La saggistica
 


Vedi anche: tutti gli aggiornamenti di "Pagine corsare" da ottobre 1998 
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"Pagine corsare"
Saggistica

Pasolini poeta friulano
di Tito Maniacco
www.carta.org

Il fiume Tagliamento

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"Il sòcul dal civàl al tociarà la ciera, lizèir coma 'na pavea, e al recuardara se ch'al è stat, in silensiu, il mond e chel ch'al sarà.
"Lo zoccolo del cavallo toccherà la terra, leggero come una farfalla, e ricorderà ciò che è stato, in silenzio, il mondo e ciò che sarà".
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Pier Paolo Pasolini, "La recessione"
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Alla fine degli anni Quaranta del XIX secolo un giovanotto, Ippolito Nievo, percorreva le plaghe della Patria del Friuli, ormai nemmeno più fittiziamente Patria [1], passando da neghittose partite al biliardo a S. Daniele al nebbioso tedio di Portogruaro, a furibondi balli carnevaleschi a Udine e a selvaggie passeggiate nei dintorni del castello di Colloredo di Montalbano in cui stava fittamente scrivendo quel che sarebbe poi diventato un grande romanzo nazionale.
Per un effetto del tutto simile a quello della rifrazione in fisica, il suo essere un friulano d'adozione lo faceva penetrare con istintiva precisione, dentro le immote e cupe acque della società friulana, senza lasciarsi irretire dall'apparente innocenza della sua arcadia che, ingannevolmente, piegava e tuttora piega il bastone della sua indagine.
Quella sua lettura non era poi né così ingenua, né così romanticamente viziata come si potrebbe supporre.
Era una lettura, diciamolo sommessamente, come par d'obbligo in tempi siffatti, ideologica, e filtrata attraverso un'interpretazione acutamente sociale.
Il Frammento sulla rivoluzione nazionale ne è la riprova più marcata.
Il complesso e raggelato sistema di una società in ambiguo bilico fra inerzia feudale, fatalistico istinto di morte di una borghesia senza mercato e senza spirito mercantile, appena appoggiata alla terra in una sorta di confusa e boriosa rifeudalizzazione e oscuro e immoto mondo contadino, viene visto attraverso le strette maglie di una mimèsis che, proprio per essere tale, illumina di una luce generale l'interno dei corpi sociali.
Negli anni Quaranta del secolo passato, un giovanotto, figlio di madre friulana e di padre ravennate, percorreva le plaghe della Patria del Friuli, ormai nemmeno più ricordata come Patria, ma passata ad essere, più prosaicamente, Provincia di Udine. Certo i tempi erano diversi, risonava l'eco di una guerra non tanto lontana ormai e a pochi passi frusciava il brusio della guerra partigiana.
Ci si nascode all'attenzione dei fascisti incupiti dai presagi, all'impotente furore dei cosacchi e alla gelida rabbia dei tedeschi dopo la grande fuga dell'8 settembre, poi ci si avventura in bicicletta a ghirigori in un grande cerchio che ha la sua punta acuminata di compasso sopra Casarsa, Casam arsam cum curte, cerchio il cui diametro ha l'iridescente ondulazione del fiume Tagliamento, antico nome celtico, tilia tiglio, fiume che unisce più che dividere. La divisione avviene lungo l'Isonzo e la Livenza. La gente può ben restare di qua e di là dell'acqua, come si suol dire, ma resta friulana.
Quel giovanotto che vaga per feste da ballo, certo non le stesse socialmente e classisticamente, del Nievo, lungo i salici del fiume, fra i paesi costruiti con i sassi spezzati a metà del greto, più che un occhio sociale, che pure si sta affinando con grande rapidità, ha un orecchio linguistico senza pari.
Una volta paragonerà al diverso scorrere delle acque nelle vicine lagune, il fluire delle varianti linguistiche friulane e venete che s'intrecciano, s'influenzano, si caratterizzano. La lingua può essere, come scriveva il Marx del Grundisse, che, usciti nel '70, probabilmente Pasolini non lesse mai: "tanto il prodotto di una comunità, quanto…l'esistenza stessa della comunità, anzi la sua esistenza elementare" [2] , ma per lui è e resterà sempre quella "melodia infinita" di cui scriverà al poeta goriziano De Gironcoli. [3]
La prima immersione nella profondità immota del mondo contadino friulano ha valori tattili, olfattivi, visivi ed acustici. Il suono delle diverse parlate dei paesi predomina nella tesa sensibilità del giovane poeta. Certo, lo spiegamento dei sensi è dialettico, se pur inconsapevolmente. Il suono, la cadenza della parlata locale sono solo la prima onda d'urto della piena presa di possesso di quel mondo.
Questa macchina corporea si muove per le basse terre friulane mettendo a punto, istintivamente, ogni atomo di esperienza libresca ed integrandolo con ogni atomo di vita quotidiana. Tale esperienza è una totalità e non può essere scissa. E negli anni del noviziato che si possono trovare in nuce tutte le esperienze della vita di Pasolini; è dunque nelle vicende friulane che vanno cercati gli impulsi, le motivazioni, le vocazioni. Il volume Un paese di temporali e di primule [4] ne è la riprova più esemplare.
In Friuli la ghianda è venuta a contatto con l'humus e qui un certo tipo di humus l'ha ammorbidita, assorbita e fatta nascere e crescere. Qui le prime illusioni sono state stroncate dalle prime disillusioni, qui le verifiche "sul campo" hanno cominciato ad emettere chiari impulsi creativi.
Qui la società ha presentato un modello intorno al quale la polemica sociologica del giovane scrittore ha svolto le sue prime distillazioni, qui, in questo opaco mondo contadino, Pasolini è diventato comunista senza passare per Karl Marx, proprio come tanti illeterati braccianti e contadini friulani, e traghettando il partito comunista con perplessa attrazione e fortissimo amore-odio, sospettosamente ricambiato, a Udine e a Roma "Malgrado voi, sono e resterò comunista".[5]
" … è sempre il borghese che interpreta il paesaggio rurale e la vita dei contadini, secondo la sua cultura e senza pietà, in fondo, se non è pietà la solidarietà ch'egli sente in nome di un amore regionale cui il popolo non partecipa infine che come oggetto: con secolare allegrezza e rassegnazione".
[Il Friuli, testo radiofonico, 8 aprile 1953, P.P.Pasolini]

