Pier Paolo Pasolini
La poesia
L'importante
collaborazione a
«Officina»
commento di Massimiliano
Valente
Il primo numero di "Officina"
esce nel maggio del 1955. Si legge sul retro del primo numero uscito in
forma di cartoncino da imballaggio: "fascicolo bimestrale di poesia", "redattori,
Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini, Roberto Roversi", "ufficio, via
Rizzoli 4, Bologna". Il formato è di mm 215X140, un fascicolo di
40 pagine costa 300 lire, e l'abbonamento annuale 1500. La rivista viene
finanziata dalla Libreria Palmaverde di Bologna (libreria antiquaria di
Roversi) e la stampa viene affidata alle bolognesi Arti grafiche Calderini.
Responsabile ai sensi di legge, Otello Masetti, capocommesso della Libreria
Cappelli di Bologna e amico di Roversi. Fin dal suo esordio, seppur non
ufficialmente, la rivista si avvale di un numero di redattori e collaboratori
ampio: Angelo Romanò, Gianni Scalia e Franco Fortini, solo per citarne
alcuni. Pasolini, Roversi e Leonetti si conoscono al Liceo Galvani di Bologna,
dopo la guerra riprendono i contatti interrotti per le vicende belliche
e lo "sfollamento" di Pasolini a Casarsa. Dapprima si saldano più
stretti rapporti tra Leonetti e Roversi, ma verso la metà degli
anni cinquanta i tre "ragazzi del Galvani" si incontrano spesso a Bologna
e a Milano, approfittando dei numerosi viaggi di Pasolini dal suo editore
Garzanti. Oltre a tenersi in contatto i tre si correggono reciprocamente
i testi (saggistici e poetici) e decidono colleggialmente l'impostazione
dei vari numeri della rivista. Fin dall'inizio "Officina" assume un carattere
aperto a collaborazione esterne: Roversi inserisce Scalia; lo stesso Scalia
con l'appoggio di Roversi, propone il nome di Fortini, mentre Pasolini
porta Romanò. Queste nuove collaborazioni decentrano i luoghi delle
riunioni, che da Bologna si trasferiscono nella casa milanese di Romanò.
Pasolini ha un ruolo determinante per le collaborazioni ottenute nell'ambito
della società letteraria romana.
"Officina" prima serie e
"Officina" nuova serie, sono divise in due diversi ordini di sezioni, tale
criterio è illustrato da un "Compendio descrittivo" redazionale
pubblicato per la prima volta nel numero 4, a proposito della prima serie:
"'Officina' è divisa
in quattro sezioni, che mentre danno una struttura rigorosa a ciascun fascicolo,
vogliono essere intese come temi continui e costanti del lavoro.
LA NOSTRA STORIA.
In questa prima sezione, che dichiara, nella nuova 'letteratura militante',
un ampio interesse storiografico, metodologico e critico...
TESTI E ALLEGATI.
Questa sezione, né antologia né solo documento, è
indicativa e aperta nelle sue scelte, e vorrebbe inoltre stimolare i collaboratori
a una nuova definizione della propria opera...
LA CULTURA ITALIANA.
In un attento e libero esame, cerca di chiarire in senso ideologico, o
in sede polemica, ma con lo sforzo di un'incessante elaborazione, i problemi
letterari.
APPENDICE".
Nel 1955, quando nasce "Officina",
Pasolini ha 33 anni. Ha scritto o sta scrivendo Ragazzi di vita,
i poemetti de Le ceneri di Gramsci, e gli scritti saggistici di
Passione
e ideologia. Il 1955 è l'anno in cui Pasolini, da insegnante
precario in una scuola di Ciampino, diviene uno sceneggiatore cinematografico
di successo. Nel 1953, grazie alla pubblicazione del primo capitolo di
Ragazzi
di vita su "Paragone" e la segnalazione di Bertolucci all'editore Garzanti,
a Pasolini viene corrisposto un assegno mensile come anticipo sul romanzo.
Proprio la vicenda personale
di Pasolini influenzerà in seguito le sorti di "Officina", che subirà
delle forzature in direzione della sua personalità.
Determinante appare la presenza
di Pasolini: per il collegamento con altri intellettuali, per la polemica
con il Pci e per il suo articolato discorso condotto sulla letteratura
con i suoi saggi e le sue poesie.
Da un punto di vista politica
all'interno della rivista convivono una "destra" che fa capo a Roberto
Guiducci, e una sinistra, che ha come protagonista Fortini. Il dissenso
che ne deriva anticipa per molti versi il futuro conflitto fra neopositivismo
e marxismo.
