Pier Paolo
Pasolini
La
poesia
Poeta delle
Ceneri
.
Poeta delle
Ceneri è una composizione
poetica di Pier Paolo
Pasolini inclusa in Bestemmia,
la raccolta completa
dell'opera poetica pasoliniana pubblicata
da Garzanti nel 1993.
Fa parte delle "Poesie disperse II.
Venne pubblicata su
"Nuovi argomenti", luglio-dicembre
1980, a cura di Enzo
Siciliano, con una nota
del medesimo secondo
il quale,
nella maggior parte,
questi
versi
sarebbero
stati scritti
nell'agosto
1966. Siciliano
precisa che Poeta delle
Ceneri porta
come primitivo titolo Who is me
e una dicitura
aggiunta a penna biro "Appendice
al volume
antologico di versi". Si tratta, come dice lo
stesso Pasolini a un
certo punto del poema («Ma io non sto facendo che un poema
bio-bibliografico...»), di un lungo
componimento poetico
nel quale l'artista ripercorre
alcune tappe della
propria vita e della
propria produzione
artistica.
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Sono
uno
che è nato in una
città piena di portici nel 1922.
Ho dunque
quarantaquattro anni, che porto molto bene
(soltanto ieri due o
tre soldati, in un boschetto di puttane,
me ne hanno attribuiti
ventiquattro – poveri ragazzi
che hanno preso un
bambino per un loro coetaneo);
mio padre è morto
nel ’59, mia madre è viva.
Piango ancora, ogni
volta che ci penso,
su mio fratello
Guido,
un partigiano ucciso
da altri partigiani, comunisti
(era del Partito
d’Azione, ma su mio consiglio;
lui, aveva
cominciato la Resistenza come comunista),
sui monti, maledetti,
di un confine
disboscato con piccoli
colli grigi e sconsolate prealpi.
Quanto alla poesia, ho
cominciato a sette anni:
ma non ero precoce se
non nella volontà.
Sono stato un poeta di
sette anni
come Rimbaud –
ma solo nella vita.
Ora, in un paese tra
il mare e la montagna,
dove scoppiano grandi
temporali, d’inverno piove molto,
in Febbraio si vedono
le montagne chiare come il vetro,
appena al di là
dei rami umidi, e poi nascono le primule sui
fossi
inodore, e
d’estate gli appezzamenti, piccoli, di
granoturco
alternati a quelli
verdecupo dell’erba medica
si disegnano contro il
cielo sfumato
come un paesaggio
misteriosamente orientale –
ora, in quel paese,
c’è una cassapanca piena dei manoscritti di uno dei
tanti ragazzi poeti.
La cosa più
importante della mia vita è stata mia
madre
(le si è
aggiunto, solo ora, Ninetto).
Nel ’42 in una
città dove il mio paese è così se
stesso
da sembrare un paese
di sogno, con la grande poesia
dell’impoeticità,
formicolante di gente
contadina e piccole industrie,
molto
benessere,
buon vino, buona
tavola,
gente educata e
grossolana, un po’ volgare ma
sensibile,
in quella città
ho pubblicato il primo libriccino di versi,
col titolo, per
allora, conformista di «Poesie a
Casarsa»,
dedicato, per
conformismo, a mio padre,
che l’ha
ricevuto nel Kenia,
– era là
prigioniero, vittima ignara e senza critica
della guerra
fascista.
Gli ha fatto un
immenso piacere, lo so, riceverlo:
eravamo grandi
nemici,
ma la nostra
inimicizia faceva parte del destino, era fuori di
noi.
E segno di quel nostro
odio, segno ineluttabile,
segno per
un’indagine scientifica che non
sbaglia,
che non può
sbagliare,
quel libro dedicato a
lui
era scritto in
dialetto friulano!
Il dialetto di mia
madre!
Il dialetto di un
mondo
piccolo, ch’egli
non poteva non disprezzare,
– o comunque
accettare con la pazienza di un padre...
E ciò per una
precedente contraddizione:
una di quelle, ancora,
che non possono tradire gli scienziati!
Là dove si
parlava quel dialetto, egli si era infatti
innamorato.
Innamorato di mia
madre.
Così, attraverso
lei, il mondo piccolo, inferiore,
contadino, quasi
negro, ch’egli disprezzava
l’aveva reso
schiavo:
ma anche stavolta, lui
non lo sapeva.
Non sapeva che il suo
padrone era quell’amore
che attraverso una
donna bambina (mia madre!)
bella, dalla bella
gola, dall’anima troppo innocente
di angelo inadatto a
vivere fuori dai paesi, appunto, dai campi,
aveva vanificato tutte
le sue certezze morali
di misero uomo fatto
per essere lui, il padrone.
Così, ora quel
dialetto,
era una cosa
diabolica.
Era il centro di mille
altre contraddizioni.
Di cui la più
cocente consisteva nel fatto che non poteva essere
ammessa:
«perché» era consacrata dalla
stampa
e dalle candide pagine
di un libro di poesia
di cui il figlio
ventenne era l’Autore.
Dunque non poteva
nemmeno cominciare l’esame,
dato che non erano
ammissibili,
di quelle
contraddizioni, che furono così come nubi
nere,
spaventosi tuoni,
indice di totale sconfitta e di morte,
in fondo
all’orizzonte luminoso dell’orgoglio di un padre
prigioniero.
Bene, alla fine della
guerra
è tornato in
Italia, con quel libretto di versi friulani
nella
valigia.
Cimelio sacro, ricordo
di famiglia, attestato di grandezza
anche
futura.
