La poesia - Sommario

Pier Paolo Pasolini
La poesia

Bestemmia
Recensione di Marco Scatasta
[Dalle recensioni della Libreria Interattiva Rinascita
per gentile concessione]

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Si tratta dell'edizione economica (Garzanti, vedi copertina a sinistra) di tutte le poesie di Pasolini in quattro volumi; i primi due contengono le più belle e celebri raccolte, quelle dotate di maggior compiutezza, come Le ceneri di Gramsci, L'usignolo della Chiesa Cattolica, Trasumanar e organizzar

Quando, nel 1993, uscì per la prima volta la raccolta completa delle poesie di Pasolini (sempre da Garzanti, vedi copertina qui accanto a destra) ci furono molte riserve: gli interventi di Raboni, Mengaldo e Loi furono i più critici ed i più feroci a dimostrazione che Pasolini fa ancora e sempre scandalo. Se la presero perfino col nome della raccolta ("Bestemmia"), eppure Walter Siti, un ottimo filologo e studioso (che aveva curato assieme alla nipote di Pasolini, Graziella Chiarcossi, docente universitaria, la pubblicazione), aveva spiegato chiaramente che quello era il titolo che lo stesso autore avrebbe voluto dare, come dichiarato in una lettera a Garzanti del 1970. Dissero che era un titolo emotivo della "mitologia pasoliniana": la sulfurea "Bestemmia" come scandalo o eresia. 

Anche Franco Brebini (su La rivista dei libri dell'aprile 1994) fu molto critico lamentando perfino l'assenza di una pur rapida storia della critica e della bibliografia pasoliniana, che solo gli studiosi avrebbero consultato. Ma al pubblico piace la sua "poesia civile", la sua irregolarità nel conformismo borghese che ci attanaglia ancora come ai suoi tempi, e di fronte a ogni sua opera (prosa, poesia e teatro, cinema) ci si dovrebbe chiedere non se è bella o meno, ma se è vera. 

La pedagogia (come afferma il suo amico Zanzotto) e il moralismo sono stati il suo limite e la sua forza: era una specie di direttore di coscienze seppure di una regione atea, un geniale quaresimalista laico che predicava su tutto come un "sacerdote dell'augusto vero", per dirla con Carducci. Anche se, col trascorrere degli anni, si accorse che la retorica di un "coetaneo" dei ragazzi di vita (giocandoci a pallone o a "ditate", cioè botte reciproche a colpi di indice e medio tesi, facendo a gare di nuoto nelle "marrane" o nei fiumi: era soprannominato da loro "Giacche Palance" perché aveva le guance scavate come l'attore americano) non poteva valere più, il rapporto amoroso divenne sempre più conoscenza del mondo e dell'animo, piacere di stare insieme per imparare. 

Ha detto Manacorda che Pasolini era "un gigante che ci obbligò a pensare" ed anche coi suoi ragazzi di vita aveva una notevole capacità pedagogica, sapeva quello che poteva piacere loro e forse li ripagava così delle loro prestazioni anche se poi ha scritto: "Sono avaro, quel poco che possiedo / me lo tengo scritto nel cuore diabolico".

I ragazzi di vita lo chiamavano "Ah, Pa'" ("Fermete, a Pa', dà du' carci co' nnoi!") e c'era, invece di amicizia e confidenza per Pier Paolo, in questa espressione, una intonazione di "padre", di "babbo", come se essi fossero tutti suoi figli: l'omosessualità era quindi una doppia trasgressione.

In un documentario fatto per la Tv da Paolo Brunatto (Pasolini e la forma della città, 1971) egli spiegò a Ninetto, come interlocutore alle sue spalle, Orte e Sabaudia: dell'una lo colpì quel palazzotto di molti piani di lato, un vero colpo nell'occhio di chi guardava, della seconda chiarì che, nonostante fosse stata voluta dal fascismo e mostrasse segni di architettura metafisica e futuristica, sia ancora viva perché vi sono conservati i caratteri popolari della gente italica. 