"Officina" si presenta,
quindi, come una rivista di letterati sodali, finanziata da uno di loro
(Roversi), con una gestione tipicamente preindustriale. In tutta la prima
serie non supera le 600 copie e ha una diffusione d'élite.
Per sollevare Roversi dal
gravoso impegno finanziario sono state avviate fin dal 1957 trattative
con vari editori, finché la rivista è affidata a Bompiani.
La nuova amministrazione porta la tiratura sopra le 1000 copie e imposta
un badget pubblicitario. Poi, l'epigramma pasoliniano A un papa
provoca la rottura con l'editore.
Il primo numero del maggio
1955 si apre con un saggio pasoliniano sul Pascoli:
«Si deve notare preliminarmente
che questo scritto vive di una molto sottile e implicita contraddizione.
Nella sostanza Pasolini mira ad una forte limitazione ideale e culturale
e stilistica del plurilinguismo e sperimentalismo pascoliano, facendo anzi
di Pascoli una sorta di idolo polemico antinovecentesco ante litteram;
ma non è difficile avvertire nell'accenno alla 'stupenda possibilità
di descrizione' e nella sottintesa ammirazione per la vastità del
suo influsso, un'adesione a Pascoli (e quindi - surrettiziamente - a quanto
egli anticipa nel novecentismo) che si era manifestata e manifesterà
del resto concretamente in tanta parte della poetica e poesia pasoliniana.
Questa presenza di componenti pascoliane e novecentesche - a livello sentimentale
o metrico-stilistico - è stata già ampiamente studiata dalla
critica, nei suoi momenti attivi e passivi. [...]
Nel suo Pascoli Pasolini mostra a un certo punto una chiara consapevolezza
dei diversi livelli del decadentismo italiano ed europeo (in rapporto alle
rispettive borghesie) ma finisce per sottolineare soltanto il carattere
ritardato e involutivo del primo. Per
quanto riguarda inoltre la presa di coscienza della crisi, in molte pagine
saggistiche dello stesso Pasolini e di Leonetti essa non puo' non risentire
in qualche modo del fatto di essere in larga misura filtrata soprattutto
attraverso le sue manifestazioni ermetico-novecentesche». (1)
L'inserimento nella Piccola
antologia, e la motivazione da parte di Pasolini, di un brano degli
Erotopaegnia di Sanguineti, provoca da parte sua l'invio di una lunga "lettera
aperta" in versi; lettera che riprende ironicamente e polemicamente la
terzina e l'endecasillabo di Pasolini, rovesciando il titolo di Una
polemica in versi in Una polemica in prosa. Il tono della "lettera
aperta" di Sanguineti risente molto della polemica personale, ma fa affiorare
motivi che saranno ripresi nel dibattito sulle nuove avanguardie, e oltretutto
stimola "Officina" ad alcuni ripensamenti.
Così, dopo qualche
anno, Franco Fortini: "Fra Pasolini e Sanguineti, era Pasolini ad aver
ragione; ma in quel momento Sanguineti era nel vento o stava per entrarci".
«E' interessante anzitutto
notare come l'antistoricismo, pur così personalizzato, di Sanguinetti,
provochi una sorta di complesso da parte di "Officina": il senso, cioè,
di uno storicismo vulnerabile, e per questo da ridimensionare nel momento
stesso in cui lo si riafferma. I riconoscimenti più o meno espliciti
di un diverso antinovecentismo e antipetrarchismo in Sanguineti o in altri
autori antologizzati da Pasolini, possono significare una implicita rinuncia
a una esclusiva storicistica in questa direzione: con una certa correzione
di tiro, anche». (1)
«Nella Posizione
Pasolini pone al centro della sua esperienza la realtà oggettiva
di un "mondo scisso in due" dalla Resistenza - ma al tempo stesso - contro
ogni sbrigativa quanto velleitaria liquidazione del passato - sottolineando
l'esigenza di una critica consapevolezza dei retaggi ermetico-novecenteschi
e borghesi originari, e soprattutto la necessità di vivere fino
in fondo "lo stato di crisi" e di "divisione" (della società e della
coscienza), al di là di ogni astratta "rimozione" prospettivistica
(in polemica con certe posizioni comuniste).