Devo aggiungere che
mio padre approvava il fascismo.
«E qui
c’è la seconda contraddizione, quella
pubblica:
il fascismo non
tollerava i dialetti, segni
dell’irrealizzata unità di questo paese dove sono
nato,
inammissibili e
spudorate realtà nel cuore dei
nazionalisti.»
Per questo quel mio
libro non fu recensito nelle riviste
ufficiali.
E Gianfranco Contini
dovette inviare la sua recensione
(la gioia letteraria,
quella, più grande della mia vita)
ad un giornale di
Lugano.
Con la fine del
fascismo, cominciò la fine di mio
padre.
Questo del fascismo
è un alibi, con cui pure giustifico il mio
odio,
ingiusto, per quel
povero uomo: e devo dire tuttavia ch’è un
odio,
orrendamente misto a
compassione.
Ora che ho
immeritatamente quarantaquattro anni,
circa l’età
che lui aveva al tempo delle mie prime
poesie,
lo vedo fuori dalla
mia storia,
in una vicenda che mi
è totalmente estranea,
in cui io sono un
colpevole eroe oggettivo.
Perché devo
ricordare
che, col mio amore
iniziale per mia madre,
c’è stato
un amore anche per lui: e dei sensi.
Devo ricordare i miei
passetti di ragazzino di tre anni,
in una città
perduta miseramente tra i monti,
dall’aria
già un po’ austriaca,
quasi alle sorgenti di
un fiume dal nome di museo e di guerra
e di
miseria,
un fiume celeste fra
grandi ghiaie pedemontane –
i miei passetti lungo
il ciglio di una strada
colpita da un sole che
non era della mia vita
ma di quella dei miei
genitori,
verso il ciglio dove
mio padre, uomo giovane,
stava
orinando...
Devo aggiungere,
ancora, per finire questa storia –
molto irregolare
nell’insieme del mio poema –
che quei miei versi
friulani sono i miei più belli
(insieme a quelli
scritti fino a ventitré, ventiquattro
anni,
pubblicati più
tardi col titolo «La meglio
gioventù»,
e insieme anche ai
coevi versi italiani,
nati da quella
profonda elegia friulana
di autolesionista,
esibizionista e masturbatore,
tra i gelsi e le vigne
viste con l’occhio più puro del
mondo;
si chiamano, quei
versi, «L’Usignolo della Chiesa
Cattolica»,
e il loro falsetto
è ancora una musica atroce
e sottile che, da
laggiù, mi affascina e mi attira
indietro.
Non posso dirvi altre
cose
del mio
soggiorno
in quel paese di
temporali e primule,
un po’
d’Oriente ai confini piccolo borghesi con
l’Austria:
s’incaricheranno
magari dei giornalisti italiani fascisti
o semplicemente
anticomunisti.
Fuggii con mia madre e
una valigia e un po’ di gioie che risultarono
false,
su un treno lento come
un merci
per la pianura
friulana coperta da un leggero e duro strato di
neve.
Andavamo verso
Roma.
Avevamo dunque,
abbandonato mio padre
accanto a una stufetta
di poveri,
col suo vecchio
pastrano militare
e le sue orrende furie
di malato di cirrosi e sindromi paranoidee.
Ho vissuto [...]
quella pagina di romanzo, l’unica della mia
vita:
per il resto, che
volete,
son vissuto dentro una
lirica, come ogni ossesso.
Avevo tra i miei
manoscritti anche il mio primo romanzo:
erano quelli i tempi
di «Ladri di biciclette»
e i letterati stavano
scoprendo l’Italia.
(Ora io non sono
più un letterato,
evito gli altri, non
ho niente a che fare
coi loro premi e le
loro stampe.)
Arrivammo a
Roma,
aiutati da un mio
dolce zio,
che mi ha dato un
po’ del suo sangue:
io vivevo come
può vivere un condannato a morte
sempre con quel
pensiero come una cosa addosso,
– disonore,
disoccupazione, miseria.
Mia madre si ridusse
per qualche tempo a fare la serva.
E io non guarirò
mai più di questo male.
Perché io sono un
piccolo borghese, e non so sorridere... come
Mozart...
In un film – che
ho chiamato «Uccellacci e uccellini»
–
ho tentato è vero
l’opera buffa, suprema ambizione di uno
scrittore,
– ma ci sono
riuscito solo in parte,
perché io sono un
piccolo borghese
e tendo a
drammatizzare tutto.
Come sono diventato
marxista?
Ebbene... andavo
tra fiorellini candidi e azzurrini di
primavera,
quelli che nascono
subito dopo le primule,
– e poco prima
che le acacie si carichino di fiori,
odorosi come carne
umana che si decompone al calore sublime
della più bella
stagione –
e scrivevo sulle rive
di piccoli stagni
che laggiù, nel
paese di mia madre, con uno di quei nomi
intraducibili si
dicono « fonde»,
coi ragazzi figli dei
contadini
che facevano il loro
bagno innocente
(perché erano
impassibili di fronte alla loro vita
mentre io li credevo
consapevoli di ciò che erano)
scrivevo le poesie
dell’«Usignolo della Chiesa
Cattolica»:
questo avveniva nel
’43:
nel ’45 fu
tutt’un’altra cosa.
Quei figli di
contadini, divenuti un poco più
grandi,
si erano messi un
giorno un fazzoletto rosso al collo
ed erano
marciati
verso il centro
mandamentale, con le sue porte
e i suoi palazzetti
veneziani.
Fu così che io
seppi ch’erano braccianti,
e che dunque
c’erano i padroni.
Fui dalla parte dei
braccianti, e lessi Marx.
