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"Pagine
corsare"
Poesia
Per una lettura di
Pier Paolo Pasolini
di Daniele Mastrangelo
http://www.giornaledifilosofia.net/

Nel 1962 poco dopo la morte
di Marilyn Monroe, Pasolini le dedica una poesia
che sarà poi cantata da Laura
Betti su musica di Luigi Cinque e che tornerà l’anno successivo
nel film La rabbia questa volta
recitata da Giorgio Bassani. Ha l’andamento di uno stornello melanconico
con un refrain sul mondo, crudele, che deruba l’attrice della sua bellezza
insegnandogliela: «tu sorellina più piccola, / quella bellezza
l’avevi addosso umilmente, / e la tua anima di figlia di piccola gente,
/ non ha mai saputo di averla, / perché altrimenti non sarebbe stata
bellezza».
Innocenza, povertà,
una vita che non si regge su di un’immagine ma è, come se potesse
consumarsi nel semplice atto del suo accadere irriflesso. Marilyn evoca
a Pasolini il suo mondo: è un volto che ha la stessa verità
di quelli amati fra i mendicanti di colore, delle zingare, delle figlie
dei commercianti. Questa è la bellezza per Pasolini . Ma Marilyn
e il suo «pulviscolo d’oro» allora già non esistevano
più. Ridotta a merce e consumata, il poeta vede nel suo suicidio
una profezia: «sei tu la prima oltre le porte del mondo/ abbandonato
al suo destino di morte». Pasolini non piange e per questo non conosce
liberazione, rimpiange e si dispera. Tutta la sua idea del bello è
affidata alla tonalità del rimpianto e non sa per questo né
del presente né del futuro, è già una cosa morta.
Ma qui la morte non è
quella che si dice riferita ai mortali, a noi uomini che seguiamo quel
corso per cui si nasce, si diviene e si muore. Qui la morte è qualcosa
se possibile di più radicale, perché riguarda ciò
che non è mai nato. La Marilyn che nella poesia «corre dietro
ai fratelli più grandi» è il sogno di un sogno, non
ha mai avuto la sua realtà, è l’idealizzazione di qualcosa
che già da sempre viveva dentro il mondo stupido e feroce. Per questo
il suo dramma piuttosto era proprio quello di non esser mai stata innocente
come nessuna zingara e nessuna figlia di commerciante.
Questa poesia, raccolta nell’edizione
completa fra le «Poesie disperse», è esemplare nella
misura in cui ci permette di portare in primo piano una traccia caratteristica
dell’opera di Pasolini.
Questa traccia ha la forma
di una aspirazione ad un mondo archetipico e perciò mitico.
Se torniamo indietro nel
tempo alla prima raccolta di poesie in lingua italiana, «Le Ceneri
di Gramsci», quello stesso concetto della bellezza lo troviamo riferito,
secondo una ascendenza pascoliniana, al garrito delle rondini. Questa volta
la bellezza in modo ancora più esplicito, è soprattutto un
sentimento del tempo che l’«umilissima» voce dei volatili evoca,
quello di un’Italia altrettanto umile (II,1-2), preindustriale, agreste
e friulana (I, 21-40). E’ questo un tempo «puramente umano»,
«non è il tempo della storia, /questo», un tempo fossile
monotono preistorico, che coincide quasi con l’eternità. Nei versi
finali questo incanto «non torna, e torna/ sempre sopra il mondo
che non ha rimpianti». Il suo esaurirsi nella storia, non avviene
però nel presente. Il suo tempo che è quello dell’Italia,
oscilla continuamente nell’ombra e nella luce tra una preistoria e una
storia in un’ alternanza drammatica.
Ma cosa intendiamo quando
parliamo qui di un mondo mitico?
Una delle immagini più
efficaci per intendere il significato di una concezione mitica la troviamo
in Ortega y Gasset. Il filosofo spagnolo interpreta l’agire dell’uomo antico
alla maniera di chi indietreggiando, come il torero, prende lo slancio
per inferire il colpo mortale. E Thomas Mann così rielabora questa
immagine: «nel passato egli cerca un esempio in cui rinchiudersi
come un palombaro nel suo scafandro onde, così deformato e nello
stesso tempo protetto, immergersi poi nel problema del presente»
(‘Freud e l’avvenire’, ed. it. in ‘Nobiltà dello spirito’, Milano
1997, p.1397). E’ dunque un vivere che potrebbe definirsi arcaicizzante
salvo specificare subito che nasce dal bisogno di legittimare l’esistenza
e quindi la continuità nel tempo storico.