Certo, Pasolini assume qui
un idolo polemico (Falqui) decisamente ritardato, e tende talora a un connotazione
riduttiva della crisi (nei termini di quella identità fascismo-novecentismo);
e tuttavia egli riesce ad impostare con attiva contraddittorietà
- grazie anche a certe profonde implicazioni della sua polemica antinovecentesca
- la feconda poetica del "dramma irrisolto". In questo senso sarà
la libertà stilistica che, in "Officina" (oltre a riprendere e maturare
altri spunti critici precedenti), si porrà come una delle chiavi
di lettura più illuminanti della raccolta (e poesia) delle Ceneri
di Gramsci.
Con la sua caratteristica
impostazione gramsci-continiana, Pasolini ricostruisce qui il suo curriculum,
dal noviziato novecentesco chiuso in una libertà stilistica illusoria,
irrazionale e squisita (primo tempo friulano, in particolare), alla rinuncia
nei confronti di essa per misurarsi con la problematica morale e storica
contemporanea. La polemica sui due fronti, considerati come le due facce
del neo-sperimentalismo epigono del novecentismo, dopo le cautele
tattiche iniziali (si noti l'accento posto sull'intento "solo descrittivo"),
si fa più esplicita e "programmatica" che nel Neo-sperimentalismo.
E così pure l'alternativa di uno sperimentalismo "radicalmente"
e autenticamente innovatore, "sprofondato in una esperienza interiore"
e "tentato" nei confronti della "storia", decisamente critico verso gli
"istituti precedenti" e orientato a una riadozione di "modi stilistici
prenovecenteschi", di un "linguaggio razionale" e implicitamente di una
tradizione pluringuistica». (1)
Così Francesco Leonetti
nel 1973 si esprime sulla polemica anti-novecentesca:
«E' corrente in 'Officina'
l'intenzione 'antinovecentesca', che va intesa a mio avviso in questo modo.
[...] Si tratta di ritrovare una linea diversa della letteratura italiana.
Ed è qui, che, per alcuni numeri di 'Officina', avviene allora un
predominio della posizione di Pasolini stil-critico: in quanto egli raccoglie
da Contini-Longhi, e, dietro ad essi, da De Lollis, un'interpretazione
della linea dominante come petrarchesca, anche il Leopardi. Ora io stimo
ciò caratteristico della considerazione neutrale, prevalentemente
stilitstica-linguistica, del lavoro letterario, e intendo rivedere a fondo
questo problema. Ma tale via ebbe buon gioco contro il realismo facile
del tempo; e personalmente a Pasolini e ad altri permise - insieme al consenso
motivato dei maggiori critici - l'orientamento verso il plurilinguismo,
il gergale (pseudo-sociologico), malinteso come alternativa originariamente
'dantesca', e, via via, verso la combinazione espressiva che è pura
tensione di significanti. Se si accetta questa rapida nota - che più
oltre potrò forse sviluppare se ne può inferire che la sucessiva
'avanguardia letteraria' è una prosecuzione (con sofferenza di Pasolini)
della sua stessa scelta, attraverso rinuncia alla elaborazione di contenuti
e forme».
Con Marxisants Pasolini
esprime la sua visione del capitalismo come oppressore del mondo sottoproletario,
di cui soltanto un Partito comunista rigenerato potrà diventare
il difensore. Questa visione viene espressa in uno dei "Nuovi epigrammi"
della Religione del mio tempo, intitolato Alla bandiera rossa:
Per chi conosce solo il
tuo colore, bandiera rossa,
tu devi realmente esistere,
perché lui esista:
chi era coperto di croste
è coperto di piaghe,
il bracciante diventa mendicante,
il napoletano calabrese,
il calabrese africano,
l'analfabeta una bufala
o un cane.
Chi conosceva appena il
tuo colore, bandiera rossa,
sta per non conoscerti più,
neanche coi sensi:
tu che vanti già
tante glorie borghesi ed operaie,
ridiventa straccio, e il
più povero ti sventoli.
In Marxisants Pasolini
oscilla tra la polemica politica e personale, nella ricerca di un compito
adeguato alla funzione dello scrittore, tra l'analisi della nuova condizione
dell'intellettuale e la dichiarazione di poetica, con prevalenza di questo
secondo elemento. Lo scrittore quindi deve adoperarsi in una attività
di ricerca e nella "riassunzione del sottoproletariato come oggetto di
letteratura". Marxisants, come Le ceneri Gramsci, rappresenta
la crisi tra l'essere con Gramsci o nelle "buie viscere", tra ideologia
e passione.