[...]
Grande è il tuo
spiritualismo, America!
Ma sarà ancora
più grande quando sarà sfatata la sua
innocenza!
Io amo
Ginsberg:
era tanto che non
leggevo poesie di un poeta fratello –
credo dai tempi, in
quel paese di temporali e di primule,
in cui ho letto i
canti greci di Tommaseo, e Machado.
Nessun artista in
nessun paese è libero.
Egli è una
vivente contestazione.
Pound va in prigione
come Siniavskij e Daniel,
e il Sig. Lennon ha
scandalizzato tutti, credo anche i Russi.
[...]
Quanto a
me,
un innocente non
è mai creduto,
ed egli del resto
è troppo occupato a pensare
a un fiume celeste tra
grandi ghiaie pedemontane,
che scorre nel sole
dei suoi genitori,
in altre
vite,
in vite interpretate
in altro modo,
in un significato
diverso della vita,
che non è neanche
quello dei sogni,
se la nostra vita non
è che un’ombra
sulla nostra vera vita
che non conosciamo.
A Roma, dal ’50
a oggi, Agosto del 1966,
non ho fatto altro che
soffrire e lavorare voracemente.
Ho insegnato, dopo
quell’anno di disoccupazione e fine della
vita,
in una scuoletta
privata, a ventisette dollari al mese:
frattanto mio
padre
ci aveva
raggiunto
e non parlammo mai
della nostra fuga, mia e di mia madre.
Fu un fatto normale,
un trasferimento in due tempi.
Abitammo in una casa
senza tetto e senza intonaco,
una casa di poveri,
all’estrema periferia, vicino a un
carcere.
C’era un palmo
di polvere d’estate, e la palude
d’inverno.
Ma era l’Italia,
l’Italia nuda e formicolante,
coi suoi ragazzi, le
sue donne,
i suoi «odori di
gelsomini e povere minestre»,
i tramonti sui campi
dell’Aniene, i mucchi di spazzature:
e, quanto a
me,
i miei sogni integri
di poesia.
Tutto poteva, nella
poesia, avere una soluzione.
Mi pareva che
l’Italia, la sua descrizione e il suo
destino,
dipendesse da quello
che io ne scrivevo,
in quei versi intrisi
di realtà immediata,
non più
nostalgica, quasi l’avessi guadagnata col mio
sudore.
Certo, quanto conta,
anche nel senso più misero
una condizione
economica:
non aveva peso il
fatto ch’io fossi ricco di cultura e
amore,
aveva molto più
peso il fatto che io, certi giorni,
non spendessi nemmeno
le cento lire per farmi radere la barba dal
barbiere:
la mia figura
economica, benché instabile e folle,
era in quel momento,
per molti aspetti,
simile a quella della
gente tra cui abitavo:
in questo eravamo
proprio fratelli, o almeno pari.
Perciò, credo, ho
molto potuto capirli.
E per capire i miei
romanzi intraducibili,
leggete la prefazione
di Oscar Lewis al suo romanzo registrato:
si tratta di
quello.
Anche la borghesia
italiana può essere, dunque, razzista.
Non ne ha avuto finora
occasione,
la prima occasione
minima,
i miei
romanzi,
l’hanno
scatenato.
Ho provato quello che
può provare un negro a Chicago,
il
terrore.
Ma io dimentico
presto,
e tutti i
terrori
non sono divenuti che
una cosa
sopra e addosso a me,
una cosa speciale, quella cosa,
e così l’ho
accantonata e sofferta nelle viscere:
mi si è aperta
un’ulcera,
di cui certamente
prima o poi morirò.
Brutto colpo per il
sogno interrotto della mia giovinezza!
La borghesia italiana
intorno a me è una torma di assassini.
Non spero certo
migliore accoglienza dalla borghesia
americana.
Nel mondo del capitale
la vita è una scommessa
da vincere o da
perdere:
è la condizione
umana del laicismo borghese.
Chi si scopre, o si
confessa, o non teme il ridicolo,
finisce male: è
la legge.
Cari Americani, non
pacifisti e non spiritualisti,
ossia enorme
maggioranza benpensante,
il vostro Dio è
un idiota
come ogni cittadino
medio
che desidera con tutte
le sue forze e con tutto il suo spirito
di essere come tutti
gli altri:
ed è per questo
suo amore folle per l’uguaglianza, che la
odia.
Chi di voi ha
pianto
per il ragazzo greco
condannato a morte
per obiezione di
coscienza?
Fate un breve esame di
coscienza:
chi non ha versato
queste lacrime è un porco.
[...]
Ma io non sto
facendo che un poema
bio-bibliografico,
torniamo all’argomento:
«Ragazzi di
vita» e «Una vita violenta»
sono i titoli di quei
miei due romanzi
che hanno spiato
l’odio razzista italiano.
Scritti nel cuore
degli Anni Cinquanta.
Mentre i titoli dei
miei libri di versi,
scritti in gestione
contemporanea, sono:
«Le ceneri di
Gramsci»,
« La religione
del mio tempo»,
«Poesia in forma
di rosa».
È in
quest’ultimo che qualcosa si è
rotto:
forse era la presenza,
ancora a me non direttamente nota,
della nuova sinistra
americana, e l’operare lontano di
Ginsberg.
Vi ho falsamente
abiurato dall’impegno,
ma perché so che
l’impegno è inderogabile,
e oggi più che
mai.