Perché allora quella
di Pasolini resta soltanto, come abbiamo detto, un’aspirazione? La voce
di Pasolini, intendiamo non soltanto la sua ‘voce poetica’, anche quella
propriamente fisica, che proveniva dal suo corpo e che con esso pativa
affetti e mutamenti, riusciva attraverso questa immagine del passato ad
alimentare quella tonalità emotiva definibile variamente come speranza,
positività e che sempre, comunque, nel corso progrediente della
storia doveva esser vissuta?
Pasolini era un comunista,
questa definizione di sé la troviamo dovunque nei suoi scritti senza
alcun discrimine cronologico. Ma detto questo occorre subito aggiungere
che egli era al contempo critico inflessibile di quei concetti di progresso
e sviluppo sui quali l’ideologia comunista, affidando la sua verità
alla storia, si costruisce.
Pasolini era un comunista
ma lo era in maniera contraddittoria e dunque, usando una sua espressione,
“scandalosa”. Lo scandalo nasceva non dall’intelligenza, non da quel razionalismo
che fu suo e capace di analizzare la realtà del nostro paese senza
infingimenti, in maniera persino spietata e, per questo, accolto talvolta
come una violenza. Lo scandalo nasceva dalla forza degli istinti, dalle
viscere e quindi dall’amore. Lo scandalo era nella verità che per
Pasolini la classe rivoluzionaria valeva come una categoria etica o estetica
ma non economica. «…è per me religione/ la sua allegria, non
la millenaria/ sua lotta: la natura, non la sua/ coscienza» (Le Ceneri
di Gramsci, IV, 9-12). Soltanto in questo modo può esser capito
il tono apocalittico delle sue analisi su quella nuova forma di dittatura
che è stata ed è l’Italia consumista a cominciare dalla fine
degli anni ’60. Questa infatti lo angosciava perché aveva di fatto
distrutto il sottoproletariato, distruggendone i valori ( e non sottraendolo
alla miseria). In questo modo non era più possibile contrapporre
al tempo della storia borghese quello mitico del popolo: «Le due
storie si sono dunque unite: ed è la prima volta che ciò
succede nella storia dell’uomo. Tale unificazione è avvenuta sotto
il segno della civiltà dei consumi: dello ‘sviluppo’» (‘Lettere
Luterane’, Torino 1976, p.11). Queste sono analisi che nella loro struttura
formale e argomentativa potrebbero tutte esser ricondotte a qualche già
acquisito discorso sociologico o antropologico, tutte mostrate come la
ripetizione di qualcosa di già detto ma pur tuttavia, così
procedendo, non si coglierebbe l’essenziale.
«Il consumismo consiste
infatti in un vero e proprio cataclisma antropologico: e io vivo, esistenzialmente
tale cataclisma che almeno per ora è pura degradazione: lo vivo
nei miei giorni, nelle forme della mia esistenza, nel mio corpo. Poiché
la mia vita sociale e borghese si esaurisce, nel lavoro, la mia vita sociale
in genere dipende integralmente da ciò che è la gente»
(‘Scritti corsari’, Garzanti, 7ed., p.107). La distinzione che Pasolini
qui pone fra la sua attività di intellettuale e la sua vita sociale
in genere è l’espressione di una lacerazione di cui ne risentivano
entrambi i termini che entravano in conflitto. L’intellettuale come tale
– Pasolini lo sapeva bene - è un borghese. Partecipa dunque di quella
classe che ha il potere e che è responsabile lungo tutto il corso
della storia moderna, dell’esistenza di dominanti e dominati.
In una lettera aperta ad
Italo Calvino del ’74 (ibidem, p.52) si può leggere allora: «io
so bene, caro Calvino, come si svolge la vita di un intellettuale. Lo so
perché è in parte anche la mia vita. Lettere, solitudini
al laboratorio, cerchie in genere di pochi amici e molti conoscenti, tutti
intellettuali e borghesi. Una vita di lavoro e sostanzialmente perbene.
Ma io come il Dottor Hyde, ho un’altra vita. Nel vivere questa vita devo
rompere le barriere naturali (e innocenti) di classe. Sfondare le pareti
dell’Italietta, e spingermi quindi in un altro mondo: il mondo contadino,
il mondo sottoproletario e il mondo operaio». Questo mondo, qui la
ragione dello scandalo, se da un lato era amato, ed in maniera abbiamo
detto viscerale, profonda, commovente, disperata, dall’altro aveva oramai
perso qualsiasi potenzialità rivoluzionaria. Poteva soltanto esser
l’oggetto di un rimpianto o, magari, poteva esser cercato fuori dall’Italia,
nei paesi del Terzo Mondo dove il poeta riconosceva ancora lontani, seppur
per poco, i segni dello Sviluppo e dove spesso amava trascorrere lunghi
periodi. Insomma il punto è che in Pasolini, politica e letteratura
vivevano un dissidio inconciliabile. E’ come se l’uomo greco si fosse trovato
nel breve volger di anni, improvvisamente privo di quell’esistenza che
il suo universo mitologico avrebbe dovuto legittimare. Ma chi aveva ucciso
gli antichi Dei? Oppure, immaginando che a questo punto risuoni quella
nenia schilleriana dove si piange la caducità della bellezza, che
cosa aveva reso l’amore verso quel mondo impossibile e perciò drammatico?
