Pier Paolo Pasolini
da L'odore dell'India
Una specie di vuoto
A Nuova Delhi sono andato
con Moravia a un ricevimento all’ambasciata di Cuba, in occasione del
secondo anniversario della rivoluzione di quell’isola: davanti
a una villetta dell’immensa città-giardino, che, proprio come dev’essere
Washington è Delhi, era stato alzato un grande padiglione rosso e blu,
col pavimento di tappeti rossi. Lì si accalcavano tutti i
corpi diplomatici della capitale, dall’ambasciatore
di Jugoslavia a quello del Belgio, dall’addetto culturale cubano
a quello russo: tutti col loro bicchiere di whisky in mano, schierati come
in una stampa, in un affabile cicaleccio, nell’aria di primavera un po’
gelida.
In mezzo alle sagome eleganti
dei diplomatici e delle loro signore, mi è sembrato una specie di miraggio
assurdo (erano solo una decina di giorni che ero via dall’Italia, ma
mi parevano dieci anni) due prelati cattolici, sottili come spade, coi
fianchi stretti da una cintura rossa, e la scoppoletta rossa sulla nuca.
Dovevano essere spagnoli: l’aria era quella degli spadaccini.
Per me erano emblemi, cocenti
emblemi di tutto un mondo.
Ma per quanti milioni di
persone, nel mondo indiano, non erano altro che un vivace ghirigoro di
rosso e di nero? Messi di un potentato tanto lontano da sembrare quasi
inesistente?
Per la prima volta, potrà
sembrare assurdo, ho avuto l’impressione che il cattolicesimo non coincida
col mondo: ma la separazione delle due entità è stata così inaspettata
e violenta, da costituire una specie di trauma… Mi sono chiesto allora,
per la prima volta in maniera urgente, da che cosa fose riempito questo
immenso mondo, questo subcontinente da quattrocento milioni di anime. Era
troppo poco tempo che mi trovavo in India, per trovare qualcosa da sostituire
alla mia abitudine della religione di stato: la libertà religiosa era
una specie di vuoto a cui mi affacciavo con le vertigini. Solo un po’
alla volta mi sarei abituato a questa condizione di libera scelta religiosa,
che da una parte dà un senso come di gratuità di ogni religione, dall’altra
è così ricca di spirito religioso puro.
Quando dicono sì
Io non so bene cosa
sia la religione indiana: leggete gli articoli
del mio meraviglioso compagno di viaggio,
di Moravia, che si è documentato alla perfezione,
e, dotato di una maggiore capacità di sintesi
di me, ha sull’argomento idee molto chiare e fondate. So che in
sostanza il Bramanesimo parla di una forza originaria vitale, un “soffio”,
che poi si manifesta e concreta nella infinita plasticità delle cose:
un po’ insomma la teoria della scienza atomica come, appunto, rileva
Moravia.
Io ho cercato di parlare
di questo con molti indù: ma nessuno ha neanche la più pallida idea di
quanto sopra.
Ognuno ha un suo culto, Visnu,
Siva o Calì, e ne segue fedelmente i riti. Però posso dire una cosa:
che gli indù sono il popolo più caro, più dolce, più mite che sia possibile
conoscere. La non violenza è nelle sue radici, nella ragione stessa della
sua vita. Magari qualche volta difende la sua debolezza con un po’ di
istrionismo e di insincerità: ma sono piccole ombre ai margini di tanta
luce, di tanta trasparenza.
Basta guardare come dicono
di sì. Anziché annuire come noi alzando e abbassando la testa, la scuotono
circa come quando noi diciamo di no: ma la differenza del gesto è tuttavia
enorme. Il loro no che significa sì consiste in un fare ondeggiare il
capo (il loro capo bruno e ondulato con quella povera pelle nera, che è
il colore più bello che possa avere una pelle) teneramente: in un gesto
insieme dolce: “Povero me, io dico di sì, ma non so se si può fare,
e insieme sbarazzino: “Perché no?” impaurito:“E’ cosa difficile”,
e insieme vezzoso “Sono tutto per te”: La testa va su e giù, come
leggermente staccata dal collo, e le spalle ondeggiano un po’ anch’esse,
con un gesto di giovinetta che vince il pudore, che si erige affettuosa.
Viste a distanza le masse indiane si fissano nella memoria, con quel gesto
di assentimento, e il sorriso infantile e radioso negli occgi che l’accompagna.
La loro religione è in quel gesto.