Pier Paolo Pasolini
La poesia
La
religione del mio tempo
commento
di Massimiliano Valente
"La religione del mio tempo
esprime la crisi degli anni sessanta... La sirena neo-capitalistica da
una parte, la desistenza rivoluzionaria dall'altra: e il vuoto, il terribile
vuoto esistenziale che ne consegue. Quando l'azione politica si attenua,
o si fa incerta, allora si prova o la voglia dell'evasione, del sogno ('Africa,
unica mia alternativa') o una insorgenza moralistica (la mia irritazione
contro certa ipocrisia delle sinistre: per cui si tende ad attenuare, classicisticamente
la realtà: si chiama 'errore del passato', eufemisticamente, la
tragedia staliniana ecc.". (1)
Così Pasolini spiega
sulle pagine del settimanale del Pci "Vie nuove" parte del messaggio della
raccolta di poesie La religione del mio tempo; uscito nel maggio
del 1961, raccogliendo testi scritti tra il 1955 e il 1960. Anni particolarmente
importanti, questi, per l'affermazione di Pasolini come letterato e regista.
Sono gli anni di "Officina", e proprio sulla rivista creata insieme a Roversi
e Leonetti vengono pubblicate per la prima volta le poesie La religione
del mio tempo, Una polemica in versi, e gli epigrammi di Umiliato
e offeso.
Se ne Le ceneri di Gramsci
era evidente lo scontro tra passione e ideologia, tra religiosità
e marxismo, ne La religione del mio tempo questi temi vengono assorbiti
nella ideologizzazione del mito popolare, con punte evidenti di autobiografismo.
Vengono, comunque, abbozzati i punti fondamentali del pensiero pasoliniano
degli anni successivi. Particolarmente rilevanti i riferimenti all'"abbassamento
del livello culturale sottoproletario" e alla latente omologazioine del
neo-capitalismo.
Nell'epigramma Alla Francia,
Pasolini reincarna la mitologia del sottoproletariato africano e questo,
successivamente, rappresenterà uno dei temi fondamentali, a livello
documentaristico, del suo cinema.
Il volume testimonia il
passaggio tra il populismo (che Pasolini ha smentito solo in parte) caratterizzante
la sua opera e gli sfoghi autobiografici e alle avvilite riflessione delle
Poesie
incivili.
La ricchezza apre
questa seconda raccolta poetica "romana" di Pasolini. Il pometto si apre
con la descrizione di un operaio "col suo minuto cranio, le sue rase /
mascelle" (2) davanti agli affreschi di Piero della Francesca, il ciclo
pittorico della Leggenda della croce, nel coro della chiesa di San
Francesco ad Arezzo.
"Il primo capitolo o movimento
del racconto (tutta La ricchezza si sviluppa a lasse di libere strofe,
in versi sciolti dall'obbligo di misura e di rima, con un sommario in frontespizio
di capitolo) si chiude con la dizione di Nostalgia della vita, ad
indicare un viaggio dal di dentro al fuori, dal tempo allo spazio, dalla
memoria alla presenza. E' il tema eminentemente pasoliniano - e, certo,
già proustiano - del passato presente, e di quella struggente partecipazione
dell'escluso che fu già nel paradigma sentimentale di Leopardi.
[...] Si potrebbe dire, rischiando la banalità, che la costruzione
de La ricchezza ricalchi un'impostazione filmica del discorso vissuto,
cui presiede la regola del viaggio e del montaggio, della carrellata e
della soggettiva; insomma una struttura itinerante e deambulatoria, che
si dichiara come fondante tutti i poemetti di Pasolini, dove il passo,
il viaggio, l'andatura rispondono alla funzione argomentativa, che illustra
e riflette accompagnando lo sguardo. Questa funzione diventa narrativa
attraverso il movimento, il passaggio delle sequenze, il procedere di un
sopralluogo e di un discorso che investe l'esperienza, la nostalgia di
una presenza o di un'azione. [...]
Un'altra soggettiva, un piano-sequenza, però spezzato da quel montaggio
che nella lingua scritta della poesia è il pensiero metrico, con
il taglio secco dell'enjambement, probabile equivalente verbale del découpage.
[....] L'antinaturalismo primitivo e sperimentale del film, con l'uso di
campi e controcampi (e dunque del montaggio) a infrangere l'apparente naturalezza
del tempo dei corpi e della vita". (3)
Il poemetto ci porta da Arezzo,
al paesaggio toscano, poi umbro attraverso l'Appennino e infine in una
serata romana, fino alla visione di Roma citta' aperta:
..ecco.... la Casilina,
su cui tristemente si aprono
le porte della città
di Rossellini...
ecco l'epico paesaggio neorealista,
coi fili del telegrafo,
i selciati, i pini,
i muretti scrostati, la
mistica
folla perduta nel daffare
quotidiano
le tetre forme della dominazione
nazista...
