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"Pagine
corsare"
Saggistica
Pasolini poeta friulano
di Tito Maniacco
www.carta.org
Il fiume Tagliamento
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"Il sòcul
dal civàl al tociarà la ciera, lizèir coma 'na pavea,
e al recuardara se ch'al è stat, in silensiu, il mond e chel ch'al
sarà.
"Lo zoccolo del cavallo
toccherà la terra, leggero come una farfalla, e ricorderà
ciò che è stato, in silenzio, il mondo e ciò che sarà".
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Pier Paolo Pasolini, "La
recessione"
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Alla fine degli anni Quaranta
del XIX secolo un giovanotto, Ippolito Nievo, percorreva le plaghe della
Patria del Friuli, ormai nemmeno più fittiziamente Patria [1], passando
da neghittose partite al biliardo a S. Daniele al nebbioso tedio di Portogruaro,
a furibondi balli carnevaleschi a Udine e a selvaggie passeggiate nei dintorni
del castello di Colloredo di Montalbano in cui stava fittamente scrivendo
quel che sarebbe poi diventato un grande romanzo nazionale.
Per un effetto del tutto
simile a quello della rifrazione in fisica, il suo essere un friulano d'adozione
lo faceva penetrare con istintiva precisione, dentro le immote e cupe acque
della società friulana, senza lasciarsi irretire dall'apparente
innocenza della sua arcadia che, ingannevolmente, piegava e tuttora piega
il bastone della sua indagine.
Quella sua lettura non era
poi né così ingenua, né così romanticamente
viziata come si potrebbe supporre.
Era una lettura, diciamolo
sommessamente, come par d'obbligo in tempi siffatti, ideologica, e filtrata
attraverso un'interpretazione acutamente sociale.
Il Frammento sulla rivoluzione
nazionale ne è la riprova più marcata.
Il complesso e raggelato
sistema di una società in ambiguo bilico fra inerzia feudale, fatalistico
istinto di morte di una borghesia senza mercato e senza spirito mercantile,
appena appoggiata alla terra in una sorta di confusa e boriosa rifeudalizzazione
e oscuro e immoto mondo contadino, viene visto attraverso le strette maglie
di una mimèsis che, proprio per essere tale, illumina di una luce
generale l'interno dei corpi sociali.
Negli anni Quaranta del
secolo passato, un giovanotto, figlio di madre friulana e di padre ravennate,
percorreva le plaghe della Patria del Friuli, ormai nemmeno più
ricordata come Patria, ma passata ad essere, più prosaicamente,
Provincia di Udine. Certo i tempi erano diversi, risonava l'eco di una
guerra non tanto lontana ormai e a pochi passi frusciava il brusio della
guerra partigiana.
Ci si nascode all'attenzione
dei fascisti incupiti dai presagi, all'impotente furore dei cosacchi e
alla gelida rabbia dei tedeschi dopo la grande fuga dell'8 settembre, poi
ci si avventura in bicicletta a ghirigori in un grande cerchio che ha la
sua punta acuminata di compasso sopra Casarsa, Casam arsam cum curte,
cerchio il cui diametro ha l'iridescente ondulazione del fiume Tagliamento,
antico nome celtico, tilia tiglio, fiume che unisce più che
dividere. La divisione avviene lungo l'Isonzo e la Livenza. La gente può
ben restare di qua e di là dell'acqua, come si suol dire, ma resta
friulana.
Quel giovanotto che vaga
per feste da ballo, certo non le stesse socialmente e classisticamente,
del Nievo, lungo i salici del fiume, fra i paesi costruiti con i sassi
spezzati a metà del greto, più che un occhio sociale, che
pure si sta affinando con grande rapidità, ha un orecchio linguistico
senza pari.
Una volta paragonerà
al diverso scorrere delle acque nelle vicine lagune, il fluire delle varianti
linguistiche friulane e venete che s'intrecciano, s'influenzano, si caratterizzano.
La lingua può essere, come scriveva il Marx del Grundisse, che,
usciti nel '70, probabilmente Pasolini non lesse mai: "tanto il prodotto
di una comunità, quanto…l'esistenza stessa della comunità,
anzi la sua esistenza elementare" [2] , ma per lui è e resterà
sempre quella "melodia infinita" di cui scriverà al poeta goriziano
De Gironcoli. [3]
La prima immersione nella
profondità immota del mondo contadino friulano ha valori tattili,
olfattivi, visivi ed acustici. Il suono delle diverse parlate dei paesi
predomina nella tesa sensibilità del giovane poeta. Certo, lo spiegamento
dei sensi è dialettico, se pur inconsapevolmente. Il suono, la cadenza
della parlata locale sono solo la prima onda d'urto della piena presa di
possesso di quel mondo.