E oggi, vi dirò,
che non solo bisogna impegnarsi nello
scrivere,
ma nel
vivere:
bisogna resistere
nello scandalo
e nella rabbia,
più che mai,
ingenui come bestie al
macello,
torbidi come vittime,
appunto:
bisogna dire più
alto che mai il disprezzo
verso la borghesia,
urlare contro la sua volgarità,
sputare sopra la sua
irrealtà che essa ha eletto a
realtà,
non cedere in un atto
e in una parola
nell’odio totale
contro di esse, le sue polizie,
le sue magistrature,
le sue televisioni, i suoi giornali:
e
qui
io, piccolo borghese
che drammatizza tutto,
così bene educato
da una madre nella dolce e timida anima
[...] della morale
contadina,
vorrei tessere un
elogio
della sporcizia, della
miseria, della droga e del suicidio:
io privilegiato poeta
marxista
che ha strumenti e
armi ideologiche per combattere,
e abbastanza moralismo
per condannare il puro atto di scandalo,
io, profondamente
perbene,
faccio questo elogio,
perché, la droga, lo schifo, la
rabbia,
il
suicidio
sono, con la
religione, la sola speranza rimasta:
contestazione pura e
azione
su cui si misura
l’enorme torto del mondo [...].
Non è necessario
che una vittima sappia e parli.
Nel ’60 ho poi
girato il mio primo film, che,
come ho detto,
s’intitola «Accattone».
Perché sono
passato dalla letteratura al cinema?
Questa è, nelle
domande prevedibili in un’intervista,
una domanda
inevitabile, e lo è stata.
Rispondevo dunque
ch’era per cambiare tecnica,
che io avevo bisogno
di una nuova tecnica per dire una cosa
nuova,
o, il contrario, che
dicevo la stessa cosa, sempre, e
perciò
dovevo cambiare
tecnica: secondo le varianti
dell’ossessione.
Ma ero solo in parte
sincero nel dare questa risposta:
il vero di essa era in
quello che avevo fatto fino allora.
Poi mi
accorsi
che non si trattava di
una tecnica letteraria, quasi
appartenente alla
stessa lingua con cui si scrive:
ma era, essa stessa
una lingua...
E allora dissi le
ragioni oscure
che presiedettero alla
mia scelta:
quante volte
rabbiosamente e avventatamente
avevo detto di voler
rinunciare alla mia cittadinanza italiana!
Ebbene, abbandonando
la lingua italiana, e con essa,
un po’ alla
volta, la letteratura,
io rinunciavo alla mia
nazionalità.
Dicevo no alle mie
origini piccolo borghesi,
voltavo le spalle a
tutto ciò che fa italiano,
protestavo,
ingenuamente, inscenando un’abiura
che, nel momento di
umiliarmi e castrarmi,
mi esaltava. Ma non
ero del tutto
sincero,
ancora.
Poiché il cinema
non è solo un’esperienza
linguistica,
ma, proprio in quanto
ricerca linguistica, è un’esperienza
filosofica.
Un giorno andavo, come
un pesce fuori dalla rete,
nell’aria
secca
nei dintorni di un
promontorio vacante d’anime, malato
nell’azzurro,
e ora vi dirò
cosa mi successe e come realmente andarono le
cose.
Andavo, quel giorno,
per una strada secca,
con le mani
altrettanto secche e così il cervello – vi
dirò
che solo il ventre era
vivo, come quel promontorio nell’inutile
azzurro.
Tutti i miti erano
crollati e decomposti ma almeno nel
promontorio
qualcuno
viveva.
Insomma, spinto dal
ventre vivente e dalla mia miopia,
mi pilotai nel sole
secco,
su un po’
d’asfalto,
tra alcuni
cespugliacci d’autunno ancora estivi,
contro un casale solo
al sole,
con disegni vivaci di
vecchie pareti e vecchi paletti e vecchie
reti e vecchie
stecconate, azzurro e bianco,
– siamo in
Italia – dove il sole misto alla pioggia dolcemente
puzzava.
Là dentro
c’era un ragazzo torvo, col grembiule (credo di ricordare), i
capelli
fitti da
donna,
la pelle pallida e
tirata, una certa folle innocenza negli
occhi,
di santo ostinato, di
figlio che si vuole uguale alla buona
madre.
In pratica – lo
vidi subito – un povero ossesso:
cui l’ignoranza
dava tradizionali sicurezze,
trasformando la sua
cadaverica nevrosi di rigore
d’obbediente
figlio identificato coi padri.
Come ti chiami, che
fai, vai a ballare, hai la ragazza,
guadagni
abbastanza,
furono gli argomenti
con cui retrocessi dal primo impeto
della vecchia libidine
della controra come un pesce seccato,
prendendo la coca
cola.
Voi avete visto il mio
Vangelo,
avete visto i volti
del mio Vangelo.
Non potevo sbagliare,
perché talvolta, quando si gira, le decisioni
dovevano
avvenire
in pochi
minuti:
non ho sbagliato mai,
nei volti,
nei volti
[...]
perché la mia
libidine e la mia timidezza
mi hanno costretto a
conoscere bene i miei simili.
Conobbi subito in
pochi minuti anche lui,
il misero indemoniato
del casale assediato dal sole.
L’inverno
veniva,
a contraddire il
superstite sole [...] alle avventure,
e l’inverno
veniva
ed era lì nel suo
volto,
con le sue tenebre le
sue case silenziose, la sua [...]
castità.
Mi
ritirai.
Ma non in tempo
perché egli non sentisse, come una
donna,
il terrore per il
padre non simile ai padri
che avevano
costituito, per la sua obbedienza, il
mondo.