Quasi emblema, ormai, l'urlo
della Magnani,
sotto le ciocche disordinatamente
assolute,
risuona nelle disperate
panoramiche,
e nelle sue occhiate vive
e mute
si addensa il senso della
tragedia.
E' lì che si dissolve
e si mutila
il presente, e assorda il
canto degli aedi. (2)
"Il nucleo del poemetto (diviso
in sei grandi capitoli o movimenti interni, tranne il terzo interamente
monologico della allucinata epifania romana) resta comunque consegnato
a una sorta di mitografia e poetografia del sé, e cioè al
racconto del proprio possesso culturale del mondo, tra 'ricchezza del sapere'
e 'privilegio di pensare', tra le ossessioni della testimonianza, dell'amore
e della sopravvivenza". (3)
"La parte iniziale della
Religione
del mio tempo si colora d'una malinconia dolce ed intensa, proprio
perché lo sguardo del poeta s'affissa su due adolescenti plebei,
che passano sotto le sue finestre di malato, già un pò malandrini,
ma ancora allegri, ancora pienamente posseduti da 'da quel povero impeto
| del loro cuore quasi animale'.
Abbiamo peraltro già
detto che l'interesse di questa raccolta non è costituito dal ripetersi
di temi populistici, ormai divenuti usuali nelle opere di Pasolini. Il
tono dominante dell'opera è dato viceversa da un'esigenza di revisione,
che investe non solo il presente, ma anche il passato e addirittura il
futuro dello scrittore". (4)
La piccola ode A un ragazzo,
come scrive lo stesso Pasolini :"Il ragazzo è Bernardo Bertolucci,
figlio del poeta Attilio Bertolucci, e ora bravissimo poeta lui stesso".
(5) L'ode si colora dell'elegia al fratello Guido, partigiano caduto per
mano di partigiani nella Venezia Giulia. Pasolini sente quasi come una
colpa la morte del fratello e così ricorda l'ultimo loro incontro:
"Era un mattino in cui sognava
ignara
nei ròsi orizzonti
una luce di mare:
ogni filo d'erba come cresciuto
a stento
era un filo di quello splendore
opaco e immenso.
Venivamo in silenzio per
il nascosto argine
lungo la ferrovia, leggeri
e ancora caldi
del nostro ultimo sonno in
comune nel nudo
granaio tra i campi ch'era
il nostro rifugio.
In fondo Casarsa biancheggiva
esanime
nel terrore dell'ultimo
proclama di Graziani;
e, colpita dal solo contro
l'ombra dei monti,
la stazione era vuota: oltre
i radi tronchi
dei gelsi e gli sterpi, solo
sopra l'erba
del binario, attendeva il
treno per Spilimbergo...
L'ho visto allontanarsi con
la sua valigetta,
dove dentro un libro di
Montale era stretta
tra pochi panni, la sua rivoltella,
nel bianco colore dell'aria
e della terra.
Le spalle un po' strette
dentro la giacchetta
ch'era stata mia, la nuca
giovinetta...". (6)
Il poemetto La religione
del mio tempo é diviso in sei capitoli e scritto in terzine
rimate, risente del clima politico creatosi dopo la repressione ungherese
del
1956.
"In realt° nel mio libro
una 'crisi' c'è: ed è detta, espressa, esplicita. [...] C'erano
nel mio libro delle critiche dirette al Partito comunista: critiche, natuaralmente,
nella lingua della poesia: ma comunque facilmente decifrabili e traducibili
in termini logici. C'erano critiche al partito, quello concreto e operante,
quello che è hic et nunc. Non certo alla ideologia marxista e al
Comunismo! [...] L'ideologia de La religione del mio tempo, si deduce
da La religione del mio tempo: non ne è preesistente in uno
schema politico, più o meno rigido. Le opinioni politiche del mio
libro non sono solo opinioni politiche, ma sono, insieme, poetiche; hanno
cioè subito quella trasformazione radicale di qualità che
è il processo stilistico". (7)
Il poemetto si apre con due
ragazzi che si allontanano tra i palazzoni di Donna Olimpia, mentre nel
quinto lemma vi e' una rievocazione di una nottata in auto con Federico
Fellini verso il litorale romane. Pasolini rifiuta in blocco la nascente
società neocapitalista e quella ipocrita e volgare dei clericali.