Questa macchina corporea
si muove per le basse terre friulane mettendo a punto, istintivamente,
ogni atomo di esperienza libresca ed integrandolo con ogni atomo di vita
quotidiana. Tale esperienza è una totalità e non può
essere scissa. E negli anni del noviziato che si possono trovare in nuce
tutte le esperienze della vita di Pasolini; è dunque nelle vicende
friulane che vanno cercati gli impulsi, le motivazioni, le vocazioni. Il
volume Un paese di temporali e di primule [4] ne è la riprova
più esemplare.
In Friuli la ghianda è
venuta a contatto con l'humus e qui un certo tipo di humus l'ha ammorbidita,
assorbita e fatta nascere e crescere. Qui le prime illusioni sono state
stroncate dalle prime disillusioni, qui le verifiche "sul campo" hanno
cominciato ad emettere chiari impulsi creativi.
Qui la società ha
presentato un modello intorno al quale la polemica sociologica del giovane
scrittore ha svolto le sue prime distillazioni, qui, in questo opaco mondo
contadino, Pasolini è diventato comunista senza passare per Karl
Marx, proprio come tanti illeterati braccianti e contadini friulani, e
traghettando il partito comunista con perplessa attrazione e fortissimo
amore-odio, sospettosamente ricambiato, a Udine e a Roma "Malgrado voi,
sono e resterò comunista".[5]
" … è sempre il borghese
che interpreta il paesaggio rurale e la vita dei contadini, secondo la
sua cultura e senza pietà, in fondo, se non è pietà
la solidarietà ch'egli sente in nome di un amore regionale cui il
popolo non partecipa infine che come oggetto: con secolare allegrezza e
rassegnazione".
[Il
Friuli, testo radiofonico, 8 aprile 1953, P.P.Pasolini]
Se la nota predominante del
concetto di Pasolini è quella, si potrebbe dire, di un paesaggio
acustico dell'anima, la pura visibilità vi si intreccia strettamente.
Certamente tutto ha origine in quella folgorante e "febbrile" frequentazione
bolognese di Longhi. [6] Non a caso i suoi amici dello spirito in Friuli,
oltre agli scrittori in friulano ed in italiano, sono i pittori. Primo
fra tutti compare un allievo di Saetti a San Vito al Tagliamento, De Rocco,
assieme al quale inizia a dipingere, [7] e poi, dopo la guerra, Zigaina
in primo luogo, pittore amatissimo, e pochi altri che amerà presentare
in mostre locali, tra i quali Anzil che lo ricambierà con un primo
ritratto a penna a biro. Pasolini dipinge con un' intensità ed un
furore superiore alle proprie capacità di piegare la forma e la
tecnica al discorso interiore. Ciò lo renderà immune, naturalmente,
dai mediocri effetti dell'influsso accademico veneziano sui suoi coetanei
e sui più giovani pittori-studenti friulani.
La rappresentazione su carta,
qualunque tipo di carta, tela o tavoletta e l'indiscriminato uso di materiali
non accademici - che in seguito diventeranno un'altra accademia - sono
la dimensione di un terzo occhio che organizza e regola l'eccedenza del
magma che trasuda fuori dalla vita vissuta, riempie le forme naturali della
poesia, in italiano e in friulano, e continua a fuoriuscire.
Un occhio-amo come quello
di Hugo, che farà scrivere a Montale: "Per qualche anno ho dipinto…/su
carta blu da zucchero o canneté da imballo./ Vino e caffè,
tracce di dentrificio…/ Composi anche con cenere e con fondi/di capuccino…
". [8]
Ma è l'insieme delle
esperienze di vita di cui è ingordo che cominciano a delineare,
partendo dagli abissi della coscienza, un'interpretazione del mondo che
ha il suo nucleo-magnete nella comunità di vita, di fede cristiana
e di lingua che è quella del mondo contadino e delle classi subalterne.