Ricordiamo come il poeta
aveva visto dissolversi quel ‘pulviscolo d’oro’ che era Marilyn Monroe:
la bellezza rapita soggiace alle vicende corrotte e corruttrici del tempo
storico, la storia è «destino di morte» (v.49). La Storia
doveva esser per Pasolini qualcosa di simile al fantasma del padre per
Amleto, un presente da esorcizzare e poi, allo stesso tempo, un passato
da vendicare.
Nel 1973 Pasolini recensisce
per ‘Il Tempo’ l’unico libro di racconti di Sandro Penna: «Un po’
di febbre» (‘Scritti corsari’, cit., p.143 sgg.). Il mondo evocato
in queste piccole prose, quello dell’Italia durante il periodo fascista,
è fatto di città con grandi viali, palazzoni popolari e poi
subito distese dominate dal verde. E ancora ragazzi dai vestiti rozzi e
poveri ma dalla grande volontà di vita e tutto, per un periodo storico
così tetro, paradossalmente «illuminato dalla grazia».
Pasolini leggendo il libro e descrivendocelo lascia libera la voce della
sua commozione e del suo sconvolgimento: «il verdetto è che
ciò che si è amato ci è tolto per sempre». Il
piacere può allora sopravvivere soltanto nella finzione letteraria,
come una cosa morta e insieme eterna. Può persino suggerire l’illusione
che quello non era un mondo ma ‘il’ mondo e così il libro «Un
po’ di febbre» si trasforma in qualcos’altro «tanto che è
difficile parlare di ‘Un po’ di febbre’ come di un libro: esso è
un brano di tempo ritrovato». E’ singolare allora che un intellettuale
così consapevole del valore civile della letteratura non metta in
questione, recensendo il libro di Penna, la voluta omissione del fascismo
ossia di quel fenomeno che in quanto totalitario pervase la storia di quegli
anni: «Penna ha ignorato la stupidità e la ferocia del fascismo:
non l’ha considerata esistente». Questa omissione viene invece intesa
nei termini di una condanna «assoluta, implacabile, senza appello».
Ma perché dunque
Pasolini, pur essendo un poeta civile, poteva intenderla in questa maniera?
Se la poesia civile ha il suo compimento nella critica dell’esistente,
non inteso in termini assoluti, ma quello specifico della realtà
storica in cui il letterato vive, dove trovare il valore della critica
in una operazione letteraria come quella compiuta allora da Sandro Penna?
Il punto è che per
Pasolini la realtà storica del fascismo fu essenzialmente indifferente
alla coscienza degli individui, un involucro incapace di mutare il mondo
rurale nei suoi valori e di dissolverne quel tempo irraggiungibile dalla
storia borghese. Il fascismo era quindi del tutto trascurabile rispetto
all’ideale realtà della poesia civile. In questo senso ‘letteratura
civile’ assume un significato nuovo, non è l’espressione di un impegno
politico volto a educare e a far maturare (magari turbando ma comunque
sempre con un ideale pedagogico) i cittadini, né l’esaltazione di
un gruppo o una classe per il suo valore all’interno della cittadinanza.
Letteratura o poesia civile è l’affermazione di ciò che è
degno, di ciò che esprime la dignità dell’uomo e questa dignità
oscilla continuamente fra preistoria e storia, comunque non rientra nel
tempo dello Sviluppo. Significa essenzialmente povertà e umiltà
(etimologicamente: «fedele alla terra»). La critica politica
è soltanto indiretta, presuppone la consapevolezza da parte del
lettore di ciò da cui quel frammento di realtà ‘illuminato
dalla grazia’ si distacca. Ecco perché rispetto al fascismo Penna
può esser considerato persino crudele: «non ha pietà
per ciò che minimamente non è investito dalla grazia della
‘realtà’, figurarsi per ciò che ne è fuori o contro».
Sono parole rispetto alle quali al lettore è richiesto di sostare
e di valutarle rispetto al loro giusto peso.
Il sentimento poetico, la
matrice della poesia di Pasolini rimandano direttamente alla critica che
egli fece dell’Italia degli anni ’70, al riconoscimento dell’inutilità
di distinzioni quali quelle fra fascismo ed antifascismo, alla rabbia degli
‘scritti corsari’ degli ultimi anni della sua vita, al furore icastico
del film Salò. Quest’ultima opera può esser assunta come
un contrario simmetrico di ‘Un po’ di febbre’ secondo quanto abbiamo finora
detto. Così come Penna aveva potuto ignorare il fascismo e per questo
spingere la critica fino alla dissoluzione del suo oggetto offrendoci quel
mondo attraverso l’idillio, allo stesso modo in Salò non è
la realtà del fascismo che si rappresenta, ma appunto la sua irrealtà.