Una Chiesa e uno Stato non hanno nulla a che fare con il sogno di resistenza
religiosa che il ragazzo Pasolini aveva idealizzato. V'è in questi
versi il netto rifiuto dello sviluppo scambiato per progresso.Una religiosità
che porta il poeta, ora a esiti poetici altamente drammatici, ora a una
spietata nostalgia, con quello che Fortini ha definito un "raro ateismo".
"La religione del mio
tempo segna un momento di riflusso: l'effusione autobiografica, l'intenerimento
sul proprio 'dolce' e 'infantile pianto', lo struggente vagheggiamento
dell'antica 'religione' dell'Usignolo della Chiesa Cattolica reincarnata
nel mito di un popolo 'allegro' e miserabile, 'ingenuo' e 'corrotto', 'stracciato'
ed 'elegante' , goduto-sofferto al di là di ogni conflitto e confronto,
al di là della società e della storia. Più precisamente
Pasolini ripropone la sua ricorrente cotrapposizione tra quel 'popolo'
e la città-società che lo confina alla sua periferia, dentro
le borgate, nei termini di un contrasto tra 'religione' di 'cristi' sottoproletari
e 'irreligiosità' del neocapitalismo, tra il 'sacrilego, ma religioso
amore' e la Chiesa degenere e 'spietata', tra eresia evangelico-viscerale
e 'Autorità', tra 'peccatori innocenti' e 'turpi alunni' di Gesù,
tra l'aristocratica sordidezza dei sottoproletari e la 'volgare fiumana
dei pii possessori di lotti'. Che non arriva a ricostituire qui un vero
e nuovo dramma (e neppure a sviluppare quell'operazione sperimentale),
ma al contrario si divarica sempre più in due direzioni opposte:
l'invettiva oratoria, esclamativa ed enfatica, contro la Chiesa e lo Stato
borghese da un lato, e l'idoleggiamento o rimpianto del mito friulano-materno
e delle sue reincarnazioni, dall'altro con tutte le conseguenze relative
al livello del linguaggio e dello stile. Solo in seguito Pasolini maturerà
ed esplicherà con echi e significati più vasti, quel motivo
di una mitologia preindustriale come momento di demistificazione e di rottura
nei confronti del neocapitalismo". (8)
Il senso di crisi e le controversie
letterarie e politiche di Pasolini si ritrovano nei dodici epigrammi di
Umiliato
e offeso e nei sedici Nuovi epigrammi che, insieme all'orazione
poetica di In morte del realismo, compongono la seconda parte del
libro. L'epigramma A un Papa apparso per la prima volta su "Officina"
del marzo-aprile 1959 causa la rottura con l'editore della rivista Bompiani,
e acutizza la progressiva e inarrestabile crisi dell'esperimento officinesco.
Nello stesso numero di Officina
appare l'epigramma Ai redattori di "Officina", ovvero Leonetti,
Roversi, Scalia, Romanò e Fortini:
"Donchisciotteschi e duri,
aggrediamo la nuova lingua
che ancora non conosciamo,
che dobbiamo tentare". (9)
Così Pasolini ai lettori
di "Vie Nuove":
"I fascisti rimproverano
per esempio a una mia poesia (epigramma intitolato Alla mia nazione)
di essere offensiva alla patria, fino a sfiorare il reato di vilipendio.
Salvo poi a perdonarmi - nei casi migliori - perché sono un poeta,
cioè un matto. Come Pound: che é stato fascista, traditore
della patria, ma lo si perdona in nome della poesia-pazzia... Ecco cosa
succede a fare discriminazione tra ideologia e poesia: leggendo quel mio
epigramma solo ideologicamente i fascisti ne desumono il solo significato
letterale, logico, che si configura come un insulto alla patria. Ma poi,
rileggendolo esteticamente, ne desumono un significato puramente irrazionale,
cioè insignificante. In realtà il momento logico e il momento
poetico, in quel mio epigramma coesistono, intimamente e indissolubilmente
fusi. La lettera dice, sì: la mia patria è indegna di stima
e merita di sprofondare nel suo mare: ma il vero significato è che,
a essere indegna di stima, a meritare di sprofondare nel mare, è
la borghesia reazionaria della mia patria, cioè la mia patria intesa
come sede di una classe dominante benpensante, ipocrita e disumana.