E qui che la connotazione
socio-economica esce dalla rigidità dogmatica e, duttilmente, tende
a trasformarsi in altro, ben oltre gli schemi. Questo trasalimento dell'inconscio,
una sorta di oscuro presagio che è probabilmente vicino a certe
cose di Rilke nonostante, o probabilmente proprio per questo, l'istintiva
avversione [9]. Lo stesso Rilke che quattro decenni prima scriveva nel
castello di Duino, a un tiro di schioppo da Casarsa e secoli di distacco
di classe, un altro mondo. Vi si potranno trovare anche i residui di una
vaga indeterminatezza pascoliana verso i miseri, ma è come un passaggio
oltre il quale, complice la storia, si determina il punto di non ritorno.
"Ti vens cà di nualtris,/
ma nualtris si vif,/ a si vif quiès e muàrs / coma n'aga
ch'a passa / scunussuda enfra i bars" [10] (tu vieni qui fra noi, / ma
noi si vive,/ si vive quieti e morti,/ come un'acqua che passa / sconosciuta
fra le siepi).
E certo un'affermazione
esistenziale e ha ragione Asor Rosa quando osserva che si tratta di una
"concezione arcaica, quasi protoromanza, della vita contadina, che tende
ad affermarsi in massime di carattere generale, in un discorso privo di
qualunque dimensione storica". [11]
Ma vi è in Pasolini
un'innata capacità di distillare la condizione dell'esistenza fino
a farla entrare nel circolo di una lacerante e drammatica concezione generale
del mondo.
Se dovessimo tener conto
di questo svolgimento, dovremmo notare come esso s'identifichi in tutti
i riti di passaggio di un intellettuale borghese dall'esterno della diffidenza
verso l'oscura anima del mondo contadino. A questo punto, di regola, almeno
un tempo, cade la scure della meccanica del marxismo incarnato nella pratica
politica. Pasolini non ha fatto eccezione. Non pare certo un caso che la
soluzione finale del poeta maturo, quello nell'ombra nera della seconda
forma de "La meglio gioventù" non sia tanto il marxismo nel suo
complesso, compresa la vulgata distorta del socialismo reale, quanto il
comunismo, o meglio ancora il bisogno di comunismo: "Perché i nostri
corpi, se è destino che non vivano più l'innocenza e il mistero
della povertà, vivano la cultura comunista. Perché la nostra
ansia, se è giusto che non sia più ansia di miseria, sia
ansia di beni necessari" [12]. Fra il '43 e il '45-46 le ondate della storia
cominciano ad agitare l'arcaico arcadico mondo friulano.
Nella Suite furlana
il tempo è ancora immoto, astorico. L'uomo che vi appare rappresentato
ricorda certi disegni a matita grassa di Zigaina neorealista: "Tal to vuli
frugàt / drenti di na rèit / di rujs insanganadis, / i no
jot un Passàt./ Ma doma àins scuris / e nos dismintiadis
/ e passiòns soteradis / ta un timp sensa i dis". [13] (nel tuo
occhio consumato / dentro una rete / di rughe sanguinose,/ io non vedo
un Passato./ Ma solo anni oscuri / e notti dimenticate / e passioni sepolte
/ in un tempo senza i giorni).
Ma l'irruzione violenta
della storia ci rimanda già un'immagine più contorta e definita
ne El testament coran, dove il personaggio non appare racchiuso
dentro il retorico santino di combattente di una generica libertà,
caratteristico di tanta retorica del tempo, quanto modernamente intriso
di elementi di lotta civile, sociale e patriottica.
La storia è dunque
storia di un apprendimento etico da parte di coloro nei quali il poeta
non vedeva nemmeno un passato: "Lassi in reditàt la me imàdin
/ ta la cosientha dai siòrs./…Coi todescs no ài vut timòur
/ de lassà la me dovenetha. Viva el coragiu, el dolòur /
e la nothentha dei puarèth" [14] (Lascio in eredità la mia
immagine / nella coscienza dei ricchi./…Coi tedeschi non ho avuto paura
/ di lasciare la mia giovinezza. Viva il coraggio,/ il dolore e l'innocenza
dei poveri!).
È in questo contesto
che, con gli anni della liberazione, Pasolini crede di poter coniugare
contemporaneamente la sua attività di nuovo iscritto al Pci, la
sua funzione di poeta e di organizzatore di spirito poetico in lingua friulana
con la fondazione dell'Academiuta di lenga furlana, e l'adesione ai primi
movimenti autonomistici.