Se la nota predominante del concetto di Pasolini è quella, si potrebbe dire, di un paesaggio acustico dell'anima, la pura visibilità vi si intreccia strettamente. Certamente tutto ha origine in quella folgorante e "febbrile" frequentazione bolognese di Longhi. [6] Non a caso i suoi amici dello spirito in Friuli, oltre agli scrittori in friulano ed in italiano, sono i pittori. Primo fra tutti compare un allievo di Saetti a San Vito al Tagliamento, De Rocco, assieme al quale inizia a dipingere, [7] e poi, dopo la guerra, Zigaina in primo luogo, pittore amatissimo, e pochi altri che amerà presentare in mostre locali, tra i quali Anzil che lo ricambierà con un primo ritratto a penna a biro. Pasolini dipinge con un' intensità ed un furore superiore alle proprie capacità di piegare la forma e la tecnica al discorso interiore. Ciò lo renderà immune, naturalmente, dai mediocri effetti dell'influsso accademico veneziano sui suoi coetanei e sui più giovani pittori-studenti friulani.
La rappresentazione su carta, qualunque tipo di carta, tela o tavoletta e l'indiscriminato uso di materiali non accademici - che in seguito diventeranno un'altra accademia - sono la dimensione di un terzo occhio che organizza e regola l'eccedenza del magma che trasuda fuori dalla vita vissuta, riempie le forme naturali della poesia, in italiano e in friulano, e continua a fuoriuscire.
Un occhio-amo come quello di Hugo, che farà scrivere a Montale: "Per qualche anno ho dipinto…/su carta blu da zucchero o canneté da imballo./ Vino e caffè, tracce di dentrificio…/ Composi anche con cenere e con fondi/di capuccino… ". [8]
Ma è l'insieme delle esperienze di vita di cui è ingordo che cominciano a delineare, partendo dagli abissi della coscienza, un'interpretazione del mondo che ha il suo nucleo-magnete nella comunità di vita, di fede cristiana e di lingua che è quella del mondo contadino e delle classi subalterne.
E qui che la connotazione socio-economica esce dalla rigidità dogmatica e, duttilmente, tende a trasformarsi in altro, ben oltre gli schemi. Questo trasalimento dell'inconscio, una sorta di oscuro presagio che è probabilmente vicino a certe cose di Rilke nonostante, o probabilmente proprio per questo, l'istintiva avversione [9]. Lo stesso Rilke che quattro decenni prima scriveva nel castello di Duino, a un tiro di schioppo da Casarsa e secoli di distacco di classe, un altro mondo. Vi si potranno trovare anche i residui di una vaga indeterminatezza pascoliana verso i miseri, ma è come un passaggio oltre il quale, complice la storia, si determina il punto di non ritorno.
"Ti vens cà di nualtris,/ ma nualtris si vif,/ a si vif quiès e muàrs / coma n'aga ch'a passa / scunussuda enfra i bars" [10] (tu vieni qui fra noi, / ma noi si vive,/ si vive quieti e morti,/ come un'acqua che passa / sconosciuta fra le siepi).
E certo un'affermazione esistenziale e ha ragione Asor Rosa quando osserva che si tratta di una "concezione arcaica, quasi protoromanza, della vita contadina, che tende ad affermarsi in massime di carattere generale, in un discorso privo di qualunque dimensione storica". [11]
Ma vi è in Pasolini un'innata capacità di distillare la condizione dell'esistenza fino a farla entrare nel circolo di una lacerante e drammatica concezione generale del mondo.
Se dovessimo tener conto di questo svolgimento, dovremmo notare come esso s'identifichi in tutti i riti di passaggio di un intellettuale borghese dall'esterno della diffidenza verso l'oscura anima del mondo contadino. A questo punto, di regola, almeno un tempo, cade la scure della meccanica del marxismo incarnato nella pratica politica. Pasolini non ha fatto eccezione. Non pare certo un caso che la soluzione finale del poeta maturo, quello nell'ombra nera della seconda forma de "La meglio gioventù" non sia tanto il marxismo nel suo complesso, compresa la vulgata distorta del socialismo reale, quanto il comunismo, o meglio ancora il bisogno di comunismo: "Perché i nostri corpi, se è destino che non vivano più l'innocenza e il mistero della povertà, vivano la cultura comunista. Perché la nostra ansia, se è giusto che non sia più ansia di miseria, sia ansia di beni necessari" [12]. Fra il '43 e il '45-46 le ondate della storia cominciano ad agitare l'arcaico arcadico mondo friulano.
Nella Suite furlana il tempo è ancora immoto, astorico. L'uomo che vi appare rappresentato ricorda certi disegni a matita grassa di Zigaina neorealista: "Tal to vuli frugàt / drenti di na rèit / di rujs insanganadis, / i no jot un Passàt./ Ma doma àins scuris / e nos dismintiadis / e passiòns soteradis / ta un timp sensa i dis". [13] (nel tuo occhio consumato / dentro una rete / di rughe sanguinose,/ io non vedo un Passato./ Ma solo anni oscuri / e notti dimenticate / e passioni sepolte / in un tempo senza i giorni). 