[...] Per esempio, un epigramma
intitolato Alla bandiera rossa. In esso delineo una tragica situazione
di regresso nel sud (come si sa, coincidente con il progresso economico,
almeno apparente, del nord) e concludo augurandomi che la bandiera rossa
ridiventi un povero straccio sventolato dal più povero dei contadini
meridionali. Forse per questo Salinari mi chiama, senza mezzi termini,
senza appello, 'populista'". (7)
"Nei versi d'occasione 'ricalcati
su Shakespeare' de In morte del realismo, Pasolini difende l'eredità
'dellostile mimetico e oggettivo / - la grande ideologia del reale -',
in una sorta di testamento sulla tomba calda dell'ucciso che fu grande
e diede, con l'opera di Gadda, Moravia, Levi, Bassani, Morante, Calvino,
'e una piccola Officina bolognese', buoni motivi per lasciare a ciascuno
un po' di 'rinnovato / senso della storia'. La
polemica e' contro 'tutti i neo-puristi', rappresentati da Cassola.
[...] Gli oggetti polemici sono,
a pari merito, il finalismo cattolico e laico, l'ottimismo rivoluzionario
e il cinismo spiritualista, il puritanesimo ideologico del progressivismo
e la calcolante ideologia della caducità cristiana, asservita ai
fini uniformanti e conformi dei 'monopolisti della morte'. Tra questi,
i poeti, che non dichiarano la coscienza della propria miseria storica,
che si specchia comunque nel frutto di servitù della lingua: 'Nella
lingua si rispecchia la reazione'". (3)
La raccolta si chiude con
le Poesie incivili in cui Pasolini è in bilico tra il desiderio
di fuga e la giustificazione della sconfitta privata. Tra i versi più
belli e' Frammento alla morte dedicata a Fortini: "Una nera rabbia
di poesia nel petto / Una pazza vecchiaia di giovinetto".
"Poesie come La rabbia
e Il glicine, rappresentano seriamente la chiusura di una lunga fase
dell'esperienza pasoliniana, senza riuscire peraltro a prospettare l'indicazione
di una nuova e più feconda strada.
[...] Il motivo anche qui
dominante è quello della crisi, della disperazione. Ma, più
esattamente, esso assume ora il volto della rabbia. [...] Nella Rabbia
è la rosa solitaria dello stento giardino del poeta a suscitare
in lui un'ondata irrefrenabile di commozione e dolce-amara tristezza.."
(4)
Ne La religione del mio
tempo il nucleo centrale de Le ceneri di Gramsci, la poetica
del 'dramma irrisolto', lo scontro tra 'l'essere con Gramsci' e 'le buie
viscere', non viene risolto ma divaricato, attraverso la polemica in versi,
la mitizazzione del popolo, ma anche la confessione autobiografica e il
ritorno ad un mondo originario. In questo continuo riferirsi a un "inaridito
io" in un mondo del tutto estraneo (A me), e all'opposto a una serie
di personaggi pubblici è sintomatico di questa contraddizione. Ma
la crisi che attraversa La religione del mio tempo è molto
più profonda di questo dualismo e pone le basi per una grande ripresa
del pensiero pasoliniano. Nell'epigramma A un papa Pasolini pone
il contrasto tra la irreligiosità della Chiesa e la sincera religiosità
dei sottoproletari attraverso una rivolta lucida e ferma; in Alla Francia
Pasolini reincarna il mito sottoproletario nel mondo africano di Bandung,
attraverso una documentazione che costituirà, in futuro, uno dei
punti fondamentali della sua ricerca.
(1) Pier Paolo Pasolini,
da un articolo su "Vie Nuove" del 16 novembre 1961, raccolta nel volume
Le
belle bandiere, Editori Riuniti.
(2) Pier Paolo Pasolini,
La
ricchezza, da La religione del mio tempo, Garzanti.
(3) Gianni D'Elia, dalla
prefazione al volume La religione del mio tempo, citato.
(4) Alberto Asor Rosa, Scrittori
e popolo, il populismo nella letteratura italiana contemporanea, Einaudi.
(5) Pier Paolo Pasolini,
note da La religione del mio tempo, Garzanti.
(6) Pier Paolo Pasolini,
A
un ragazzo, da La religione del mio tempo, Garzanti.
(7) Pier Paolo Pasolini,
da un articolo su "Vie Nuove" del 9 novembre 1961, raccolta nel volume
Le
belle bandiere, Editori Riuniti.
(8) Gian Carlo Ferretti,
da Saggio introduttivo a Officina - cultura, letteratura e politica
negli anni cinquanta, Einaudi.
(9) Pier Paolo Pasolini,
Ai
redattori di "Officina" - da La religione del mio tempo, Garzanti.
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