Ebbene, prima non so
che piccola autorità
di quel promontorio
abbandonato dagli uomini e assalito
dai borghesi calanti
da Roma, idioti e consacrati alla norma,
gli
credette.
Gli credette poi non
so che comandante,
dal viso pestato da un
destino poveramente mondano.
Gli credette un
giudice istruttore
con negli occhi la
stessa espressione
di bianco caprone dei
palazzetti novecento di quel borgo assurdo,
dove
operava.
Gli credette infine il
Presidente del tribunale
che mi
condannò,
sia pure a venti o
trenta giorni, formali.
Il ragazzo dal pallore
di santo aveva raccontato
che era entrato nella
sua bottega, quel giorno di sole,
un bandito, con un
cappello nero,
il quale si era
infilato un paio di guanti neri,
aveva caricato una
pistola con una pallottola d’oro,
gli aveva intimato la
resa
e aveva sottratto dal
suo cassetto circa tre dollari.
Andandosene, poi, lo
aveva minacciato,
poiché lui,
l’aggredito, aveva afferrato, per difendersi, un
coltello.
Vi ho raccontato
queste cose
in uno stile non
poetico
perché tu non mi
leggessi come si legge un poeta.
Esisteva poi in Italia
un certo Salvatore Pagliuca,
senatore di non so che
partito,
esisteva giù, nel
sud di Levi, tra villaggi
secchi al sole delle
alluvioni,
dove crescono
splendidi ulivi
e splendide
ginestre.
A digiuno di ulivi e
di ginestre,
come io ero a digiuno
della sua esistenza,
questo Signor
Salvatore Pagliuca,
vide la mia storia
sopra Accattone, e sentì
che un moro dai denti
scintillanti, come un lupo feroce
dal calcio
prezioso,
si chiamava Salvatore
Pagliuco.
Si ritenne offeso, mi
fece querela, vinse il processo
e ottenne molti
milioni di danni.
Ti ho raccontato
questa cosa
in uno stile non
poetico
perché tu non mi
leggessi come si legge un poeta.
Un giorno dei primi
Anni Sessanta
(il periodo in cui
tutto questo accadde)
consegnai a un piccolo
re del cinema di nome Amato e al suo compare
Amoroso
una sceneggiatura che
porta l’agreste titolo di:
«Ricotta».
Forse avrete visto
questo mio film
al Festival di New
York di qualche anno fa.
In quello
scenario
scritto come scrive
uno scrittore,
c’era qualche
parola non lieve,
e poca grazia verso la
religione della borghesia cattolica
del mio
paese.
Per una delle tante
ragioni che tu, critico cinematografico conosci
bene,
il film andò a
monte, Loved morì,
e
Loving,
mi intentò un
processo accusando il mio copione
scabroso per il
pubblico medio
di avergli impedito di
fare il suo film.
Sarebbe come se il
Sig. Crawther
consegnasse a Levin,
per richiesta dello stesso Levin,
un manoscritto troppo
roseo, buono solo per educande,
e il Sig. Levin, non
trovandolo buono,
per ragioni
sue,
gli facesse un
processo perché l’eccessivo color
roseo
del copione di
Crawther, del dolce Crawther,
gli aveva impedito di
realizzare il film ch’egli voleva.
Ho perso anche questo
processo e non so quante decine di milioni
dovrei sborsare al
signor Loving
rovinato da quella mia
prima stesura
di un copione inadatto
agli italiani medi.
[...]
Anche questa cosa te
l’ho raccontata
in uno stile non
poetico
perché tu non mi
leggessi come si legge un poeta.
Così è
decaduta la stima per la poesia, tipica
delle infanzie che
credono nell’eterno; illusione
che non affossa i
nazionalismi, inconsciamente, credendo
(con infantile
passione) nell’assolutezza
della lingua di una
nazione; nel suo uso di canto o musica
(ch’è
assolutamente assurda
appena passata la
dogana); illusione
che non affossa
neanche la logica e il classicismo
(un misero filologo
può ricostruire tra parola e parola
– isolata e
confitta nel silenzio – il discorso
tagliato,
un povero
discorso
senza idee, senza
religione se non il culto
assai poco religioso,
infine, della poesia nella letteratura).
Ma non solo è
caduta
la stima per questa
poesia
che è della
storia piccola del mio tempo
(in cui mi trovo
incastrato,
senza potervi sfilare
un solo volto, anche il più estraneo,
un solo libro, anche
il più dimenticato),
ma per la poesia
stessa. Non è essa, dunque, che conta,
mai.
Almeno se concepita
come poesia.
La lingua
dell’azione, della vita che si
rappresenta
è così
infinitamente più affascinante!
È essa che si
ricostituisce – appena chiuso –
da un libro di versi:
essa è prima e dopo:
in mezzo
c’è un veicolo espressivo
che la evoca, ecco
tutto. Opera di stregoni.
Solo l’amore per
quella lingua del non-io che si esprime
con pari diritto, pari
forza dell’io,
dà al
poeta
l’abilità.
Ma la professione di
poeta in quanto poeta
è sempre più
insignificante. E proprio necessario
immettere quella
lingua vivente in una lingua di
convenzione,
perché poi si
liberi, tornando quella che è, vivente, nel
lettore?
Non sa, egli,
dialogare con la realtà?
L’umile valore
del poeta
è rievocarla
così come egli la vede? Ma ciò è
serio?
Perché non la
contempla in silenzio,
– santo, e non
letterato?
Tuttavia i giovani
cosa fanno,
nelle sere delle loro
città di provincia,
o anche nelle grandi
metropoli,
se non parlare di
letteratura?