Ma l'irruzione violenta della storia ci rimanda già un'immagine più contorta e definita ne El testament coran, dove il personaggio non appare racchiuso dentro il retorico santino di combattente di una generica libertà, caratteristico di tanta retorica del tempo, quanto modernamente intriso di elementi di lotta civile, sociale e patriottica. 
La storia è dunque storia di un apprendimento etico da parte di coloro nei quali il poeta non vedeva nemmeno un passato: "Lassi in reditàt la me imàdin / ta la cosientha dai siòrs./…Coi todescs no ài vut timòur / de lassà la me dovenetha. Viva el coragiu, el dolòur / e la nothentha dei puarèth" [14] (Lascio in eredità la mia immagine / nella coscienza dei ricchi./…Coi tedeschi non ho avuto paura / di lasciare la mia giovinezza. Viva il coraggio,/ il dolore e l'innocenza dei poveri!).
È in questo contesto che, con gli anni della liberazione, Pasolini crede di poter coniugare contemporaneamente la sua attività di nuovo iscritto al Pci, la sua funzione di poeta e di organizzatore di spirito poetico in lingua friulana con la fondazione dell'Academiuta di lenga furlana, e l'adesione ai primi movimenti autonomistici.
E una contraddizione insanabile, e non tanto per le caratteristiche originali delle varie identità che compongono l'Italia secondo la lezione gramsciana, quanto per la meccanica durezza dei comunisti friulani, portati a considerare, tranne eccezioni, ogni autonomismo un localismo campanilistico sostanzialmente e inequivocabilmente reazionario.
Nello stesso tempo, nell'entusiasmo ingenuo della scoperta di questa intatta e cristallina identità vi è una sorta di armoniosa indeterminatezza politica che non può essere fatalmente destinata al fallimento. Pasolini, cioè, non si accorge o non può rendersi conto, del groviglio e dell'impasto drammatico in cui sono legati ed immersi i contadini e gli operai, che sono poi emersi da un arcaico bozzolo contadino. Nessun movimento contadino è mai compiutamente rivoluzionario, lotta sempre dentro l'accettazione istintiva del sistema in cui vive; si batte, caso mai, per un consolidamento ed un'estensione dei vecchi diritti consuetudinari che l'oppressione borghese sulla terra e la sua stravolgente trasformazione da elemento sacrale in merce, tende a strappargli. 
Il ribellismo e il furto campestre non hanno mai avuto diverse origini. Il comunismo appare allora come un'istanza primaria, proprio in quella lotta di giusti per una società di uguali, assolutamente non mediato da complesse e macchinose sovrastrutture ideologiche che trovano poi il loro avveramento in tortuose attività politiche. 
Quando, anni dopo, vorrà dare un nuovo titolo al romanzo iniziato a scrivere durante le lotte dei braccianti e intitolato, appunto, I giorni del Lodo De Gasperi, penserà a quell'alta tensione morale e politica e, generico lettore di Marx, incaricherà l'amico Fortini di cercargli qualcosa di adeguato, e Fortini troverà in una lettera giovanile a Ruge quel che calzava come un guanto, e sarà Il sogno di una cosa [15]. 
Il continuo richiamo alla poeticità della lingua, d'altra parte, lo mette istintivamente contro il vasto mondo che ruota intorno ai promotori dell'autonomia friulana. Quando egli, proveniente dalle abissali ricognizioni dentro il corpo dell'arte moderna, propone un grande e drammatico nuovo contenuto alla poesia friulana tradizionale, non si rende conto, nel suo sereno entusiasmo (non ancora "tetro"), che di fatto la sua è una scelta di campo che lo proietta fuori dalla realtà friulana effettuale, sia quella reazionaria e conservatrice, sia quella progressista. Attaccando Zorutti, il principe dei poeti, o meglio il poeta emblema, egli intende colpire il dialetto per sollevare la lingua che giace inerte fra la gente e l'addomesticata e idillica rappresentazione della società. Ciò che Pasolini ancora non capisce è che Zorutti è il Friuli e che l'uno non può stare senza l'altro.
In tal modo apparirà chiaro, oggi, che Pasolini non è il Friuli e che il Friuli, consciamente o inconsciamente, non può e non vuole essere identificato con lui che chiede la rimozione del suo "complesso di Edipo nei confronti del padre romano e della madre tradizione". [16]
Dando le dimissioni dal Movimento Popolare Friulano (MPF) in cui era entrato nei primi mesi del '47, nel febbraio del '48, ormai sa quel che vuole e non capisce ancora perchè vi sia tanta ostilità nel movimento operaio. Dirà in un articolo su "Il mattino del Popolo" di Venezia del 28 febbraio: "…io volevo dare alla nostra questione un carattere antiprovinciale, antinazionalistico e tutto logico e funzionale, osservandolo dall'angolo visuale della Sinistra; e proprio non capivo come mai comunisti e socialisti fossero così sordi al problema…". [17]