A supportare quest’affermazione
all’apparenza paradossale, vale ricordare il commento che di quel film
diede Primo Levi in un’intervista del 1986: «mi è sembrato
un rigurgito, l’opera di un uomo disperato, infatti Pisolini era disperato.
E io non amo la disperazione. Mi pare che la disperazione paralizzi. Credo
che sia un film che ha nuociuto, questo…non mi ricordo neanche più
il titolo esatto. Credo di aver rimosso. Non era così, non è
vero che fosse così. Questa ferocia totale non è esistita.
C’era un’ampia zona grigia . Anzi era quasi integrale. Allora eravamo quasi
tutti grigi» (‘Conversazioni e interviste 1963-1987’, Torino 1997,
p.251).
Perché Salò
è fatto soltanto da oggetti dal colore accecante (vedi la descrizione
di certe tazzine stile Bauhaus adoperate per il film: «non potevo
guardarle senza provare una fitta al cuore, seguita da un profondo malessere»,
‘Lettere Luterane’, p.43), che sembrano quasi voler condensare nell’aspetto
la violenza e la barbarie? Perché non ci sono grigi?
Se Pasolini fosse riuscito
a darci un ritratto di quella realtà cui Levi accenna non avrebbe
più retto la distinzione – così come era stata da lui posta
– fra vecchio e nuovo fascismo. La violenza si dovrebbe dire semiotica
di tutto ciò che entra come presenza in Salò sta lì
a indicarci che il fascismo non fu in grado di intaccare quella dignità
e bellezza degli uomini che lui amava e che lo Sviluppo, nel suo giudizio,
avrebbe distrutto.
Le considerazioni sin qui
svolte sembrerebbero preludere ad un esito unico, a riconoscere come soverchianti
nell’esperienza artistica di Pasolini le tonalità cupe del rimpianto
e della disperazione, sostenute con l’animo come di un martire e per questo
racchiuse nella esemplarità del vissuto più personale ed
intimo. Di fronte ad esse ci si è di solito posti trasformando Pasolini
in un paradossale santo laico, facendo della sua tragica esistenza l’oggetto
di un atteggiamento pietoso, che lui avrebbe giudicato ‘tollerante’, e
per questo ipocrita e fondamentalmente volto alla rimozione.
Qui a tal proposito, si
vorrebbe arricchire l’immagine del poeta con un ultimo carattere, rispetto
al quale – così si ritiene – non soltanto quella risulterebbe maggiormente
compiuta, ma noi allo stesso tempo ne ricaveremmo l’idea di un modo d’essere
che al di là di ogni rivoluzione di classe, con più forza
e forse sofferenza potrebbe guidarci in quella che Montale dice essere
la fatica del quotidiano rinascere sempre uguali.
Nell’agosto del ’75 su ‘Il
Mondo’, Pasolini si occupa di una vicenda di cronaca riguardante una guardia
di pubblica sicurezza e immagina la possibilità di trarne il soggetto
per un film (‘Lettere Luterane’, pp.99 sgg.). La storia è quella
di un giovane poliziotto uccisosi dopo che il detenuto che gli era stato
affidato era fuggito approfittando della sua fiducia. Tale poliziotto era
un ragazzo educato nella famiglia del Sud dalla quale proveniva, al valore
dell’«obbedienza». Obbedienza è fedeltà alle
leggi – quelle che per scelta ci si dà o quelle cui si sceglie di
sottomettersi - ed intransigenza verso se stessi, capacità di stringere
un patto sulla base dei sentimenti, responsabilità e coraggio, non
altruismo ma rispetto, libertà che si compie nel difendere una forma
non disobbedienza. Tutto questo non importa se sia stato poi come rubato,
cristallizzato, mistificato dalla cultura clerico-fascista o, piuttosto,
importa nella misura in cui contro una obbedienza retorica è possibile
ancora commuoversi «ed ammirare la ‘forma’ dell’obbedienza»
(ibidem, p.106).
Questo era per Pasolini non
una mitologia, ma il significato più profondo che si può
dare alla parola cultura: «perché la cultura – in senso specifico
o, meglio, classista – è un possesso: e niente necessita di una
più accanita e matta energia che il desiderio di possesso»
(ibidem, p. 86). Per essa c’è bisogno di una vitalità – non
importa quanto oscura o lacerata – ma purchè sia accanita, fino
a cercare il possesso di ciò che può rendere chi si incammina
per questa strada una sua felice occasione.
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