Coi loro passi
faziosi, lungo le vie appena scoperte
cariche di sensi
segreti e di storia?
Scoprendo i letterati,
come le puttane o i misteri
di un quartiere, o le
abitudini di una vita sociale
ch’è ormai
loro, mentre è ancora dei padri
(che perciò
preparano una guerra per mandarli a
morire)?
Interrogandomi
alla luce del sole di
Agosto a Manhattan deserto (come vi
dicevo),
vengo a sapere che
io
(che solo attraverso
la letteratura ho potuto essere poeta)
non sono più un
letterato.
Io ho in
sorte
di ricordare brevi
colli, su un fiume anch’esso
con acque blu molto
trasparenti sui piccoli sassi,
tra ghiaie come ossari
prima tra i magredi,
tristemente verdi, poi
tra i vigneti
(folli d’estate,
di umido, sfumato silenzio quasi orientale)
dei
colli,
e infine tra bonifiche
il cui odore
basta a scatenare, per
due occhi selvaggi
e un grembo
selvaggiamente puro, lo sfinimento che
attanaglia
e fa venir voglia di
morire.
Su quei grami colli
– veri cimiteri, senza fiori –
si lottò contro i
fascisti e i Tedeschi, e mio fratello,
come vi ho detto, vi
ha lasciato i suoi diciannove anni,
come un falco che
sapeva appena volare, e volava così
bene.
Quello che voi, con
una piega di ironico ma antipatico sorriso
(che vi sforma il
volto falsamente sicuro, di malati)
chiamate, vistosamente
sottolineandolo,
l’«impegno»,
è, per una
quindicina d’anni,
vissuto da parassita
sulla gloria e il dolore di quei cimiteri.
Cioè, non è
stato.
È ora, che esso
comincia a essere.
Ora che quei cimiteri
senza fiori
hanno anch’essi
la loro fioritura.
Anche il mio amico
Moravia ha paura,
per un’ansia
d’impopolarità forse,
quando non vuol
comprendere questo. E con lui,
e molto peggio di lui
(che arcanamente è teso
in una imperterrita
volontà di capire) tutti gli altri
che in
Italia
hanno il nome e la
funzione di «letterati».
Tutti rinnegano
quell’impegno con la taciuta,
nevrotica volontà
di adularvi: chi lo fa con contrizione,
chi gonfiando il petto
come una puttana.
Io non voglio
ritornare a quei colli,
né come turista
né come visitatore di tombe, sia
chiaro.
Anch’io,
anch’io li ho dimenticati.
E a ragione! Nella
loro azione e nell’ideologia
che la dettava, come
una forma di sublime catechismo,
ebbi la mia ribellione
di giovane.
Vi ho preso
forse
anche abitudini
indelebili
di moralismo e
dignità.
Ma non ci torno, in
quei luoghi che ci sono ma sono invisibili.
...
A questo punto, non
voglio commuovermi sulle mie ragioni,
cioè sul
fatto
che non solo,
l’«impegno»,
non è finito, ma
che anzi, incomincia.
Mai l’Italia fu
piò odiosa.
Oltretutto con il
tradimento degli intellettuali,
con questo
revisionismo del Partito Comunista, lupo
che stavolta veramente
è agnello, – il compagno
Longo allo Spiegel
aveva una faccia adulatrice di letterato
che si finge
disperatamente in pari coi tempi,
respingendo così
ogni violenza palingenetica del comunismo:
sì, anche il
comunista è un borghese.
Questa è ormai la
forma razziale dell’umanità.
Forse, impegnarsi
contro tutto questo
non vuol dire
scrivere, da impegnati,
direi, ma
vivere.
Quanto alle mie opere
future, ...
vedrai ... un giovane
arrivare un giorno
in una bella
casa
dove un padre, una
madre, un figlio e una figlia,
vivono da ricchi, in
uno stato che non critica se stesso,
quasi fosse un tutto,
la vita pura e semplice;
c’è anche
una serva (di paesi sottoproletari); viene,
il giovane, bello come
un americano,
e subito, per prima,
la serva si innamora di lui,
e si tira su le
sottane. Egli le dà la dolce
pesante rabbia del suo
membro. S’innamora, poi,
di lui, il figlio;
dormono i due, nella stessa camera
del ragazzo, coi resti
dell’infanzia; ed anche al figlio
egli dona il suo
membro di seta, più adulto e potente;
e lo stesso dono,
accondiscendente e generoso,
perché egli
è colui che dà, egli farà alla
madre,
adoratrice delle sue
vesti, i calzoni, la maglietta,
gli slip, lasciati in
uno chalet
in un caldo giorno
d’estate, sul Tirreno;
e ancora lo stesso
dono egli farà al padre, divenendo
padre del padre
– poiché egli, con ambigua dolcezza
materna,
e, per nome, padre
–
al padre svegliato
all’alba
da un dolore che lo
taglia a metà,
alla pancia, e scopre,
alzandosi per andare in bagno
la bellezza muta delle
quattro del mattino
col sole già
folgorante... e scoprirà il suo amore
con la stessa
meraviglia
con cui ha scoperto
quel sole:
un amore come quello
di Ilja Ilic per il suo servo
contadino e ragazzo;
ma cosciente, e drammatico
perché egli il
vecchio industriale con la faccia
di Orson Welles,
è un piccolo borghese, e drammatizza
tutto.
Lo stesso dono del
membro, durante le ore
della malattia del
padre – e prima che al padre –
egli farà alla
figlia quattordicenne, innamorata
di suo padre, e che lo
scopre, il giovane tutto amore,
attraverso gli occhi
innamorati, appunto, del padre. Poi
il giovane se ne
va:
la strada in fondo a
cui scompare
resta deserta per
sempre.