Fra il '45 e il '49, quattro anni di una fortissima concentrazione dell'esperienza, Pasolini comincia ad elaborare quella sua concezione del mondo che sarà poi, degli anni Sessanta, così nota fra l'opinione pubblica italiana. Adopera fino all'assottigliamento ogni tipo di avvicinamento alla società, dall'adesione ai gruppi autonomistici, alla costituzione di una società di poeti in lingua friulana, fino all'impegnativa e controversa iscrizione (1946) al Partito Comunista. Il nucleo che trattiene dell'esperienza friulana non è tanto la storia quanto l'identità e le caratteristiche originali della civiltà contadina, civiltà povera su cui la lotta antifascista dapprima e quella sociale poi ha creato una sorta di irrisolto cortocircuito fra il passato e il presente. 
Quando, "come in un romanzo", Pasolini prende il treno con la madre, da Casarsa per Roma, nell'ottobre del 1949, per quanto gli possa sembrare incredibile, avvolto come in un sudario da eventi incomprensibili, la sua vita non è perduta, ma il Friuli sì. Egli abbandona il Friuli quando la sua esperienza friulana è totalmente combusta, ma non prima che tale esperienza sia diventata essenziale concime per l'artista e il visionario "protestante" degli anni a venire. Quando iniziò, ebbro di Mallarmé e di Rimbaud, il suo Friuli poteve essere nello specchio di occhi innocenti, una Provenza dello spirito:
"Fontana di aga dal me país./ A no è aga pí fres-cia che tal me país./ Fontana di rustic amòur". [18] (Fontana d'acqua del mio paese./ Non c'è acqua più fresca che nel mio paese./ Fontana di rustico amore).
E quando fu alla fine, poco più di trent'anni dopo, ancora il Friuli ed il mondo friulano e la lingua friulana, pur se impastati in un gigantesco crogiolo dalle contraddizioni apparentemente insolubili del mondo contemporaneo, ricompaiono all'orizzonte come un determinante leitmotiv.
E quel Friuli, con quella sua mediocre e sordida classe dirigente, non è più suo e non possiede più nessun "sogno di una cosa": "país no me". L'acqua è amara, invecchiata, inquinata e senza nerbo, e l'amore agreste, prodotto borghese dei sogni sulla comunità di villaggio, è stato distrutto dai rapporti di produzione: "amóur par nissún", amore per nessuno. In quei trent'anni tutta l'esperienza di una via friulana al capitalismo è stata consumata e le speranze sono cadute come foglie insanguinate dall'autunno del nostro disinganno: "…Ma chè cuntentessa a era stupida./ E à fat capí ch'a era stada stupida / encia la rassegnasiòn. Da la Santitàt / a no è restàt pí nuja. Omis / e frus a àn dismintiàt coma ch'a si stava / in piè tal mond, cu'na fuarsa e 'na innosensa…/ch'a erin 'na ilusiòn. A no bastava / vej pierdút la realtàt, i vèvin di pierdi / encia la ilusiòn!... " [19] (Ma quella loro contentezza era stupida / E ha fatto capire che era stata stupida / anche la rassegnazione. Della santità / non è rimasto più niente. Uomini e ragazzi hanno dimenticato come si stava / in piedi nel mondo con una forza e un'innocenza…/ ch'erano illusione. Non bastava / aver perso la realtà, dovevano perdere / anche l'illusione !...).
La condizione umana, gli anni del miracolo economico segnano, non un innalzamento, ma un radicale abbassamento ed un'implacabile, se pur lenta perdita di identità del popolo, travolto, sconvolto e furbescamente coinvolto da un'abietta concezione del mondo piccolo borghese.
Il giorno della fine è cominciato quando, gravato dal fardello di una fame atavica, ha ceduto al ricatto firmato il 18 aprile del 1948: "Chej mil francs di pí / ch'a vi àn fat crodi ch'a scuminsiàs 'na sagra / sensa fin, puòrs fradis, a erin i bès dal dí / de la vustra fin. La santa vacia magra / asi èpierduda tai vustris vuj par simpri,/ chè grassa a rit, plena di pòura,/ sensa dignitàt". [20] (Quelle mille lire di più / che vi avevano fatto credere che cominciasse una sagra / senza fine, poveri fratelli, erano i soldi del giorno / della vostra fine. La santa vacca / si è persa nei vostri occhi per sempre, / quella grassa ride, piena di paura,/ senza dignità).
Il vecchio Friuli arcaico-arcadico e la speranza del nuovo Friuli sono finiti con i treni che portano lontano, in emigrazione, la meglio gioventù. Nel 1953 ancora (Cansion) la sconfitta personale del poeta è una sconfitta generale. La perdita della lingua è la perdita di un'identità fatta da millenarie radici: "…un legàs / colàt da nòuf ta còurs dismintiàs" [21] (…una lingua / caduta di nuovo in cuori dimenticati), ed è da qui che si rialza in volo il vecchio fantasma che percorre l'Italia, l'Europa e il mondo in una concreta utopia: "Perchè la nostra ansia, se è giusto che non sia più ansia di miseria, sia ansia di beni necessari. Torniamo 'indietro', col pugno chiuso, e ricominciamo daccapo". [22]