C'è poi una poesia, che fu pubblicata per il primo anniversario della sua morte, di Alberto Poggiolini, dal titolo Le ceneri di Pasolini che ci fa capire l'affetto da cui era circondato a Roma: "Caro Pier Paolo ti scrivo dall'al di di qua / da questo Inferno terzo cerchio del secondo girone / raggrumandomi in bocca alla meglio la porca commozione / mentre ascolto compunto il primo movimento della Quinta di Mahler e raduno le idee per dirti quello che è successo". 
Veramente i "ser Brunetto" stanno nel terzo girone del settimo cerchio (nel secondo, non diviso in gironi, ci sono semplicemente i "lussuriosi") ma identici sono la pietà filiale, l'affetto e il dolore come quelli che Dante provò per il maestro. E gli dice "de lassà perde" dal leggere quello che hanno scritto di lui i vari Biagi ("grondava putredine, da fucilazione / prete era e prete rimane nella predicazione"), Fallaci ("onesta gallina" che "agguanta i morti"), e Sanguineti (definito shakespearianamente "un rispettabile scrittore") e lo cita: "Ti supplico, ah, ti supplico non voler morire. Sono qui, / solo con te, in un futuro aprile / Aòh, 'namo, che aspetti, / papà ? Te sei scordato, daje, quel che dovemo fà?". 

Anche Ferdinando Camon lo trattò da padre facendogli l'elogio funebre: "A riconoscere che nascevo allora, fu Pasolini. Dicendo questo, gli rendo il tributo della paternità, di cui potrebbe anche pentirsi e vergognarsi: ma è un rischio che corre ogni padre". 

E pure l'amicizia con Massimo Ferretti, lo scrittore-poeta di Chiaravalle, che iniziò prima della pubblicazione dei versi di quest'ultimo su Officina nel marzo del 1956, può essere interpretata come un rapporto fra padre e figlio. Il "lei" e "caro professore" si tramutarono ben presto in una rissa amara, quando Ferretti venne a sapere, "da un'amica di famiglia", che il suo idolo era omosessuale. Il primo incontro avvenne alla stazione di Roma: "Porta magari, perché no?, una rosa, la vecchia rosa per te nuova. È il tuo turno", gli scrisse Pier Paolo. 
Ferretti glielo rinfacciò, per lettera, dopo averlo conosciuto di persona (erano già passati quasi due anni di sole lettere); egli, in questa occasione, fece un gesto (una carezza, un abbraccio, un tentativo di bacio?) che l'altro poeta interpretò ambiguamente, anche perché aveva sospettato qualcosa da quella sua lettera. 

Pasolini gli rispose paterno il 15 giugno 1957: "Carissimo Ferretti, rispondo immediatamente alla tua deliziosa lettera, che mi ha fatto venire una gran voglia di abbracciarti. Ma sei proprio un bambino! È vero che hai ancora da scoprire tutto il mondo, beato te: e che le tappe da percorrere vanno percorse, senza che se ne possa saltare una. Non so che cosa o che momento in me ti abbia tanto traumatizzato: il semplice fatto che che amo i ragazzi anziché le donne, non mi sembra così degno di vera e profonda indignazione. È un dato di fatto: ma forse tu hai idee preconcette, ingenue o non approfondite su esso. Leggi Freud: le cose prenderanno un aspetto scientifico, con l'annesso distacco e l'annessa serenità. Quanto a me già da tempo questo ha finito di essere un problema: lo è stato - tremendo - quando avevo la tua età". 

In Ferretti la "diversità" era la malattia (soffriva dei postumi di una grave pancardite reumatica), non l'omosessualità: mentre questa era per Pasolini un vanto, un blasone, una scelta, egli invece si sentiva condannato e forse i medici gli avevano detto che non sarebbe vissuto a lungo. Ma era spavaldo e guascone nell'incosciennza dei suoi vent'anni; ne fa fede il titolo Allergia della raccolta dei suoi versi, un anagramma di "allegria" come è stato notato da altri. E i suoi versi che parlano appunto di questo: "Oh, kàrdia. Mio cuore. Mon Coeur. Corda mea. / Il mio cuore è lo sparviero ardito / che nutrito di fiori e di verzura / a caccia fece pessima figura / Cuore che vinci e mi costringe a dire - / tu vuoi uccidermi ma io non so morire". 

Ferretti tardò a rispondergli (10 gennaio 1958): "Non ho provato orrore per la tua sensualità, ma ho intuito che si sarebbe guastata l'unica amicizia vera che ero riuscito a stabilire. Il fatto è che noi abbiamo dell'amicizia concetti assolutamente diversi: io ti voglio bene, ma mi è impossibile pensarti come oggetto d'amore". 

Paziente, Pasolini gli spiegò che lui si innamorava "esclusivamente dei ragazzi sotto i vent'anni" ma bisognava che fossero "ingenui e del popolo" ("ingenui dal punto di vista culturale, non erotico"). Ammise che era fermo all'adolescenza, al periodo del complesso di Edipo ed era "fissato" su questa preferenza sessuale anzi ne era oltremodo contento. Perse la pazienza solo alla fine della lettera (che porta la data del 13 gennaio 1958): "Ora mettiti bene in testa che dare tanto peso a questa vicenda da ragazzino è da provinciale: e tu non dovresti essere sia l'uno che l'altro: piantala con queste patetiche letteresse vertenti la mia inversione e la tua pietà". 