E ognuno,
nell’attesa, nel ricordo,
come apostolo di un
Cristo non crocefisso ma perduto,
ha la sua
sorte.
E un
teorema:
e ogni sorte è un
corollario.
Le sorti sono quelle
che sai,
quelle del mondo dove
tu col tuo antipatico
sorriso anticomunista,
e io col mio infantile odio
antiborghese, siamo
fratelli:
ne sappiamo
tutto!
Come prende una
nevrosi d’ansia
e come una piccola
vittima femmina di quattordici anni,
finisca nel letto di
una clinica, coi pugni così stretti che nemmeno uno
scalpello
potrebbe scalzarli,
come un ragazzo parli tra sé come un
matto
dipingendo e
inventando nuove tecniche,
fino a
diventare
un Giacometti, un
Bacon,
con lo spettacolo dei
suoi spettri figurativi
simboli della tragedia
del mondo in un’anima malata
maleodorante del
livore meschino del male; come
una donna di mezza
età, bella ancora, e curata
non sappia dimenticare
il Cristo della Chiesa
e insieme, una volta
perduta,
non sappia resistere
al desiderio di perdersi, ancora,
e così viva tra
ragazzi facili e angoscie cristiane;
e come infine un
padre
che aveva confuso la
vita col possesso,
una volta
posseduto,
perda la vita, la
butti via: doni cioè il suo possesso
– una fabbrica
alla periferia della grande città
–
ai suoi operai; e si
perda nel deserto,
come gli
Ebrei.
Casi di coscienza,
tutti questi.
Ma la serva diventa,
invece, una santa matta,
va nel cortile della
sua vecchia casa sottoproletaria,
tace, prega, e fa
miracoli,
guarisce
gente,
mangia ortiche
soltanto, finché i capelli le divengono
verdi,
e infine, per
morire,
si fa seppellire
piangendo da una scavatrice,
e le sue lacrime
rampollando dal fango
divengono una fonte
miracolosa.
Prima del Padre e
della Madre,
nel paradiso
terrestre, c’era un Primo Padre,
è nella sua
intimità che, primamente, siamo
vissuti.
Ma poi,
l’importante è stato l’amore della
madre
con cui ci siamo
identificati
perché non
possiamo vivere
se non identificandoci
con qualcuno. Non possiamo, quindi,
concepire amore che
non abbia la dolcezza materna.
Quel primo Padre ha
così dolcezza di Madre.
Ma in una famiglia
borghese
egli non è
più in grado
che di scatenare
drammi morali.
La religione, la
religione del rapporto diretto con Dio
è ancora nel
mondo anteriore a quello borghese.
Gli operai stanno a
guardare.
...
Ti tacerò, amico,
quello che, in stasimi e episodi,
e cori al luogo delle
dissolvenze
scriverò sul
silenzio di Pilade,
che diverrà
rivolta,
e
tradimento,
contro l’amico
della sensuale adolescenza, dal membro
eretto,
Oreste, il principe
socialista,
e il degenerare di
alcune delle Furie purificate
e segregate sui monti
festosi nel cielo e nel cielo perduti:
il ritorno di queste
Furie regredite al vecchio stato
nella città
liberata, con loro, dalla monarchia;
la regressione di
Elettra,
lei figlia, che
amò il padre Re, e ora è fascista
come
si è fascisti nel
cupo rimpianto di errate origini;
la fuga di Pilade nei
monti delle furie divenute Eumenidi,
le dee dei
partigiani
e dell’amore
improvviso che lega un partigiano a un altro
partigiano;
la preparazione della
lotta,
e il ritorno a capo di
un esercito irregolare.
– il misterioso
esercito dei monti;
l’alleanza tra
Elettra fascista e Oreste liberale
e fautore di
riforme,
nella città
divenuta opulenta;
l’intervento di
Atena
che protegge Elettra e
Oreste figli della ragione
e li unisce, mettendo
a tacere l’ululato
delle Furie antiche
che vagano per la nuova città;
l’incertezza di
Pilade
di fronte alla
città arricchita
che non ha più
bisogno di lui;
il suo
incontro
nella notte della
vigilia che precede la battaglia
col vecchio amico
dell’adolescenza,
rimasto
giovane,
bello come ai tempi
dei loro primi amori
quando le donne erano
sconosciute;
e il loro abbandonarsi
a discorsi sull’amore e
sull’anima
che nulla hanno a che
fare con la realtà presente,
e che li
accomuna;
e, infine, la
solitudine di Pilade,
alla fine della
notte,
che, prima
dell’alba, dovrà pur prendere una
decisione.
E poi, tu
credi,
che si possa fare un
sogno, non ricordarlo,
e avere da questo
sogno, mutata la vita?
Tu credi che un padre
possa fare un sogno, in cui
veda se stesso amare
suo figlio,
non so sotto che
vesti,
se del padre stesso
ragazzo, o di un estraneo
che è il padre
del padre (ragazzo)
o
l’identificazione a sé della propria madre...
Nessuno,
neanche io, saprà
mai quel sogno.
Ma il padre ne
avrà mutata tutta la vita.
Ricordi
Eracle
che chiede al figlio
di chiamare tutti i suoi compagni
più forti, e di
portarlo sulle spalle,
in cima al monte
vicino alla città,
il monte della
città
quello ch’è
meta di pellegrinaggi e di avventure di
ragazzi
come succede nei mondi
preindustriali?