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Note
[1] Fin dalle origini del governo temporale dei Patriarchi di Aquileia (3 aprile 1077), il Friuli, escluse le contee di Gorizia e Gradisca ed altre enclaves feudali (fra le quali Pordenone), fu definito Patri del Friuli.
[2] K. Marx, lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, La Nuova Italia 1970 vol.II pp. 115-116
[3] N. Naldini, Pasolini, una vita, Einaudi 1989, p.89
[4] N. Naldini (a cura di), Un paese di temporali e primule, Guanda 1993
[5] N. Naldini, Pasolini…cit, p.135
[6] Ibidem, p. 27
[7] Per Pasolini pittore vedi: G. Zigaina, P.P. Pasolini et la sacralité de la tecnique Galerie Kara, Genève 1984-1986
[8] E. Montale, L'arte povera, in Diario del '71 e del '72, Mondadori 1973
[9] N. Naldini, Pasolini…cit, p.135
[10] P.P. Pasolini, Tournant al paìs II, Poesie a Casarsa (1941-1943), in La nuova gioventù, Einaudi 1975
[11] A.Asor Rosa, Scrittori e popoli, Samonà e Savelli, 1972, parte II, p. 357
[12] P.P. Pasolini, Appunto per una poesia in terrone, Tetro entusiasmo (1973-1974), in
La nuova…,cit
[13] P.P. Pasolini, La not di maj, Suite furlane (1944-49), in La nuova…,cit.
[14] P.P. Pasolini, El testament Coran, (1947-52), in La nuova…,cit.
[15] N. Naldini, Pasolini…cit, parte II, p. 250
[16] P.P.Pasolini, Il Friuli autonomo, in N. Naldini (a cura di), Un Paese…,cit, parte II, p. 260
[17] Ibidem, Il Friuli e il movimento popolare friulano, p. 263
[18] P.P.Pasolini, Dedica, Poesie a Casarsa (1941-43), in La nuova…,cit.
[19] P.P.Pasolini, Poesia popolare, Tetro entusiasmo, cit.
[20] P.P.Pasolini, Poesia popolare, Tetro entusiasmo, cit.
[21] P.P.Pasolini, Cansion, Appendice (1950-53), in La nuova…,cit.
[22] P.P. Pasolini, Appunto per una poesia in terrone, cit.