Le lettere si diradarono e, solo nell'agosto 1963, Ferretti, che aveva vinto il Premio Viareggio per l'opera prima di poesia, dietro interessamento di Pasolini, gli scrisse per ringraziarlo: "Mio caro amico, io non ti accetto come poeta-padre." 

Poi passò dalla poesia alla prosa, cambiò referente letterario (scegliendo Carlo Porta) e scrisse per la neo-avanguardia in maniera quasi illeggibile; Pasolini si sentì tradito e si scambiarono rare lettere furenti e critiche cattive. Lui gli scriveva: "I maestri sono fatti per essere mangiati in salsa piccante. Poeta-figlio cattivo formato alla scuola stilistica contemporanea dei vocianti. Tu da molti anni cerchi di farmi fuori. Rimbaud integrato in una società di imbecilli. Benzinaio, è proprio avvilente come degradi il tuo talento. Tu ti privi del piacere di vivere. Sei un fascista: non c'è niente da fare".

E Ferretti: "La presunzione che ti fa eleggere a mio maestro perpetuo è grande almeno quanto la mia ingratitudine". 

Nel settembre 1968 Ferretti all'improvviso, dopo un lungo silenzio, gli chiese provocatoriamente di fare il testimonio alle sue nozze e Pasolini gli rispose: "Ho molta pietà per quella povera ragazza che sposa un fascista che vuole morire. Accetto perciò, disumanamente". 

Forse Pasolini, specie nella sua poesia, non fu sempre limpido e nelle sue "prose civili" contradditorio ma eretico, bastian contrario di tutto e di tutti, corsaro spina nel fianco dei benpensanti, ma certo fu un letterato di alta statura. Lo afferma anche Antonello Trombadori (In morte der sor Pavolo , in La palommèlla , All'insegna del pesce d'oro, Milano 1979) quando scrisse che era grande come Belli, non solo come artista ma soprattutto come uomo: "Quell'altri stanno tutti a mezz'artezza". E più oltre dice che, dopo la sua morte orribile, non è "ffenito er ballo": "Ce semo noi, fijjacci de mignotte, / che sfojjanno li libri di Pier Pavolo / jj'ammollamo er cazzotto callo callo / e jje scropimo l'assi sotto ar tavolo". Insomma farà più danno da morto che da vivo: e forse è stato in parte così. 

Voglio infine citare una sua poesia inedita che ho letto nel secondo volume di Bestemmia. Quando ruppe con Ninetto Davoli (che aveva pensato di sposarsi) ebbe una crisi feroce e fu sul punto di suicidarsi ma poi lo fece poeticamente con centodiciotto sonetti, molto incompleti o totalmente frammentari (L'hobby del sonetto), iniziati il 20 agosto 1971, che sono dedicati a lui: la data finale fu febbraio 1973, quindi ci lavorò e ci pensò per quasi due anni. Erano composizioni classiche, sullo stile di Shakespere (che secondo lui era un omosessuale) in cui egli adopera il "voi" per se stesso e "l'oggetto d'amore" veniva chiamato spesso "mio Signore". Vi si parla naturalmente di "impiccarsi" ad un albero del giardino con una cordicella "fida e rassicurante" ma dice che sarebbe meglio se morisse lei, la ragazza del nido "piccolo borghese", dimostrando la sua disperazione ma anche il suo egoismo: "Essendo mio costume / ormai inveterato, mi masturbo, dentro gli arsi / meandri del letto, coperto di sudore". 

C'è un intero sonetto completato di questa serie, e non ricco di correzioni come gli altri da essere spesso illegibili, che prefigura il suo ultimo incontro a Roma nel piazzale della Stazione: "Erano quasi le due di notte - il vento / scorreva per Piazza dei Cinquecento / come in una chiesa - non c'era nemmeno immondizia, / unica vita a quell'ora - giravano / nei giardinetti gli ultimi due o tre ragazzi, / né romani né burini, in cerca / delle mille lire, ma come senza cazzi". Una allucinazione tremenda delle sue ultime ore alla ricerca assatanata di "clienti".
 


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POESIA
VEDI ANCHE

Le poesie friulane

L'usignolo della chiesa cattolica

Le ceneri di Gramsci

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Trasumanar  e organizzar

Bestemmia. di F. De Melis
e G. D'Elia

Bestemmia, di A. Molteni

La poesia dialettale di Pasolini, di G. Contini

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L'importante collaborazione
a "Officina"

Bibliografia

 

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La poesia - P.P. Pasolini, Bestemmia

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