E giunti lì in
cima, il figlio e gli altri ragazzi,
avrebbero dovuto
preparargli il rogo,
e farlo
morire?
Entra in quel sogno,
se sei padre.
Tu, padre, che magari
innocentemente, sei complice
dei
padri
che vogliono liberarsi
dei figli
mandandoli a morire in
guerre che si combattono
nei luoghi
dell’Alibi, l’estremo Oriente della
storia.
Qui, per una
volta,
il padre non vuole la
morte del figlio, ma il suo amore.
Diviene lui il figlio,
e nel figlio, ragazzo, vede forse il padre,
e lo ama, non vuole
ucciderlo, ma esserne ucciso,
non possederlo, ma
esserne posseduto.
Si, ma quel padre
è un uomo borghese del nostro mondo,
ha un’industria
sotto i monti della Brianza (festosi nel
cielo
e nel cielo
perduti):
come potrà
accettare le conseguenze di quel sogno, del
resto,
non
ricordato?
Le accetterà
stravolgendole. Sapendo e non sapendo.
Si farà cogliere
dal figlio nudo sopra la madre.
Cercherà dei
pretesti per colpire il figlio,
e, quindi, farsi
colpire.
Aggredirà il
figlio
per attirarlo su
lui,
per essere il centro
della sua vita.
Finché il figlio,
il lieve figlio mozartiano,
pacifista e obiettore
di coscienza, se ne andrà
dalla casa
ricca,
avendo ascoltato dal
padre delirante una dichiarazione
d’amore.
Non lo odierà
– ti dico – il ragazzo
(uno di quei ragazzi
nuovi, tanto migliori di noi),
e, se avesse potuto
farlo,
avrebbe dato al padre
mendicante tutto il suo oro,
l’avrebbe
posseduto come il ragazzo del popolo
possiede, per pochi
dollari, colui che non ha forza d’essere
uomo
e lo invoca dunque
come un salvatore...
Se ne va, per le vie
del mondo,
con una
ragazza,
nient’altro che
una puttana, e un amico:
né si saprà
mai a chi vada il suo amore
benché egli,
certamente, profonda il suo oro
sul grembo della
ragazza.
Viene il padre, spia,
lo trova, corrompe la ragazza,
sta a guardare dietro
alla porta il loro amore,
scopre quello che il
figlio
ha senza mistero, come
ognuno ha,
eppure è in lui
orrendamente insopportabilmente misterioso.
Non può il padre,
vivere dopo aver visto quell’amore,
entra e colpisce a
morte il figlio,
che esce piangendo e
salutando la vita
dalla stanza di uno
dei mille coiti della sua vita.
Muore. E su lui morto
il padre si china ad abbottonare
i calzoni aperti sul
fulgore immacolato della canottiera.
Il padre, dopo tanti
anni, come nei romanzi d’appendice,
conclude il lungo
sogno della sua vita
sognando sul
terrapieno di una stazione
come in un verso di
Ginsberg.
Ecco.
Ecco, queste sono le
opere che vorrei fare,
che sono la mia vita
futura – ma anche passata
– e
presente.
Tu sai, tuttavia te
l’ho detto, anziano amico, padre
un po’
intimidito dal figlio, ospite
alloglotta potente
dalle umili origini,
che nulla vale la
vita.
Perciò io vorrei
soltanto vivere
pur essendo
poeta
perché la vita si
esprime anche solo con se stessa.
Vorrei esprimermi con
gli esempi.
Gettare il mio corpo
nella lotta.
Ma se le azioni della
vita sono espressive,
anche
l’espressione e azione.
Non questa mia
espressione di poeta rinunciatario,
che dice solo
cose,
e usa la lingua come
te, povero, diretto strumento;
ma l’espressione
staccata dalle cose,
i segni fatti
musica,
la poesia cantata e
oscura,
che non esprime nulla
se non se stessa,
per una barbara e
squisita idea ch’essa sia misterioso
suono
nei poveri segni orali
di una lingua.
Io ho abbandonato ai
miei coetanei e anche ai più giovani
tale barbara e
squisita illusione: e ti parlo brutalmente.
E, poiché non
posso tornare indietro,
a fingermi un ragazzo
barbaro,
che crede la sua
lingua l’unica lingua del mondo,
e nelle sue sillabe
sente misteri di musica
che solo i suoi
connazionali, simili a lui per carattere
e letteraria follia,
possono sentire
– in quanto
poeta sarò poeta di cose.
Le azioni della vita
saranno solo comunicate,
e saranno esse, la
poesia,
poiché, ti
ripeto, non c’è altra poesia che l’azione
reale
(tu tremi solo quando
la ritrovi
nei versi, o nelle
pagine in prosa,
quando la loro
evocazione è perfetta).
Non farò questo
con gioia.
Avrò sempre il
rimpianto di quella poesia
che è azione essa
stessa, nel suo distacco dalle cose,
nella sua musica che
non esprime nulla
se non la propria
arida e sublime passione per se stessa.
Ebbene, ti
confiderò, prima di lasciarti,
che io vorrei essere
scrittore di musica,
vivere con degli
strumenti
dentro la torre di
Viterbo che non riesco a comprare,
nel paesaggio più
bello del mondo, dove l’Ariosto
sarebbe impazzito di
gioia nel vedersi ricreato con tanta
innocenza di querce,
colli, acque e botri,
e lì comporre
musica
l’unica azione
espressiva
forse, alta, e
indefinibile come le azioni della
realtà.
[1966-67]
Da Pier Paolo
Pasolini, Bestemmia.Tutte le
poesie,
vol. I, Garzanti,
Milano 1993
|

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