«Si veda, poi, come
Marxisants
tenda a reimpostare i noti termini letterari della polemica sui due fronti,
sia pure aggiornati. C'è infatti la critica al neosperimentalismo-neorealismo
come letteratura "impegnata" criptoermetica, nel non lontano ieri, e l'identificazione
polemica reazione - "squisitezza", nella sua più aggiornata versione
"neocapitalistica"; con l'indicazione alternativa del recupero di una tradizione
alto-borghese "liberale", di una razionalità precedente all'involuzione
novecentesca e fascista. Ma ormai l'impostazione socio-politico-linguistica
pasoliniana appare appare notevolmente semplificata, mentre del resto questo
recupero di un "pieno e forte razionalismo" prenovecentesco rivela tutto
il suo carattere ritardato e contraddittorio e volontaristico.» (1)
Nel 1973 Pasolini, richiesto
di un giudizio sull'esperienza officinesca da Gian Carlo Ferretti, scrive
un pezzo intitolato "Una rivista polivante", riportato di seguito:
«Niente dovrebbe essere
più datato di 'Officina', e invece niente lo è meno. Essa
dovrebbe essere un fossile degli anni cinquanta, e invece non lo è.
Si dovrebbe avere di essa l'impressione di qualcosa di compreso in un tutto
o completamente assimilato o integrato per sempre: invece essa si distacca
da quel tutto come un elemento eslege, a sé. E' la sua qualità
prefiguratrice di fenomeni che sono e restano ancora attuali (la rivangelizzazione
marxista, il razionalismo gauchista - quel poco che c'è)? Oppure
è il fatto ch'essa è stata un unicum circa due decenni fa,
e quindi, come tale, destinata a una memoria particolare? Oppure ancora
è la sua strana sinteticità sperimentale, che poneva problemi
dandone soluzioni solamente possibili e molto stringate? Oppure è
la sua sostanziale polivalenza?
A proposito di questa ultima
ipotesi (che mi pare la più rilevante, anche se le altre possono
coesistere con essa) vorrei notare come tale polivalenza sia spiata dalle
diverse valenze che essa assume se vista attraverso le funzioni particolari
dei suoi coautori o condirettori dopo la diaspora. L'enciclopedismo famelico
di Leonetti che muta incessantemente i riferimenti di una ideologia che
aspira a essere se non dogmatica o ortodossa, certamente 'corretta'; il
moralismo assillante di Fortini che ritocca perpetuamente ogni posizione
raggiunta perché divenuta, così, potenzialmente pragmatica
ed egli è quindi costretto ad avere una perpetua fiducia nel pragma
come unico ribollente fornitori di nuovi temi (la contestazione, per esempio);
il moralismo negativo di Roversi, che, al pragma (come storia che si fa)
si rivolge direttamente come a uno oscuro-luminoso nettare conoscitivo,
esternamente deludente, invece (mi riferisco ancora alla contestazione
"storica" degli anni intorno al '68). Di me taccio. Ma chiunque potrebbe
apprestarmi una didascalia pubblicamente attendibile.
«Ciò che irrita
e dispiace in 'Officina' è la sua ingenuità, che è
anche il suo merito. Il non aver saputo prevedere l'imminente neocapitalismo
e la rinascita fascista, è, per i suoi direttori, umiliante. Ed
è umiliante anche la sua 'critica' ai valori - quelli della sinistra
- in una sostanziale accettazione e quasi adulazione di tali valori. Non
c'erano in 'Officina' né disobbedienza, né estremismo: c'era
la calma della ragione che ricostruisce. Ma non era vera calma; oppure
era una calma ingiustificata. In realtà chi redigeva 'Officina'
- potenzialmente, solo potenzialmente - si accingeva a prendere il posto
di coloro che criticava, con vitalità, rigore, ma anche con rispetto.
Si accingeva cioè alla presa del potere. 'Officina', senza volerlo,
è stata un primo piccolo esempio di potere intellettuale (seguito
poi dai suoi avversari, che nel loro odio verso di essa, altro non hanno
desiderato che ricrearla in forma diversa). Solo la sostanziale onestà
di tutti i suoi autori ha impedito che questa possibilità si realizzasse,
e avvenisse il passaggio cioè la codificazione con, appunto, la
conseguente forma di potere. Quando ciò stava per accadere, 'Officina'
si è autoeliminata. Ma sono i destini particolari e singoli della
diaspora che, ripeto, integrano il suo quadro laconico, enigmatico e imperfetto,
anche se tanto degno di lode» (1).
L'ultimo numero di 'Officina',
il secondo della nuova serie, esce nel maggio-giugno del 1959.
(1) Gian Carlo Ferretti,
Officina,
cultura, letteratura e politica negli anni cinquanta, Einaudi.
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