E una contraddizione insanabile,
e non tanto per le caratteristiche originali delle varie identità
che compongono l'Italia secondo la lezione gramsciana, quanto per la meccanica
durezza dei comunisti friulani, portati a considerare, tranne eccezioni,
ogni autonomismo un localismo campanilistico sostanzialmente e inequivocabilmente
reazionario.
Nello stesso tempo, nell'entusiasmo
ingenuo della scoperta di questa intatta e cristallina identità
vi è una sorta di armoniosa indeterminatezza politica che non può
essere fatalmente destinata al fallimento. Pasolini, cioè, non si
accorge o non può rendersi conto, del groviglio e dell'impasto drammatico
in cui sono legati ed immersi i contadini e gli operai, che sono poi emersi
da un arcaico bozzolo contadino. Nessun movimento contadino è mai
compiutamente rivoluzionario, lotta sempre dentro l'accettazione istintiva
del sistema in cui vive; si batte, caso mai, per un consolidamento ed un'estensione
dei vecchi diritti consuetudinari che l'oppressione borghese sulla terra
e la sua stravolgente trasformazione da elemento sacrale in merce, tende
a strappargli.
Il ribellismo e il furto
campestre non hanno mai avuto diverse origini. Il comunismo appare allora
come un'istanza primaria, proprio in quella lotta di giusti per una società
di uguali, assolutamente non mediato da complesse e macchinose sovrastrutture
ideologiche che trovano poi il loro avveramento in tortuose attività
politiche.
Quando, anni dopo, vorrà
dare un nuovo titolo al romanzo iniziato a scrivere durante le lotte dei
braccianti e intitolato, appunto, I giorni del Lodo De Gasperi,
penserà a quell'alta tensione morale e politica e, generico lettore
di Marx, incaricherà l'amico Fortini di cercargli qualcosa di adeguato,
e Fortini troverà in una lettera giovanile a Ruge quel che calzava
come un guanto, e sarà Il sogno di una cosa [15].
Il continuo richiamo alla
poeticità della lingua, d'altra parte, lo mette istintivamente contro
il vasto mondo che ruota intorno ai promotori dell'autonomia friulana.
Quando egli, proveniente dalle abissali ricognizioni dentro il corpo dell'arte
moderna, propone un grande e drammatico nuovo contenuto alla poesia friulana
tradizionale, non si rende conto, nel suo sereno entusiasmo (non ancora
"tetro"), che di fatto la sua è una scelta di campo che lo proietta
fuori dalla realtà friulana effettuale, sia quella reazionaria e
conservatrice, sia quella progressista. Attaccando Zorutti, il principe
dei poeti, o meglio il poeta emblema, egli intende colpire il dialetto
per sollevare la lingua che giace inerte fra la gente e l'addomesticata
e idillica rappresentazione della società. Ciò che Pasolini
ancora non capisce è che Zorutti è il Friuli e che l'uno
non può stare senza l'altro.
In tal modo apparirà
chiaro, oggi, che Pasolini non è il Friuli e che il Friuli, consciamente
o inconsciamente, non può e non vuole essere identificato con lui
che chiede la rimozione del suo "complesso di Edipo nei confronti del padre
romano e della madre tradizione". [16]
Dando le dimissioni dal
Movimento Popolare Friulano (MPF) in cui era entrato nei primi mesi del
'47, nel febbraio del '48, ormai sa quel che vuole e non capisce ancora
perchè vi sia tanta ostilità nel movimento operaio. Dirà
in un articolo su "Il mattino del Popolo" di Venezia del 28 febbraio: "…io
volevo dare alla nostra questione un carattere antiprovinciale, antinazionalistico
e tutto logico e funzionale, osservandolo dall'angolo visuale della Sinistra;
e proprio non capivo come mai comunisti e socialisti fossero così
sordi al problema…". [17]
Fra il '45 e il '49, quattro
anni di una fortissima concentrazione dell'esperienza, Pasolini comincia
ad elaborare quella sua concezione del mondo che sarà poi, degli
anni Sessanta, così nota fra l'opinione pubblica italiana. Adopera
fino all'assottigliamento ogni tipo di avvicinamento alla società,
dall'adesione ai gruppi autonomistici, alla costituzione di una società
di poeti in lingua friulana, fino all'impegnativa e controversa iscrizione
(1946) al Partito Comunista. Il nucleo che trattiene dell'esperienza friulana
non è tanto la storia quanto l'identità e le caratteristiche
originali della civiltà contadina, civiltà povera su cui
la lotta antifascista dapprima e quella sociale poi ha creato una sorta
di irrisolto cortocircuito fra il passato e il presente.