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Tito Maniacco è nato nel 1932 a Udine, dove vive e lavora. Si occupa di critica di costume e arti figurative. E' artista in proprio ed ha al suo attivo diverse mostre personali e collettive. Ha pubblicato numerosi libri di poesia, saggistica e narrativa, tra i quali:
Stagioni in Friuli, poesie, ed. del Provinciale, Udine 1958
Le vette del tempo, poesie, grafiche Fulvio, Udine 1971 (premio Cittadella 1972)
L'albero dentro la casa, racconti, ed. Incontri, Udine 1974
I senza storia. Storia del Friuli, Casamassima, 3 voll., Udine 1977-1979
Storia del Friuli, Newton Compton, Roma 1985
Da una lontananza irrevocabile, poemetto, Campanotto, Udine 1991
L'uomo dei canali, romanzo, Studio Tesi, Pordenone 1993
L'ideologia friulana. Critica dell'immaginario collettivo, KappaVu, Udine 1995
Gentiluomo nello studio, poemetto, Il Menocchio, Montereale Valcellina 1996
La patata non è un fiore, Vivere e morire da contadini, Biblioteca dell'Immagine, Pordenone 1997
Mediterraneo, poemetto, Il Menocchio, Montereale Valcellina 1998
Genesi, racconti, Biblioteca dell'Immagine, Pordenone 1999
La veglia di Ceschia, romanzo, Biblioteca dell'Immagine, Pordenone 2001
Patriarca nella nebbia, poemetto, Il Menocchio, Montereale Valcellina 2004
Le favole del corvo, KappaVu, Udine 2005

 


Pasolini poeta friulano, di Tito Maniacco
 

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