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Pasolini nei blog "In
sonno e in veglia", blog di Giorgio di Costanzo:
Pier Paolo Pasolini,
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«1947. Ho venticinque anni,
l'età in cui Gozzano disse addio alla giovinezza», attacca un capitolo
di "Atti impuri", mimando non "Addio giovinezza" ma un celebre incipit
di Paul Nizan (avevo vent'anni, non permetterò a nessuno di dire che è
la più bella età della vita») quasi certamente ignoto sulle rive di
quel Tagliamento estivo dove si leggevano Gide e Mann, Nievo e Peyrefitte.
E "Le Sabbat" di Maurice Sachs, uscito proprio nel '47: grosso tormentone
parigino di colpevolezze gratificanti fra Cocteau e Maritain e Max Jacob
e Proust con gran consumo di oppio e di incenso, gran traffico tra bagni
turchi e confessionali e music hall, gran rimestare un cattolicesimo Chanel
con vocaboli turgidi quali Sordidezza, Abominio.
Si leggevano i "Canti del popolo greco" di Tommaseo, da poco usciti nell'Universale Einaudi e assai citati nel testo di "Amado mio" e "Atti impuri", (due famosi e inediti romanzini giovanili di Pasolini, ora presentati dagli eredi). E si leggeva indubbiamente del gran Comisso, non citato ma presente secondo più evidenze interne: il contrappunto fra canti folk e battute di vivacità maschile come in "Canto di soldati" ("Felicità dopo la noia", 1940). E il vagheggiamento delle brillantine. «Hai un profumo che mi piace tanto... Dove vai a comprarti la brillantina? "In merceria... a Morsano..." disse il ragazzo. "E che qualità è?" "Come?... Non lo so... vado con una bottiglietta e ne compero venti lire alla volta..."». ("Amado mio"). «"Ma cosa vi date sui capelli voi napoletani per farli diventare così lucenti?" "Brillantina Venùs", risponde naturale e felice. E da che ci à risposto così, si è decisi di usare la stessa brillantina». ("La favorita", 1945). Analoghe appaiono le strutture (da leggerezza rapsodica, non da strategie narrative) di una inquietudine ingorda e inesausta nel "battere" all'aria aperta ragazzi contadini (Pasolini) oppure pescatori e marinai più cresciuti (Comisso) con una passionalità quantitativa che raggiunge risultati strepitosi, numericamente, in una Italia ancora antica e rustica e gentile, e tradizionalmente bisessuale e disponibile come la Tunisia e la Grecia finché durò la segregazione serale dei sessi. Permissività e discoteche spazzeranno poi questa tradizione o illusione (e Pasolini stesso si lagnerà della mutazione antropologica: «ora devo fare centinaia di chilometri per cercare sulle cime dei monti ciò che fino a poco fa trovavo sotto casa»). Ma la caratteristica di queste pagine è una capacità di fissazione amorosa continua, rinnovata, insaziabile. I due romanzetti o diari appartengono al genere delle "grandi vacanze irripetibili", tipo "l'ultima volta che mi bagnai nel fiume". Sono documenti di grande interesse perché risalgono ad epoche in cui ciascun Eros doveva farsi la propria letteratura erotica assolutamente da sé, tutta originale, per mancanza di riferimenti nel nostro secolo: niente in Italia; poco in Francia ("Querelle de Brest" di Genet non era un classico da riesumare al cinema, era una costosa edizione numerata consultabile presso certi vecchini ad Ascona). Nessuna standardizzazione. E nessuna pornografia. Le fotografie di nudi non si trovavano ancra né ad Amsterdam né a Copenhagen, e tanto meno in America. Controlli sulle valigie. Processi alle parole. Perché Pier Paolo non li pubblicò mai? - si domanda ora un vecchio amico. Ragioni moralistiche? Non credo che valessero più. Ragioni sentimentali, cioé antisentimentali, piuttosto. Sono racconti molto cattolici, infatti: non greci o ellenistici (o panteistici, come in Comisso), bensì controriformistici, barnabitici, da Veneto bianco, con la Madonna che piange se il campanaro va dietro alla siepe col sacrestano. E il titolo "Atti impuri" (e non "Et in Arcadia ego") è assai esplicito, come la Prefazione di P.P. nascosta in fondo al volume però programmatica, nella sua cernita di lessico: scabrosi, peccato, soffrire per redimersi, punito crudelmente, vendetta contro il male, scandalo, contagioso, pormografico, anomalia dell'amore, condanna implicita, mio decadimento, la china per cui era sceso tanto in fondo... Forse lo infastidivano ormai quei grumi che secondo le "Nuove questioni linguistiche" avrebbe potuto definire "disperata e poetica nostalgia borghese": «e spiccatissime qualità atletiche... la bianca tavola imbandita sontuosamente...i fili di dolceamara simpatia... le pazzie dell'allegra masnada... la nuova casistica kafkiana... il più benevolo dei perdoni...». Forse gli seccava un po' la tenerezza dell'adolescenza lontana? Tentava di rimuoverla; preferiva darsi (come Yukio Mishima e Gore Vidal) non solo la maschera ma proprio i muscoli del "duro". E ricordo bene sia il suo orgoglio nell'esser trattato alla pari dai giocatori di pallone, sia l'insofferenza per chi scherzava: ma perché tanta ginnastica? tanto, le marchette poi non fanno lo sconto. Della "durezza" ulteriore c'è in "Amado mio" una spia precoce, due versi di Goethe in tedesco, senza traduzione: «Io t'amo, mi attira il tuo bell'aspetto / e se non vuoi, ti userò violenza». È la stessa ballata da cui Michel Tournier trarrà "Il re degli ontani".
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