Quando, "come in un romanzo",
Pasolini prende il treno con la madre, da Casarsa per Roma, nell'ottobre
del 1949, per quanto gli possa sembrare incredibile, avvolto come in un
sudario da eventi incomprensibili, la sua vita non è perduta, ma
il Friuli sì. Egli abbandona il Friuli quando la sua esperienza
friulana è totalmente combusta, ma non prima che tale esperienza
sia diventata essenziale concime per l'artista e il visionario "protestante"
degli anni a venire. Quando iniziò, ebbro di Mallarmé e di
Rimbaud, il suo Friuli poteve essere nello specchio di occhi innocenti,
una Provenza dello spirito:
"Fontana di aga dal me país./
A no è aga pí fres-cia che tal me país./ Fontana di
rustic amòur". [18] (Fontana d'acqua del mio paese./ Non c'è
acqua più fresca che nel mio paese./ Fontana di rustico amore).
E quando fu alla fine, poco
più di trent'anni dopo, ancora il Friuli ed il mondo friulano e
la lingua friulana, pur se impastati in un gigantesco crogiolo dalle contraddizioni
apparentemente insolubili del mondo contemporaneo, ricompaiono all'orizzonte
come un determinante leitmotiv.
E quel Friuli, con quella
sua mediocre e sordida classe dirigente, non è più suo e
non possiede più nessun "sogno di una cosa": "país no me".
L'acqua è amara, invecchiata, inquinata e senza nerbo, e l'amore
agreste, prodotto borghese dei sogni sulla comunità di villaggio,
è stato distrutto dai rapporti di produzione: "amóur par
nissún", amore per nessuno. In quei trent'anni tutta l'esperienza
di una via friulana al capitalismo è stata consumata e le speranze
sono cadute come foglie insanguinate dall'autunno del nostro disinganno:
"…Ma chè cuntentessa a era stupida./ E à fat capí
ch'a era stada stupida / encia la rassegnasiòn. Da la Santitàt
/ a no è restàt pí nuja. Omis / e frus a àn
dismintiàt coma ch'a si stava / in piè tal mond, cu'na fuarsa
e 'na innosensa…/ch'a erin 'na ilusiòn. A no bastava / vej pierdút
la realtàt, i vèvin di pierdi / encia la ilusiòn!...
" [19] (Ma quella loro contentezza era stupida / E ha fatto capire che
era stata stupida / anche la rassegnazione. Della santità / non
è rimasto più niente. Uomini e ragazzi hanno dimenticato
come si stava / in piedi nel mondo con una forza e un'innocenza…/ ch'erano
illusione. Non bastava / aver perso la realtà, dovevano perdere
/ anche l'illusione !...).
La condizione umana, gli
anni del miracolo economico segnano, non un innalzamento, ma un radicale
abbassamento ed un'implacabile, se pur lenta perdita di identità
del popolo, travolto, sconvolto e furbescamente coinvolto da un'abietta
concezione del mondo piccolo borghese.
Il giorno della fine è
cominciato quando, gravato dal fardello di una fame atavica, ha ceduto
al ricatto firmato il 18 aprile del 1948: "Chej mil francs di pí
/ ch'a vi àn fat crodi ch'a scuminsiàs 'na sagra / sensa
fin, puòrs fradis, a erin i bès dal dí / de la vustra
fin. La santa vacia magra / asi èpierduda tai vustris vuj par simpri,/
chè grassa a rit, plena di pòura,/ sensa dignitàt".
[20] (Quelle mille lire di più / che vi avevano fatto credere che
cominciasse una sagra / senza fine, poveri fratelli, erano i soldi del
giorno / della vostra fine. La santa vacca / si è persa nei vostri
occhi per sempre, / quella grassa ride, piena di paura,/ senza dignità).
