è morta una madre
ch'è mitezza e candore
mai turbati in un tempo di
solo male;
ed è morta un'epoca
della nostra esistenza,
che in un mondo destinato
a umiliare
fu luce morale e resistenza.