Il vecchio Friuli arcaico-arcadico
e la speranza del nuovo Friuli sono finiti con i treni che portano lontano,
in emigrazione, la meglio gioventù. Nel 1953 ancora (Cansion)
la sconfitta personale del poeta è una sconfitta generale. La perdita
della lingua è la perdita di un'identità fatta da millenarie
radici: "…un legàs / colàt da nòuf ta còurs
dismintiàs" [21] (…una lingua / caduta di nuovo in cuori dimenticati),
ed è da qui che si rialza in volo il vecchio fantasma che percorre
l'Italia, l'Europa e il mondo in una concreta utopia: "Perchè la
nostra ansia, se è giusto che non sia più ansia di miseria,
sia ansia di beni necessari. Torniamo 'indietro', col pugno chiuso, e ricominciamo
daccapo". [22]
------------------
Note
[1] Fin dalle origini del
governo temporale dei Patriarchi di Aquileia (3 aprile 1077), il Friuli,
escluse le contee di Gorizia e Gradisca ed altre enclaves feudali (fra
le quali Pordenone), fu definito Patri del Friuli.
[2] K. Marx, lineamenti
fondamentali della critica dell'economia politica, La Nuova Italia 1970
vol.II pp. 115-116
[3] N. Naldini, Pasolini,
una vita, Einaudi 1989, p.89
[4] N. Naldini (a cura di),
Un paese di temporali e primule, Guanda 1993
[5] N. Naldini, Pasolini…cit,
p.135
[6] Ibidem, p. 27
[7] Per Pasolini pittore
vedi: G. Zigaina, P.P. Pasolini et la sacralité de la tecnique Galerie
Kara, Genève 1984-1986
[8] E. Montale, L'arte povera,
in Diario del '71 e del '72, Mondadori 1973
[9] N. Naldini, Pasolini…cit,
p.135
[10] P.P. Pasolini, Tournant
al paìs II, Poesie a Casarsa (1941-1943), in La nuova gioventù,
Einaudi 1975
[11] A.Asor Rosa, Scrittori
e popoli, Samonà e Savelli, 1972, parte II, p. 357
[12] P.P. Pasolini, Appunto
per una poesia in terrone, Tetro entusiasmo (1973-1974), in
La nuova…,cit
[13] P.P. Pasolini, La not
di maj, Suite furlane (1944-49), in La nuova…,cit.
[14] P.P. Pasolini, El testament
Coran, (1947-52), in La nuova…,cit.
[15] N. Naldini, Pasolini…cit,
parte II, p. 250
[16] P.P.Pasolini, Il Friuli
autonomo, in N. Naldini (a cura di), Un Paese…,cit, parte II, p. 260
[17] Ibidem, Il Friuli e
il movimento popolare friulano, p. 263
[18] P.P.Pasolini, Dedica,
Poesie a Casarsa (1941-43), in La nuova…,cit.
[19] P.P.Pasolini, Poesia
popolare, Tetro entusiasmo, cit.
[20] P.P.Pasolini, Poesia
popolare, Tetro entusiasmo, cit.
[21] P.P.Pasolini, Cansion,
Appendice (1950-53), in La nuova…,cit.
[22] P.P. Pasolini, Appunto
per una poesia in terrone, cit.
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Tito Maniacco è
nato nel 1932 a Udine, dove vive e lavora. Si occupa di critica di costume
e arti figurative. E' artista in proprio ed ha al suo attivo diverse mostre
personali e collettive. Ha pubblicato numerosi libri di poesia, saggistica
e narrativa, tra i quali:
Stagioni in Friuli, poesie,
ed. del Provinciale, Udine 1958
Le vette del tempo, poesie,
grafiche Fulvio, Udine 1971 (premio Cittadella 1972)
L'albero dentro la casa,
racconti, ed. Incontri, Udine 1974
I senza storia. Storia del
Friuli, Casamassima, 3 voll., Udine 1977-1979
Storia del Friuli, Newton
Compton, Roma 1985
Da una lontananza irrevocabile,
poemetto, Campanotto, Udine 1991
L'uomo dei canali, romanzo,
Studio Tesi, Pordenone 1993
L'ideologia friulana. Critica
dell'immaginario collettivo, KappaVu, Udine 1995
Gentiluomo nello studio,
poemetto, Il Menocchio, Montereale Valcellina 1996
La patata non è un
fiore, Vivere e morire da contadini, Biblioteca dell'Immagine, Pordenone
1997
Mediterraneo, poemetto,
Il Menocchio, Montereale Valcellina 1998
Genesi, racconti, Biblioteca
dell'Immagine, Pordenone 1999
La veglia di Ceschia, romanzo,
Biblioteca dell'Immagine, Pordenone 2001
Patriarca nella nebbia,
poemetto, Il Menocchio, Montereale Valcellina 2004
Le favole del corvo, KappaVu,
Udine 2005
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